L’antica arte giapponese della narrazione extra-schermo riscoperta
Nel cinema muto giapponese il benshi – o katsudo benshi, letteralmente ‘oratore di immagini in movimento’ – occupava un ruolo unico e centrale, senza equivalenti nella storia del cinema occidentale. L’esperienza della proiezione era organizzata attorno a un narratore dal vivo che dava voce ai singoli personaggi, commentava l’azione e fungeva da mediatore tra il film e il suo pubblico in tempo reale. Il benshi non si limitava quindi ad accompagnare il film; lo completava, esercitando un’influenza determinante sulla struttura narrativa e sull’estetica del cinema giapponese. Tuttavia, con l’avvento del cinema parlato il loro numero diminuì drasticamente, e nel 1940 i benshi erano quasi del tutto scomparsi.
La 40ª edizione del festival Il Cinema Ritrovato celebra questa tradizione semi-perduta con una piccola rassegna all’interno della retrospettiva dedicata a Daisuke Itō: regista tra i più prolifici in Giappone nel secolo scorso, Itō fu capace di forgiare l’immaginario del cinema dei samurai all’epoca del muto, affondando al contempo una sferzante critica sociale. La rassegna è realizzata con il sostegno della Yanai Initiative, progetto congiunto di UCLA e Waseda University volto a costruire un futuro interconnesso a livello globale per le discipline umanistiche giapponesi.
Tre le proiezioni (e un incontro), tutte accompagnate dal vivo dal benshi Ichiro Kataoka – tra i più apprezzati interpreti contemporanei di quest’arte – che vanta un totale di circa 350 esibizioni per altrettanti film muti (giapponesi, cinesi e occidentali) di ogni genere, inclusi documentari e film d’animazione.
La rassegna è iniziata ieri al Cinema Lumière, con Chokon e Zanjin zanbaken, con accompagnamento musicale di Katada Kisayo al narimono (percussioni) e Kawashima Nobuko al biwa, tradizionale liuto giapponese.
Come molti muti giapponesi, entrambi i corti sopravvivono purtroppo solo in forma incompleta: nel caso di Chokon è pervenuto solo l’ultimo rullo, mentre per Zanjin zanbaken – che avrebbe inoltre influenzato la coscienza di classe dei Sette samurai di Akira Kurosawa – si tratta di una versione condensata, ingrandita a partire da un 9,5mm prodotto per il mercato domestico. Il materiale superstite mostra il talento di Itō nel coreografare l’azione e nel dare vita a frenetici movimenti di macchina, lasciando però intravedere con struggente efficacia la grandezza perduta delle due opere.
Sono poi seguite, nel programma del festival, la proiezione di Chuji Tabi Nikki, esempio emblematico del cosiddetto shin-jidai-geki (‘nuovo film in costume’), un doppio appuntamento: lezione di cinema “Il cinema di Daisuke Itō e l’arte del benshi” e, nel pomeriggio, Oatsurae Jirokichi Koshi, unico film muto di Itō sopravvissuto.
La presenza trasversale del benshi Ichiro Kataoka nell’incontro tra performance narrativa e pratica musicale restituisce la visione del film muto a una dimensione vicina a quella sperimentata dal pubblico giapponese di un secolo fa: non una semplice proiezione al buio, ma un evento dal vivo in cui la voce umana e la musica eseguita in scena completano l’immagine.
Luca Carani