La macchina del tempo

[2025]

Documenti e documentari

I documentari sul cinema sono un genere prezioso e complesso, perché bisogna essere capaci di raccontare un film, un autore, un periodo, usando la lingua del cinema, sfida affatto scontata. La selezione di quest’anno propone una serie di documentari di straordinario valore, per la qualità e l’importanza dei documenti e delle testimonianze. Si va dai fluviali ed enciclopedici The Invisible Man, inedito ritratto di Kubrick dove a parlare sono le persone che più gli erano vicine, a Merchant/Ivory che esplora la storia di una coppia di artisti che assieme hanno dato vita ad un irripetibile corpus di film, che ha raccontato la cultura britannica e quella indiana; poi ci sono film più brevi ma non meno intensi, come i ritratti di Rohmer (svelato come nessuno era mai riuscito a fare prima), Katherine Hepburn, Gene Kelly, David Lynch, Serguei Paradjanov, Buster Keaton, il ritratto familiare realizzato da figli e nipoti di Charlie Chaplin e la straordinaria intervista / lezione di cinema a Scorsese che, per un’ora, ci racconta il lavoro che ha fatto sulle colonne sonore dei suoi film. Grazie al lavoro degli archivi possiamo presentare alcuni documentari che hanno fatto la storia del cinema, ma non più reperibili da alcuni anni, come Heart of Darkness: A Filmmaker’s Apocalypse, lo straordinario film sulla lavorazione di Apocalypse Now, Robert Wilson and the Civil Wars su uno dei più leggendari spettacoli teatrali del secolo scorso, Camera arabe, The young cinema arabe, ritratto di una generazione di cineasti leggendaria e che oggi è importante riascoltare, Sopralluoghi in Palestina per il Vangelo secondo Matteo, uno dei più bei documentari di Pasolini. Sul grande poeta e cineasta, ucciso cinquant’anni fa, proponiamo un documentario preziosissimo, basato su interviste ad amici di Pier Paolo registrate nell’estate del 1998 e rimaste inedite. Ma forse i punti più luminosi saranno i documentari di Marta Meszaros, François Reichenbach e Cartier Bresson, e la scoperta di quello che oggi sappiamo essere il primo film neorealista, Il pianto delle zitelle, 1939 di Pozzi Bellini. Sono cortometraggi potentissimi di Maestri che hanno saputo raccontare la realtà che li circondava, la grande e la piccola storia, con sguardi umani e irripetibili.

A cura di Gian Luca Farinelli

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Storico delle edizioni

A cura di Gian Luca Farinelli

Questa sezione dedicata alla non fiction si compone di due parti: documentari del passato, ora restaurati, e una selezione dei migliori film sul cinema di recente uscita.
Documenti del passato. Troverete sia opere di registi celebrati che che hanno fatto la storia del documentario, sia i lavori ‘ritrovati’ di autori meno noti o sconosciuti, che un capitolo in questa storia certamente meriterebbero. Fra i maestri, Kubrick con suoi tre documentari ‘giovanili’ finalmente restaurati e Wenders, primo cineasta europeo a preoccuparsi del restauro di tutta la sua opera. Celebriamo inoltre il centenario della nascita di Lionel Rogosin con due potenti film di denuncia come On the Bowery e Black Fantasy e due corti che sono tra le sue poche incursioni nella fiction, praticata però con totale capacità d’improvvisazione.
Fra le scoperte o riscoperte di quest’anno, Marin Karmitz, che nel suo Coup par coup, riuscito esperimento di docufiction di protesta, dimostra di non esser stato solo un grande produttore e distributore, ma anche cineasta di valore tra i Sessanta e Settanta; Luke de Heusch, antropologo, seguace di Lévi-Strauss, di cui la Cinémathèque Royale de Belgique ha restaurato alcuni preziosi filmati realizzati nel Congo nei primi anni Cinquanta; Nicolás Guillén Landrián, primo documentarista nero cubano, perseguitato e a lungo dimenticato, ora ritrovato grazie alle memorie della vedova e all’eloquente ritratto firmato Ernesto Daranas Serrano. Una menzione a parte la merita The Bus, in cui Haskell Wexler – destinato a un radioso futuro come direttore della fotografia – racconta il viaggio attraverso gli USA di un gruppo di cittadini per partecipare nell’agosto del 1963 alla Marcia per la libertà. Un gioiello che ci ricorda cos’è la democrazia e come il cinema possa raccontarla.
Documentari sul cinema. Forse mai come quest’anno i film selezionati cercano strade nuove per raccontare il passato del cinema. Anche i classici ritratti (a Demy, Fonda, Powell e Pressburger) si rivelano autentici contributi critici per la conoscenza di artisti complessi. Veri e proprio saggi cinematografici sono Falso storico, sulla capacità mistificatoria delle immagini, e Onde está o Pessoa?, che svela la ricchezza infinita di un filmato girato a Lisbona nel 1913, mentre Cinégraphies, les femmes de la tempête riesce mirabilmente a tessere i fili di una relazione creativa tra cineaste solo apparentemente lontane. La bruciante passione cinefila e la febbre del collezionismo sono al centro di opere personali come Celluloid Dreams e Film Is Dead. Long Live Film!), mentre la ricerca di nuove soluzioni è evidente anche in due serie documentarie pensate per la televisione: L’Image originelle, prezioso format in cui un regista racconta il suo film d’esordio, e Le Siècle de Costa-Gavras, in cui l’opera del cineasta greco francese diventa lo strumento per attraversare i grandi temi del Novecento. Infine quattro documentari che aiuteranno a conoscere meglio due artisti protagonisti di questa edizione del Cinema Ritrovato, ugualmente complessi e misteriosi: Marlene Dietrich e Sergej Paradžanov.

Gian Luca Farinelli

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A cura di Gian Luca Farinelli

La selezione di quest’anno dimostra la vastità del genere documentario, il valore della sua storia passata, le possibilità di quella presente e riunisce opere apparentemente lontane, come il prezioso ultimo lavoro di Carmelo Bene, le confessioni di Greenaway registrate da un maestro, un cortometraggio sulla fabbricazione dei fiammiferi, uno dei più bei documentari su un evento sportivo…
Seguendo il programma, scoprirete che un documentarista, a volte, prima di partire per le riprese di un film deve fare testamento. Barbet Schroeder lo fece per andare in Uganda a intervistare il sanguinario generale Idi Amin Dada, realizzando un irripetibile documento sulla follia del potere. Non fece testamento Michael Roemer, quando sbarcò a Palermo per girare nel 1964 Cortile Cascino, sconvolgente ritratto di un quartiere ostaggio della mafia, così esplicito che non fu messo in onda dalla NBC e, ancora oggi, è un’opera quasi sconosciuta in Italia. Chissà se lo fece il leggendario cameraman dei cinegiornali jugoslavi, Stevan Labudović, inviato da Tito a raccontare la lotta anticoloniale in Algeria, con   il compito, attraverso le immagini, di creare quel consenso internazionale necessario alla liberazione. Erano anni in cui il cinema poteva tutto, come raccontano due giovani registi, Darius Kaufmann ed Eytan Jan, alla ricerca nella Cuba di oggi delle esili tracce del passato.
Nucleo centrale sono i documentari, recenti e classici che raccontano la più grande rivoluzione sociale dell’ultimo secolo, quella femminile. Presentiamo tre ritratti luminosi, quello di Antonia Brico, prima donna a dirigere i Berliner, quello di Dorothy Arzner, unica donna regista di Hollywood dal 1927 al 1943, e quello di Agnès Varda, regista, fotografa, attivista, sperimentatrice della vita. È un miracolo Monica in the South Seas, che a partire dagli archivi della figlia di Robert Flaherty ricostruisce l’origine della sua vita e del genere documentario. Se pensate che il premio Oscar vada a opere che non lo meritano dovrete ricredervi guardando Down and Out America, sugli homeless nell’epoca della Reaganomics e The Celluloid Closet, che ripercorre l’inarrestabile conquista di visibilità dell’omosessualità.
Gli autori dei documentari sul cinema di quest’anno battono strade nuove: Ian Christie, con un film essay sul periodo messicano di Sergej Ėjzenštejn, e Alain Agat, che ci accompagna nei primi anni Trenta, allo zenith del pensiero coloniale, esaminando in maniera inedita tre cineasti fuori dal coro; mentre lo sguardo fluviale di Enrico Ghezzi e le leggendarie lezioni canadesi di Godard ci portano nel cuore della riflessione sul cinema.
Se, invece, volete scoprire cos’è un cinema, non potete mancare il travolgente documentario sullo Scala, mitica sala londinese, e quello sul Cinéma Laika, aperto a Karkkila da Kaurismäki. Cito il finale: “Ma quindi cos’è un cinema? Un luogo dove ricreare un’immagine del mondo, per combattere l’oblio”.

Gian Luca Farinelli

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A cura di Gian Luca Farinelli

Ogni anno vedere i tanti nuovi documentari proposti è per me un privilegio, perché sono un’importante fonte di scoperte ed emozioni. Realizzare un film è un’impresa difficile, che richiede mesi, anni di lavoro, ma i film sul cinema richiedono un ulteriore talento, l’umiltà, per mettersi a disposizione di un altro regista, un altro artista, per raccontarlo, farlo conoscere nella sua unicità. I documentari sul cinema sono atti d’amore molto particolari, perché l’amante mette tutta la sua energia affinché l’amato sia conosciuto e compreso.
I confini del documentario – quest’anno nella sezione Cento anni fa mostriamo il capostipite del documentario d’autore, Nanook of the North di Flaherty – sono, oggi come ieri, estremamente labili e questa sezione non si sottrae agli scavalcamenti di confine, accogliendo anche un film realizzato da un grande fotografo, Bruce Weber, su un altro grande fotografo recentemente ‘ritrovato’, Paolo Di Paolo, o i due miracolosi corti ritrovati di Agnès Varda, maestra dei tradimenti tra documentari e finzione. Tre temi attraversano la sezione che, forse mai come quest’anno, affronta l’essenza stessa del cinema: il linguaggio, la creazione, il riuso degli archivi.
Linguaggio. A Cannes nel 1982 Wenders invita amici e colleghi a riflettere, nella sua stanza d’hotel, sul presente e sul futuro del cinema. È un documento eccezionale, un punto zero per capire anche dove siamo e cos’è successo in questi quarant’anni. Gideon Bachmann gira nel 1978 un documentario sul cinema politico a Roma, quando i registi sono alla ricerca di una lingua nuova, che sia anche strumento di lotta (da cui il titolo folgorante, la frase di Bernardo Bertolucci in apertura del film, La cinepresa non è una bomba molotov). Mitra Farahani ha completato dopo sette anni À vendredi, Robinson, dialogo/non dialogo tra due maestri della sperimentazione visuale, il quasi centenario Golestan e il novantunenne Godard, in quella che è forse la più bella riflessione recente sul cinema. I due Robinson, sopravvissuti alla morte del cinema e alla scelta di non parlar(si), sono inquadrati da una giovane cineasta che sa metterli in relazione, usando i linguaggi che proprio loro ci hanno insegnato.
Creazione. Buñuel, Tati, Muybridge: tre opere personali su tre autori assoluti, tre sguardi irripetibili e necessari. Montand, Chevalier e Leila Diniz: tre vite straordinarie di attori-cantanti che con le loro interpretazioni hanno rappresentato una società e un tempo, e la cui vitalità e talento arrivano intatti a noi oggi.
Gloria agli archivi. Tre film unici testimoniano la ricchezza consegnataci dal Novecento e la possibilità di realizzare, con immagini d’archivio, opere nuove e diverse. Peter Jackson con Get Back ci porta, come mai nessuno prima, nella grandezza dei Beatles, al termine della loro traiettoria creativa: Bill Morrison riusa magistralmente in Her Violet Kiss il frammento di un film perduto; André Bonzel con J’aime à la fureur ci fa scoprire che i filmati amatoriali degli altri contengono anche le nostre vite e ci consegna un messaggio prezioso in quest’epoca di esaltazione dell’io ipertrofico: il cinema è l’arte del noi!

Gian Luca Farinelli

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A cura di Gian Luca Farinelli

Non ho mai visto così tanti documentari come quest’anno. Sarà stata la pandemia, il maggior tempo che ho avuto per visionare film, l’esplosione di questo genere, resta il fatto che abbiamo ricevuto, da tutto il mondo, un numero impressionante di documentari, la maggior parte dei quali difficilmente troverà una diffusione internazionale. Mi piace iniziare da questo tema perché, anche se oggi la diffusione del cinema attraverso le piattaforme ha raggiunto dimensioni capillari e numericamente tendenti a infinito, tuttavia i film indipendenti restano perlopiù invisibili e la funzione dei festival, almeno di quelli di ricerca, resta essenziale per vedere e conoscere il cinema documentario.
Partiamo dalla storia del cinema. Da anni mostriamo, man mano che il restauro della sua opera procede, i film di Lionel Rogosin. Ogni anno rimaniamo sorpresi dal suo cinema magistrale, dalla semplicità con la quale ha saputo raccontare i grandi problemi del Novecento. Accanto al bellissimo Woodcutters of the Deep South presenteremo il documentario girato quest’anno dal figlio Michael, Working Together, che dimostra come il cinema di suo padre permetta di capire i grandi nodi sociali e politici del presente.
Nell’ultimo anno abbiamo viaggiato molto meno, quindi vi proponiamo una sezione di film di viaggio, accompagnati dagli sguardi dei grandi direttori della fotografia italiani, Massimo Terzano e Mario Craveri, e da un outsider, Mario Fantin. Opere realizzate in un’epoca nella quale la parola ‘esplorazione’ era ancora credibile e il cinema era lo strumento per trasformare in storia viaggi ed esplorazioni irripetibili.
Molto difficile è stato scegliere tra i tanti ritratti di cineasti che ci sono stati proposti. Due (dedicati a Chaplin e Cimino) si sono imposti per l’enormità dell’impresa compiuta da Aymé, Jeuland e Thoret. È sorprendente vedere come anche nel nostro presente, così standardizzato, sia ancora possibile realizzare film fuori formato, vere riflessioni critiche e personali su maestri della storia del cinema. I documentari su Micheaux, Farrow, de Funès, Eisner colmano vuoti importanti e non potevano mancare in un festival che ha nel suo dna la ricerca di nuovi territori. Il ritratto di Anthony Hopkins ci avvicina a uno dei più misteriosi e grandi attori contemporanei, il documentario su Montand-Signoret e Monroe-Miller è un appassionante romanzo magistralmente raccontato attraverso le immagini.
I film di montaggio di Nico Naldini, Peet Gelderblom e Bill Morrison (i maestri non appartengono solo al passato) dimostrano come il cinema produce altro cinema, ma che l’arte del riuso esige un imponente lavoro di ricerca, selezione e ricostruzione.
La sezione è arricchita da due restauri (F for Fake e Fluchtweg nach Marseille) che forzano, per affrontare due grandi temi, i limiti del genere mescolando documentario e finzione. Ma il documentario non è forse la prima forma di finzione del cinema?

Gian Luca Farinelli

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Programma a cura di Gian Luca Farinelli

Ogni anno, lavorando alla selezione dei film nuovi e ‘antichi’ di questa sezione vengo travolto dalla bellezza e dal coraggio del cinema documentario. Che dire, ad esempio, di Sepa, realizzato nel 1987 da uno dei produttori di Fitzcarraldo, Walter Saxer, rimasto folgorato dalla foresta amazzonica, dove ha scoperto la prigione più libera del mondo. Un film impregnato di libertà e di una volontà utopica che esce dallo schermo e conquista noi abitanti di un’epoca che pare avere dimenticato la parola utopia. Come non essere stupiti dalla vitalità di FTA, un’opera che dimostra come il pacifismo possa essere non solo un’azione giusta, ma anche geniale. Come non essere felici di scoprire che quasi la metà dei film che presentiamo ha come registe delle donne. Soprattutto dopo aver visto il bellissimo documentario I Am an Ox, I Am a Horse, I Am a Man, I Am a Woman, che Sally Potter ha dedicato alle donne del cinema sovietico. Una delle protagoniste, Nana Gogoberidze, racconta che i registi maschi, per farle un complimento, le dicevano, “hai fatto un film veramente maschile”… I ritratti di Jane Birkin e Jane Fonda riescono, in meno di un’ora, a darci la dimensione artistica e rivoluzionaria di queste donne, che hanno fatto della loro carriera artistica un fronte da cui combattere grandi battaglie civili. Quello su Isabelle Huppert ci conduce nella profondità di un’attrice che distilla ogni sua interpretazione. I due mediometraggi su Giuditta Rissone e Mara Blasetti ci fanno capire meglio quanto sia stato difficile fare cinema, per una donna, nell’Italia tra fascismo e dopoguerra. Non sono da meno i ritratti di Charles Aznavour, Tonino Delli Colli, Don Rugoff, Jia Zhang-ke, Jean-Pierre Melville e Volker Schlöndorff, tutti frutto di un lavoro complesso, di un vero corpo a corpo tra i registi dei documentari e i protagonisti dei loro film. Speer Goes to Hollywood della regista e giornalista israeliana Vanessa Lapa è una lezione di come si può raccontare la storia del Novecento e fare un film straordinario, utilizzando esclusivamente materiale d’archivio. Grazie a Ehsan Khoshbakht ho scoperto Cuadecuc, vampir dell’immenso Pere Portabella e The Negro Soldier. Anche se Stuart Heisler avesse fatto solo questo film meriterebbe di essere ricordato tra i grandi registi di Hollywood. Della Hollywood che sta davanti alla società americana, che è portatrice di ideali di rinnovamento e grandi valori civili. Grazie al lavoro di Cinemazero, l’archivio di Gideon Bachmann sembra essere una fonte senza fine di testimonianze preziose. Quest’anno potremo vedere tre interviste, a Liliana Cavani, ai fratelli Taviani e a Fellini e avere conferma che nessuno ha ritratto i grandi del cinema italiano come questo giornalista, cineasta antropologo. Nella categoria film impossibili vorrei, invece, inserire il Fellini degli spiriti di Anselma Dell’Olio, che è riuscita a raccontare l’altra faccia di Fellini, il Federico artista della vita, quello che nutriva il Federico artista del cinema.

Gian Luca Farinelli

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Programma a cura di Gian Luca Farinelli

Mai come oggi il cinema e la sua storia sono narrati da un numero crescente di documentari e diventano soggetti per nuovi film: C’era una volta a… Hollywood di Tarantino e They Shall Not Grow Old di Peter Jackson ne sono gli esempi più eclatanti. In questa sezione presentiamo il meglio che, attraverso il restauro e le scoperte degli archivi, emerge tra i documenti e i documentari del passato e i più interessanti documentari sul cinema realizzati negli ultimi mesi.
Tra i film recenti, molti i ritratti emozionanti, dal dimenticato Rino Lupo a Jean Gabin e Dario Argento, allo statista che amava il cinema, Winston Churchill, al maestro dell’animazione Jiří Trnka. E poi quattro grandi dive (Musidora, Anna Magnani, Claudia Cardinale, Romy Schneider) che con i loro film hanno delineato figure femminili forti in grado di affermare la propria identità e libertà. A proposito di libertà, rendiamo omaggio ad Agnès Varda, che ha voluto chiudere il suo percorso d’artista con un autoritratto pieno di profondità e ironia (Agnès par Varda), e a Cecilia Mangini, grande umanista e cineasta, al festival per presentare il restauro del suo Essere donne.
Tra le riscoperte del passato, A Bigger Splash di Jack Hazan, folgorante ritratto d’artista con un David Hockney letteralmente messo a nudo, un inedito Kazan raccontato da André S. Labarthe e Annette Michelson, una travolgente puntata del Dick Cavett Show con Peter Falk, Ben Gazzara e John Cassavetes, un’allucinata intervista a Sterling Hayden, un ritratto profondo e libero di uno dei grandi artisti nel cinema, Bernardo Bertolucci sul set di Partner. E un film su commissione, O Pão, dove Manoel de Oliveira racconta magistralmente l’odissea del pane e dell’uomo, ricostruendo il dialogo tra gli umani e la terra, tra Dio e le stagioni.
L’incontro con la storia del Novecento è l’altro tema che attraversa i film selezionati a cominciare da Crisis: A Film of a Nazi Way con il quale Herbert Kline nel 1939 cercava di aprire gli occhi del popolo americano sui veri obiettivi di Hitler. In What We Left Unfinished la giovane cineasta Mariam Ghani schiude le porte dell’archivio afgano e ci fa scoprire i film, rimasti incompiuti, realizzati durante gli anni ‘sovietici’. E poi due documentari ‘impossibili’: Memphis Belle. A Story of a Flying Fortress, realizzato da William Wyler, a rischio della vita, su una fortezza volante in azione sui cieli della Germania nel 1944, e Arab Israeli Dialogue (Lionel Rogosin, 1974), diventati per Erik Nelson e Michael Rogosin lo spunto di due nuovi documentari.
Si inaugura quest’anno, grazie alla collaborazione con Cinemazero, il Progetto Gideon Bachmann che ci consente di mostrare i più bei documentari mai realizzati su Fellini. Del grande riminese mostreremo due ‘falsi documentari’: Block-notes di un regista e I clowns. Secondo Federico solo la finzione poteva consentire al documentario di cogliere appieno la ricchezza del reale. Martin Scorsese, cinquant’anni dopo, sembra dirci qualcosa di analogo nel suo folgorante Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story.

Gian Luca Farinelli

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Programma a cura di Gian Luca Farinelli

Nella ricca selezione di quest’anno, venti documentari che si possono suddividere in due parti, i film sui cineasti e i film che toccano temi storici e sociali del Novecento. Quasi tutti dialogano con le altre sezioni, ne sono un contraltare prezioso.
Les Stucky, une fortune à Venise si occupa della storia più sconosciuta, quella della famiglia Stucky, padre, figlio e nipote, da mugnai a ‘ultimi Dogi di Venezia’. I film di Giancarlo Stucky, realizzati con una delle prime macchine da presa amatoriali, ci mostrano una Venezia di inizio Novecento come non l’avevamo mai vista. In Come vincere la guerra Roland Sejko racconta l’arrivo delle truppe americane in Italia nel 1918 e di un nuovo modo, con il cinema al centro, di fare propaganda. Un film recente, Marquis de Wavrin, du manoir à la jungle di Grace Winter e Luc Plantier, e due classici documentari del Novecento, Voyage au Congo (1927) di Marc Allégret e Les Statues meurent aussi (1953) di Chris Marker e Alain Resnais, ci svelano l’evoluzione dello sguardo occidentale sul mondo coloniale, e ci fanno capire quanto sia ancora lunga la strada verso una decolonizzazione del nostro pensiero.
Ma vie en Allemagne au temps de Hitler, del 2018, e Lights Out in Europe, del 1940 – con impressionanti immagini di un bombardamento nazista su treni civili in Polonia, e dei londinesi che scrutano il cielo e proteggono le loro case con sacchi di sabbia –, chiariscono come l’opinione pubblica e le classi dirigenti avessero, alla fine degli anni Trenta, tutte le informazioni per sapere quello che stava per accadere.
La Seine a rencontré Paris mi ha profondamente commosso, per la bellezza delle immagini, per il lungo piano sequenza a pelo d’acqua che, dalla campagna, attraverso i sobborghi, entra in città fino a lambire il centro di Parigi. Lo sguardo di Joris Ivens coglie le persone che si rifugiano sui bordi della Senna per riposare, mangiare, dormire, amare: in quella terra di mezzo tra la città e il fiume si crea una sorta di zona franca di libertà, che solo l’occhio poetico della macchina da presa riesce a cogliere.
Per capire il ’68 una selezione di Cinétracts e due documentari sul Maggio francese, che possono essere visti a specchio: L’Île de Mai, con i materiali girati in quei giorni in cui tutto sembrava dover cambiare per sempre, e Cannes 68, révolution au Palais. La libertà creativa che quell’anno cruciale ha scatenato sembra rifluire vent’anni dopo in L’Héritage de la chouette, tredici episodi girati da Marker per la Tv, strabilianti per la capacità di associare documenti, filmati, ragionamenti in combinazioni fulminanti. Mostreremo le prime tre puntate, ma attenzione, creano dipendenza!
Tre documentari su attori (Marcello Mastroianni, Douglas Fairbanks, Sidney Chaplin), tre su registi (Bergman, Güney, Giuseppe Bertolucci), uno su un critico (André Bazin) e su quello che doveva essere il suo unico film. Ogni opera è il frutto di un lungo lavoro di ricerca e apporta qualcosa di nuovo alla conoscenza dell’artista che racconta, usa il cinema non solo come illustrazione, ma come forma di linguaggio.

Gian Luca Farinelli

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Programma a cura di Gian Luca Farinelli

 

Di fronte alla crisi creativa e produttiva del cinema, oggi, il documentario vive un momento di grande successo, ma anche di grande banalità. Per motivi culturali ed estetici, ma anche perché costa poco, si può fare rapidamente, è alla portata di tutti, consente di affrontare facilmente temi molto attuali. Non troverete nulla di tutto ciò in questa sezione, che riunisce opere che hanno fatto la storia del documentario, film urgenti, a volte così complessi da non esser ancora finiti, film preziosi.
Quest’anno sono tante le opere degli anni Sessanta. Il più antico è uno dei più sorprendenti e sconosciuti, Mitt hem är Copacabana, il suo autore è stato il più grande documentarista svedese, Arne Sucksdorff. Difficile capire come sia stato possibile girarlo, protagonisti sono Rio de Janeiro e un gruppo di ragazzi di strada. Sucksdorff è un maestro nel riprendere i bambini. Film come questi – di cui personalmente ignoravo tutto – ti trasmettono una grande allegria, perché fanno capire che i film più belli devono ancora essere visti e che non c’è giustizia nemmeno nella storia del cinema.
I due corti di Jacques Rozier Le Parti des choses: Bardot et Godard e Paparazzi sono tra i più bei making mai fatti su un set, opere di un maestro nel mostrarci la felicità dell’istante, la vita che sta tra le righe, quello che normalmente scappa al cinema. Mai visti così i quattro protagonisti della prima metà dei Sessanta: BB, JLG, i paparazzi, i fan.
In questa linea dell’impossibile si muove Gideon Bachman per realizzare Jonas, che trasforma quello che rischiava di essere un impossibile documentario sull’icona del cinema underground newyorchese, Jonas Mekas, in uno dei film più spiazzanti e creativi mai visti, dove il ritratto diventa un film libero e creativo, quanto le opere di Mekas. Tutto è incantevole e perfetto, dai titoli di testa e coda disegnati dal regista, alle parole del protagonista nel suo inglese-lituano, e in generale all’aria del tempo che si respitra con Allen Ginzberg, Norman Mailer, il Chelsea Hotel, il ‘68, la Grande Mela.
Monterey Pop è il primo rockumentary. La foto che pubblichiamo in questa sezione, e che ritrae gli operatori del film – alcuni dei quali sono tra i più grandi documentaristi di sempre – dà bene l’idea di quanto questo film di Pennebakerfosse più avanti di un decennio, per il suo modo di riprendere dal vivo e raccontare un evento epocale come fu quel concerto.
Salesman dei fratelli Albert e David Maysles, e Charlotte Zwerin parla invece di gente comune, i venditori porta a porta di bibbie, e risolve la sfida più difficile per il cinema: raccontare in un film la realtà quotidiana. Beaubourg di Rossellini è un enigma. Com’è possibile che l’ultima opera del maestro del neorealismo, che racconta l’apertura del più importante spazio culturale dedicato all’arte contemporanea degli ultimi quarant’anni, sia rimasta sepolta così a lungo?
Personalmente seguo l’insegnamento dei Lumière e penso che cinema e fotografia siano parenti stretti. Bruce Weber, uno dei pochi grandi fotografi contemporanei, ce lo dimostra con i suoi film. e speriamo che la presentazione a Bologna di Nice Girls Don’t Stay for Breakfast serva a far ripartire la circolazione di questo prezioso ritratto di Robert Mitchum. Out of the Present di Andrei Ujică’s, racconta l’avventura nello spazio del cosmonauta Sergej Krikalëv, che al suo ritorno non trovò più la nazione che lo aveva spedito nel cosmo, l’Unione Sovietica. È la prima volta del 35mm nello spazio ed è, come il Cinema Ritrovato, un salto nel tempo e nello spazio.
Ho scelto i sette documentari del presente per come sanno raccontarci momenti più o meno noti della storia del cinema, non solo dandoci informazioni preziose, ma soprattutto percorrendo con coraggio strade stilistiche inesplorate. Come Archibald Alexander Leach divenne Cary Grant; come Antonioni seppe tradurre le novità della swinging London in un film sublime; come raccontare, partendo da pochi fotogrammi a disposizione, Salles Gomes, fondatore della Cinemateca Brasileira e primo studioso e restauratore dell’opera di Jean Vigo; come Dennis Hopper divenne un artista trai più liberi della scena contemporanea; come restituire la febbrile vitalità della prima cineteca africana, quella di Algeri: come ritrarre, senza banalizzarlo, un critico dal pensiero irriducibile come Jean Douchet.
Una selezione che ha ribaltato molte delle mie certezze e che mi impone perfino di parlar bene di una serie televisiva, quella dedicata alle sale mitiche: mostreremo Rêve au Tuschinski, meraviglioso cinema di Amsterdam, sogno di un emigrante spazzato via dal nazismo, documento struggente anche per la presenza di Max von Sydow.
Documenti e documentari prosegue idealmente in altre due sezioni del festival, quelle dedicate a Nicole Vedrès e a Bill Morrison. Nicole, la prima ad aver usato le immagini conservate negli archivi per trasformarle in nuovi film: Bill, colui che oggi sa fare questo con maggiore maestria. Due cineasti che hanno saputo trasformare documenti dimenticati in opere d’arte; e a proposito della frontiera tra cinema ed arte, Visages Village non è un film, è una metafora su come guardare il futuro.

Gian Luca Farinelli

 

 

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Il cinema che racconta il cinema, indaga il suo passato e i personaggi che ne hanno fatto la storia: da un pioniere del film a trucchi come Segundo de Chomón a un autore visionario come Nicolas Roeg, passando per il ritratto-intervista che negli anni Settanta Volker Schlöndorff dedica alla ballerina, cabarettista e attrice Valeska Gert. Direttamente dal festival di Cannes, il viaggio nel cinema francese firmato da un regista cinéphile come Bertrand Tavernier. Il documentario come riflessione sul passato e sul presente: Letters from Baghdad ci riporta, attraverso rari materiali d’archivio, nel Medio Oriente d’inizio Novecento. La famiglia Coppola sotto la lente di ingrandimento. E per finire, un ritratto del migliore amico del festival, Peter von Bagh.

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Il cinema come crocevia della storia culturale e sociale passata e presente. Ritratti/indagini su grandi figure d’autore come Orson Welles, Ousmane Sembène, Serge Daney e Jean-Luc Godard. La storia del cinema italiano del dopoguerra ripercorsa da Giulio Andreotti e le immagini girate nell’Afghanistan e nell’India di fine anni Trenta da una delle più grandi esploratrici del Novecento, Ella Maillart.
A completare il programma due documenti straordinari sulla seconda guerra mondiale. GermanConcentrationCampFactualSurvey, un film inglese del 1945 che doveva servire a fare capire ai tedeschi i meccanismi perversi dello sterminio, ma poi oscurato quando la guerra fredda cambiò velocemente gli equilibri del mondo. TheMemoryofJustice(1978) di Marcel Ophüls, un documentario fiume sui processi al sistema nazista e un collage di una quarantina di interviste che analizzano il totalitarismo.