La macchina dello spazio

[2025]

Cinemalibero

Gli undici film restaurati in programma si articolano lungo un arco temporale che va dai primi anni Sessanta alla metà degli anni Ottanta all’interno di una topografia cinematografica che fa della marginalità il suo centro di indagine. Quest’anno sono le voci meno note della fondamentale stagione del cinema di liberazione latinoamericano, quelle silenziate dal regime iraniano, dalle repressioni del mondo arabo e dalla violenza coloniale. Tra le riscoperte di quest’anno: Gehenu Lamai della poetessa del cinema singalese Sumitra Peries; due opere della Nouvelle Vague iraniana, Postchi e Safar, dei maestri Dariush Mehrjui e Bahram Beyzaï; La paga (film d’esordio ritenuto perduto) di Ciro Durán figura chiave del cinema colombiano; São Paulo, Sociedade Anônima di Luiz Sergio Person e Uirá, Um Índio Em Busca De Deus di Gustavo Dahl, due tessere della complessa storia del Brasile tra colonialismo e industrializzazione. E ancora la versione originale e inedita di Ghazl el-Banat, di Jocelyne Saab e due opere tunisine fondamentali: l’incendiario Riḥ Es-Sed del maestro tunisino Nouri Bouzid e Al Ôrs del collettivo Nouveau Théâtre. Infine un nuovo restauro del dittico guineano Mortu Nega di Flora Gomes, e O Regresso de Amílcar Cabral di Sana Na N’Hada.

A cura di Cecilia Cenciarelli

Guarda i film

Storico delle edizioni

A cura di Cecilia Cenciarelli

La sottomissione femminile all’interno della società patriarcale, letteralmente intesa o come allegoria di un regime totalitario, è uno dei temi che attraversa con più coerenza le opere presentate quest’anno. A partire da due capisaldi del cinema femminista sul calare degli anni Settanta come La Nouba des femmes du Mont Chenoua e Khak-e Sar bé Mohr. Assia Djebar in Algeria e Marva Nabili in Iran (ma il film sarà trafugato e completato negli Stati Uniti), riescono a creare uno spazio cinematografico propriamente femminile attraverso una ricerca formale distintiva. Se Djebar si ispira alla tradizione musicale classica arabo-andalusa per raccontare la guerra di liberazione delle donne algerine, Nabili riconosce nella teoria brechtiana, nella poesia e nella tradizione miniaturistica persiana le matrici del suo cinema. La sua Jeanne Dielman, Roo-Bekheir, pagherà la sua presa di coscienza e il suo rifiuto del matrimonio addirittura con un esorcismo.
Respingendo l’interpretazione di chi vide in Bona la storia di un amour fou, Lino Brocka chiarì che il suo vero intento era puntare l’obiettivo sul patriarcato per denunciare la violenza e l’alienazione sotto le leggi marziali di Marcos. Ancora meno celata l’allegoria del regime di Assad nel personalissimo Nujum An-Nahar, per cui il maestro siriano esule in Francia Ossama Mohammed racconta di essersi ispirato alla commedia georgiana e al cinema di Ettore Scola. Mohammed è anche co-sceneggiatore di al-Leil, di Mohamad Malas, in cui il grande regista siriano torna a Quneitra, città natale sulle alture del Golan, tra il 1936, anno delle prime rivolte contro gli inglesi e i sionisti in Palestina, e l’anno della distruzione della città.
Un altro disfacimento familiare che si consuma sotto gli occhi dei patriarchi è al centro dell’elegiaco Māyā Miriga, anche se qui lo sguardo del regista Nirad Mohapatra (completamente sconosciuto in Occidente) non sembra insistere su una vera critica a un sistema sociale che costringe le donne alla schiavitù domestica, quanto sulla nostalgia legata alla fine di un mondo ancestrale. Come Khak-e Sar bé Mohr e Nujum An-Nahar, anche Camp de Thiaroye di Sembène Ousmane fu censurato nel suo paese per paura di turbare i rapporti con la Francia, dove pure fu invisibile per un decennio. Prodotto grazie a una cordata interamente panafricana (Tunisia, Senegal, Algeria), è una condanna senza appello al massacro dei fucilieri senegalesi, giustiziati dallo stato maggiore francese al ritorno dalla guerra. Di un’altra pioniera combattente come Sarah Maldoror presentiamo, infine, la luminosa ‘trilogia del carnevale’, realizzata in onore dell’amico Amílcar Cabral per celebrare la cultura guineana e capoverdiana come elemento di resistenza e liberazione dalla dominazione coloniale.
Infine, uno dei primi film baschi dopo la fine della repressione franchista, Tasio è, nelle parole di Armendariz: “un film sulla ‘libertà furtiva’, che si nasconde per sfuggire alle norme e alle convenzioni”.

Cecilia Cenciarelli

Guarda i film

A cura di Cecilia Cenciarelli

Uno degli appuntamenti fissi del festival, Cinemalibero percorrerà le strade più impervie della storia del cinema per illuminare l’opera unica ed eloquente di autori anticonformisti e liberi cui è stato ingiustamente negato un posto tra i grandi del cinema. Riscopriremo alcuni capolavori che, celebrati in patria, non hanno goduto del giusto riconoscimento a causa dell’assenza di una distribuzione adeguata all’estero. Cinemalibero racconta la storia di film ignorati o censurati, messi al bando dalle forze conservatrici della loro epoca e oggi riportati in vita grazie a complessi progetti di ricerca e restauro. I nove programmi di quest’anno si rivolgono a tre aree geografiche e cinematografiche –Asia centrale, cinema panarabo post-1967 in Libano e Siria e Africa occidentale – per ciascuna delle quali proporremo diversi restauri in anteprima mondiale, tra cui, rispettivamente: The Fall of Otrar (Gibel’ Otrara, Ardak Amirkulov, Kazakistan, 1991); The Dupes [Gli ingannati] (Al-Makhdo’un, Tewfik Saleh, Siria 1972); Ceddo (Ousmane Sembène, Senegal, 1977), parte di un omaggio dedicato al maestro africano nel centenario della nascita.

Le Sénégal et le Festival Mondial des Arts Nègres (1966) di Paulin Soumaunou Vieyra • IFE / 3ème Festival des Arts di Paulin Soumaunou Vieyra • Concerto pour un exil (1968) di Desiré Ecaré • Bushman (1971) di David Schickle • Al-Makhdu’un (The Dupes, Gli Ingannati, 1972) di Tewfik Saleh • Reportage sul plateau di tournage de Ceddo (1976) da Actualités sénégalaises • Gharibeh Va Meh (Stranger and the Frog, 1976) di Bahram Beyzaie • Ceddo (1977) di Ousmane Sembène • Tcherike-ye Tara (Ballad of Tara, 1979) di Bahram Beyzaie • Layla Wa Zi’ab (Leila and the Wolves, 1984) di Heiny Srour • Ahlam al-Madina (Dreams of the City, 1985) di Mohammad Malas • Yam Daabo (La scelta, 1986) di Idrissa Ouédraogo

Guarda i film

A cura di Cecilia Cenciarelli ed Elena Correra

“La storia del cinema è un terra strana e in gran parte inesplorata” scrive Peter von Bagh introducendo la prima proiezione internazionale di Kahdeksan surmanluotia, quarant’anni dopo la sua messa in onda. Grazie a lui, il capolavoro di Mikko Niskanen ha valicato le frontiere finlandesi e viene oggi accostato all’opera di von Stroheim e di Zola. Come promesso a Peter, quest’anno possiamo finalmente mostrarvi il film in una copia restaurata 35mm.
Immaginiamo questa edizione di Cinemalibero come un viaggio non lineare attraverso opere figlie della marginalità che ci invitano a riconsiderare il canone della storia del cinema. Abbiamo scelto di percorrere solo strade secondarie, molte delle quali ci conducono nelle zone rurali del mondo, nelle pieghe e fra le piaghe di comunità dimenticate dal potere. Dal centro della Finlandia svuotata dalle politiche agrarie del dopoguerra, ci mettiamo sulle tracce della carovana di Thamp̄ fino a Thirunavaya, villaggio del Kerala di cui Aravindan Govindan coglie le avversità e la meraviglia, in quello che Satyajit Ray definì “uno dei ritratti più profondi e commoventi degli artisti di strada che sia stato mai realizzato”. Vittime della natura ostile e di residui feudali, i contadini e i pastori del sertão brasiliano di Rocha, lottano per la sopravvivenza. “La fame è l’essenza stessa della nostra società”, scriverà il padre del cinema novo, che qui mette in scena un film ribollente, visionario e liricamente barocco, in un tenebroso labirinto di miti e superstizioni. Gli risponde dodici anni dopo Felipe Cazals dal villaggio messicano di San Miguel di Canoa, con un’opera potente che ci mostra una popolazione isolata e analfabeta in balia di un clima di tensione e repressione politica. Arrivati a Dakar, dobbiamo lasciare il tempo ai nostri occhi di abituarsi alla luce, al cielo di Colobane, ai suoi colori. E all’incendiario universo di Djibril Diop Mambéty. È invece grigio, marrone e illuminato al neon l’esilio tedesco dell’operaio turco protagonista di Dar Ghorbat. Sohrab Shahid Saless, capofila della nouvelle vague iraniana, riesce a farci sentire la solitudine e l’isolamento esistenziale di Husseyin fino sotto la pelle. Presentiamo infine, in anteprima, un restauro che ci sta molto a cuore: Les Mains libres dell’italiano Ennio Lorenzini prodotto da Casbah Film. Rimasto pressoché invisibile per oltre mezzo secolo, è il primo film (girato in Technicolor!) dell’Algeria indipendente, scoperto grazie alla collaborazione con l’artista algerina Zineb Sedira, che rappresenta quest’anno la Francia alla Biennale di Venezia. Lo presentiamo insieme ad Algérie en flammes, un’opera certamente più nota e altrettanto fondamentale per la storia dell’Algeria e dell’anti-colonialismo. Il documentario che René Vautier gira in condizioni del tutto eccezionali durante la guerra al fianco del Fronte di Liberazione algerino verrà mostrato in Francia per la prima volta solo dieci anni dopo nelle aule della Sorbona occupata.

Cecilia Cenciarelli ed Elena Correra

Guarda i film

Cinemalibero: Femminile, Plurale

A cura di Cecilia Cenciarelli e Elena Correra

Questo programma è una ramificazione spontanea del lungo processo che ha accompagnato il restauro di Sambizanga. Imbrigliato in una rete di dispute legali che lo hanno reso inaccessibile per oltre un decennio, questo film ritrova oggi finalmente la luce. Addentrandoci nella storia della sua autrice Sarah Maldoror, poetessa militante di origine antillana, abbiamo scoperto la sua opera – una preziosa costellazione di oltre trenta cortometraggi documentari –, di cui oggi viene finalmente riconosciuto il valore. Da qui sono affiorate altre voci, altre artiste che per conquistarsi un posto dietro la macchina da presa hanno dovuto superare pregiudizi e ostacoli di ogni natura.
Ci siamo concentrate sull’esordio – sull’urgenza di quel primo gesto creativo che ha trasformato l’aspirazione in riscatto – scoprendo opere libere, resistenti e caparbie, a volte imperfette ma comunque sempre potenti, realizzate da cineaste che sono riuscite a ‘creare un precedente’, passando alla storia come le prime del loro paese.
La selezione proposta, necessariamente parziale, si muove in un arco di tempo che va dal secondo dopoguerra alla fine degli anni Settanta, quando la lotta femminista ha popolato le arti di nuove voci. Lo spazio geografico è quello che tradizionalmente ha segnato i confini di Cinemalibero: esterno o marginale al ‘sistema Occidente’, o che su questo getta uno sguardo implacabile o talvolta alieno – come accade in La Passante, introvabile saggio d’esordio della maestra del cinema subsahariano Safi Faye.
Abbiamo così scoperto l’esistenza di meteore come Bárbara Virgínia, la cui carriera cinematografica è stata soffocata dal patriarcato dell’Estado Novo in Portogallo, o ritrovato opere fondative di carriere luminose, come nel caso di Eltávozott nap di Márta Mészáros, di cui il restauro viene qui presentato in prima assoluta. Appena restaurati anche lo sperimentale Ali au pays des merveilles di Djouhra Abouda e Alain Bonnamy, introvabile nella storiografia ufficiale, e il classico ‘hollywoodiano-stalinista’ Ostatni etap di Wanda Jakubowska, uno dei primissimi sguardi sui campi di concentramento. La grande storia percorre anche l’autobiografico A byahme mladi della bulgara Binka Zhelyazkova e De cierta manera, veduta sull’utopia rivoluzionaria cubana della giovanissima Sara Gómez. Spesso lo sguardo femminile trova forma nel documentario, appropriandosi di un mezzo considerato marginale e trasformandolo in magistrale prova autoriale, come in Araya di Margot Benacerraf o in Ignoti alla città, esordio della ‘socialista eretica’ Cecilia Mangini, da Ragazzi di vita di Pasolini. “Mi scuserete se ho ucciso l’Angelo del Focolare – scrisse Virginia Woolf – è stata legittima difesa”.

Cecilia Cenciarelli ed Elena Correra

Guarda i film

Censurati, rimontati, confiscati, proiettati nei circuiti underground o scomparsi nel nulla: i film in programma quest’anno sono il frutto di infinite ricerche e tortuosi restauri. La rinascita di queste opere ci mostra, ancora una volta, come il restauro sia ormai uno strumento essenziale per ripensare uno spazio cinematografico transnazionale e per riscrivere le molte storie del cinema. In questo senso, cioè nell’insieme delle sue prassi – filologiche, etiche, tecnologiche – il restauro può essere considerato come un atto di resistenza culturale.
È proprio nelle varie accezioni di resistenza – agli orrori dei regimi coloniali e delle dittature, al dislocamento culturale e all’inesorabile avanzata di una modernità fagocitatrice – che il cinema dei sette grandi autori di questo programma ha trovato una sua ragion d’essere. “I miei ricordi traboccano di vita, d’intensità” – scrive Ritwik Ghatak ” – “Non possiedo altro. Se avessi avuto il dono della scrittura, se fossi stato poeta o pittore avrei potuto, invecchiando, fare affidamento sugli occhi. Invece sono un cineasta. Ho perso più di tutto: non posso mostrare nulla di tutto ciò che ho visto.” Tutta l’opera di Ghatak gravita attorno alla tragedia dei profughi bengalesi, sradicati dalla loro terra dopo due secoli di dominazione inglese: esiliati dal loro passato, i protagonisti di Meghe Dhaka Tara non riescono a immaginare un futuro.
Anche l’esistenza di Xiao Wu, ladruncolo di provincia schiacciato dall’inesorabile avanzata dell’economia cinese, non sembra suggerire alternative: ad ogni boccata di fumo del protagonista sembra affievolirsi il battito cardiaco di un mondo destinato a scomparire. Se Xiao Wu, esordio di Jia Zhang-ke, non è mai di fatto esistito per le autorità cinesi, Shatranj-e Baad di Mohammad Reza Aslani è, dopo quarantacinque anni dalla sua uscita, un’opera praticamente inedita.
La messa in scena della violenza è al centro di due opere di latitudini molto distanti: esibita ed esasperata in Kisapmata, in cui la famiglia è una metafora della società filippina sotto Marcos, oggetto di una rievocazione catartica e satirica in Mueda, Memória e Massacre, primo lungometraggio della storia del cinema mozambicano e caso unico di un popolo che reinterpreta la sua storia coloniale.
Oltre a Monangambee di Sarah Maldoror, mostriamo anche i ritratti di Léon Damas e Aimé Césaire, poeti fondatori della Negritudine – “la poesia è il mio polmone di scorta” afferma quest’ultimo in Les Masques des mots. È a lei, pioniera-guerriera del cinema panafricano, narratrice delle lotte per l’indipendenza, femminista e militante, che dedichiamo il nostro programma.

Cecilia Cenciarelli

Guarda i film

Cinemalibero. Fespaco 1969

Montaggio realizzato da Catherine Ruelle e Jules Hidrot a partire dai materiali d’archivio fotografici e radiofonici dell’INA.

Guarda i film

Programma a cura di Cecilia Cenciarelli
Note di Vincent Adatte, Safi Faye, Andrés Levinson

 

Il Cinema Ritrovato nasce da un innesto felice, quello tra la Cineteca e la Mostra Internazionale del Cinema Libero, un festival creato nel 1960 da Bruno Grieco, Giampaolo Testa, Leonida Repaci e Cesare Zavattini con l’intento dichiarato di presentare film al di fuori dai circuiti tradizionali dell’industria cinematografica e culturale. Un’esperienza che si è iscritta nel nostro dna, e che negli ultimi undici anni ha trovato una naturale estensione nel World Cinema Project. Per ricordarla abbiamo deciso di ribattezzare questa sezione Cinemalibero: un’unica parola che racchiude in sé tutto il potenziale del cinema di percorrere liberamente sentieri inediti e ricchi di scoperte.
Le opere presentate quest’anno guardano ai continenti latinoamericano e africano lungo un arco temporale di sessant’anni, a partire da Prisioneros de la tierra (1939), il cui restauro è stato finalmente reso possibile grazie al ritrovamento di due elementi a Parigi e Praga. Denunciando per la prima volta le misere condizioni dei braccianti nelle piantagioni, il film di Mario Soffici (ammirato da Borges), indicò al cinema nazionale argentino una nuova direzione possibile. Ma è alla fine degli anni Sessanta che il cinema di questi due continenti si incontrò su un terreno comune, quello della protesta contro capitalismo e colonialismo, nell’urgenza di esprimere con forza la propria identità culturale.
Dopo mezzo secolo La hora de los hornos, opera-faro del terzo cinema, appare un testamento miracoloso, tanto ancorato all’epoca che l’ha prodotto quanto sorprendentemente moderno per la sua forza visiva e il suo racconto del Sud del mondo. È un Sud doloroso quello di Pixote, da cui si leva il grido dei dannati della terra. Babenco ci consegna il ritratto feroce di un regime politico conservatore intento solo a salvaguardare se stesso. Non c’è via di scampo negli occhi e negli interrogativi muti del protagonista bambino. La risposta sembra arrivare, quasi vent’anni dopo, in Central do Brasil. Attraverso un viaggio alla ricerca di un altro Brasile e di una dimensione più umana, Walter Salles concede a Josué la possibilità di riconciliarsi con la sua infanzia, ciò che a Pixote era stato negato. Nel primo film realizzato da un regista africano in Brasile, A deusa negra, il pioniere del cinema nigeriano Ola Balogun racconta un viaggio della memoria della schiavitù.
Ancora sul volto di un bambino si chiude Chronique des années de braise, affresco epico sulla rivoluzione algerina che dopo la Palma d’oro a Cannes infiammò la polemica attorno al cinema militante ad alto budget. Prima regista donna dell’Africa subsaariana, nel suo Fad’jal Safi Faye ci cala nel cuore del suo villaggio natio invitandoci ad ascoltare il fluire della vita dal racconto dei vecchi. E infine il genio di Mambety in cui riecheggia il Pasolini di Medea: Hyènes è un’implacabile parabola dell’avidità umana declinata all’interno della società africana che ha barattato gli ideali dell’indipendenza con le promesse del materialismo occidentale.

Cecilia Cenciarelli

 

Guarda i film

Nel luglio del 1960 si svolgeva la prima edizione della Mostra Internazionale del Cinema Libero di Porretta Terme. Bruno Grieco, con la complicità di Gian Paolo Testa, aveva convinto due intellettuali di rango come Cesare Zavattini e Leonida Repaci a creare un festival diverso, alternativo a Venezia. Il meglio del cinema di innovazione trovò a Porretta la sua casa. A metà degli anni Ottanta la Mostra si trasferì a Bologna e qui, in collaborazione con la Cineteca, diede vita al Cinema Ritrovato. Avvicinandoci ai trent’anni del nostro festival abbiamo voluto abbeverarci alle fonti originali con questa sezione Cinemalibero, un binomio scelto anche come titolo di una nuova collana delle Edizioni Cineteca di Bologna. Perché Cinemalibero oggi? Apparentemente possiamo vedere tutto, gli schermi reali e virtuali non fanno che moltiplicarsi. Ma la realtà è diversa. I film sono sempre più simili tra loro; le differenze culturali impallidiscono; il pubblico si affolla intorno a pochi titoli, sorretti da una forte concertazione mediatica. Gli autori, fuori dalle regole del mercato, con sempre maggiore difficoltà possono esprimere le loro idee. I discorsi sul cinema, spariti dalla stampa quotidiana, restano chiusi nei recinti dell’Università. La parola sperimentazione è stata bandita dal territorio cinematografico come qualcosa di inutile, o persino imbarazzante. Ecco perché, in questo opaco 2013, abbiamo voluto dedicare una sezione del Cinema Ritrovato ai film che hanno aperto sentieri inediti, spesso oscurati al loro apparire e poi dimenticati, film che mantengono intatta la loro forza di invenzione e di scoperta. Ciascuno di questi film ha una storia emblematica. Presentando a Cannes Maynila, grande film intriso di amore per il cinema, che per la forza dirompente ricorda il primo Fassbinder, Pierre Rissient ha reso noto che sopravvivono non più di quattro negativi dei sessanta film girati da Lino Brocka. Tell Me Lies, realizzato nel 1968 a Londra da Peter Brook, è invisibile da quarant’anni: un incrocio ancora bruciante di linguaggi e generi svela i meccanismi secondo i quali la guerra, con la sua carica di morte e di orrore, entra nel nostro quotidiano attraverso i mezzi di comunicazione. Nel 1955 Agnès Varda mette le basi per un cinema nuovo nello stile e nel contenuto: e infatti La Pointe courte non avrà mai un distributore, Henri Langlois sarà tra i pochi a programmarlo. L’anticolonialismo di Afrique 50 di René Vautier vale al regista il carcere militare; il negativo viene distrutto. Con Avoir vingt ans dans les Aurès Vautier realizzerà poi un film lirico e sedizioso, censurato in quanto primo film francese a mostrare gli aspetti nascosti della guerra d’Algeria. Lettre à la prison (1969) dell’italo, ebreo, tunisino, francese Marc Scialom è uno sconvolgente documento sullo sradicamento dei magrebini in Francia: un linguaggio poetico a metà strada tra Pasolini e i surrealisti. In pieno ’68, Jackie Raynal e il gruppo Zanzibar prediligono la radicalità sperimentale a quella direttamente politica… Barham Bayzaei è riuscito a portare negli USA una copia del suo Ragbar (negativo confiscato e distrutto dal governo iraniano) e la World Cinema Foundation l’ha restaurato, come ha riportato in vita il primo film di Ousmane Sembène, Borom Sarret, che lascia stupefatti per la semplicità sorretta da uno sguardo profondamente etico. Abbiamo scelto i due piedi che spuntano dal carretto di Borom Sarret come stella polare di questa sezione. Dedicata a cineasti pronti a percorre lunghi viaggi e a spettatori preparati ad attraversare deserti per trovare sorgenti che dissetano.

(Gian Luca Farinelli)

 

Programma a cura di Gian Luca Farinelli

 

Guarda i film