Il paradiso dei cinefili

[2018]

Progetto Keaton

Programma a cura di Cecilia Cenciarelli

Giro di boa per il Progetto Keaton, tenuto a battesimo insieme a Cohen Film Collection nel 2015 con lo scopo di restaurare i film realizzati da Buster Keaton tra il 1920 e il 1928. Sedici su trenta – tra lungo e cortometraggi – le opere completate fino a ora, con quasi duecento elementi ispezionati, riparati e analizzati, giunti a Bologna da Cohen (eredità Rohouer) e da molte cineteche del mondo. Un’operazione che ci consente di disegnare una mappa abbastanza accurata dei luoghi di conservazione e dello stato dei materiali esistenti, anche quelli a cui, per questioni legate allo sfruttamento commerciale di questi film, non siamo riusciti ad accedere. Si tratta fortunatamente di una minoranza di casi, ma ci ricorda quanto sia imprescindibile, più che mai in era digitale, documentare in maniera rigorosa e trasparente la selezione e le scelte compiute in fase di ricostruzione e restauro. Ma anche del fatto che il lavoro delle cineteche sia davvero insostituibile, proprio perché portatore di complessità e di costanti mediazioni. Per i quattro film presentati in questo programma, che come di consueto non seguono un criterio cronologico ma sono selezionati dall’avanzamento della ricerca sugli elementi, le difficoltà maggiori sono derivate dalla scarsità e/o dal deterioramento dei materiali di partenza (nel caso, ad esempio, di The Frozen North) o dalla lacunosità di elementi di prima generazione rispetto ai quali si impongono scelte di integrazione (come in The Scarecrow). Nel nostro caso si è tentato di raggiungere, come di consueto e per quanto possibile, un equilibrio virtuoso tra completezza e qualità fotografica dell’immagine.
La visione, in successione, di questi quattro film, conferma che i diciannove two-reelers realizzati da Buster Keaton in meno di tre anni, fossero tutt’altro che un allenamento preparatorio ai lungometraggi. E il fatto che l’evoluzione di questo artista non appaia lineare quanto quella di altri suoi coevi, se non nell’ampliarsi dei mezzi a sua disposizione, deriva forse dal fatto che fosse quasi innata, in lui, una precisa idea di cinema. A prescindere dalla riuscita complessiva delle singole opere, è chiaro che fin dall’inizio della sua carriera indipendente Keaton concepisse ogni situazione comica ‘pensandola’ in termini cinematografici, che raccontasse cioè le sue storie con la macchina da presa, piuttosto che piazzarla in un punto e recitare davanti a essa. Né dobbiamo attendere le opere più complesse, come lo sono indubbiamente The Navigator e Go West, per sentire il magnetismo del suo sguardo.
Postilla: allo sguardo di Keaton, come sappiamo, sono stati dedicati infiniti scritti. Rimane forse insuperato il breve testo teatrale El paseo de Buster Keaton in cui García Lorca scrive: “I suoi occhi infiniti e tristi, come quelli di una bestia appena nata. Sognano gigli, angeli e cinture di seta. I suoi occhi sono fondi di bottiglia. Occhi di bambino scemo, bruttissimi e bellissimi. I suoi occhi da struzzo. I suoi occhi umani nell’equilibrio sicuro della malinconia”.

Cecilia Cenciarelli

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Storico delle edizioni

Programma a cura di Cecilia Cenciarelli ed Elena Correra
In collaborazione con Tim Lanza (Cohen Film Collection)
Note di restauro di Elena Tammaccaro

 

“Acque torbide”, recita il primo cartello di Steamboat Bill, Jr. La macchina da presa scorre lateralmente da destra a sinistra – dalle acque del fiume American alle rive del Sacramento – attraversando la vegetazione del Discovery Park. Le versioni note al pubblico di questo capolavoro differiscono leggermente già a partire da questa prima inquadratura, a conferma di quanto l’opera di Keaton sia ancora oggi, nonostante tutto, inafferrabile ed enigmatica. Rintracciarne la filiazione è un compito arduo poiché oltre all’asse di ripresa e alla lunghezza delle inquadrature, ci si trova spesso davanti a ciak diversi (come nel caso della ‘prova dei cappelli’). Questa versione restaurata proviene da un duplicato negativo safety prodotto da Raymond Rohauer nel 1969 (presumibilmente stampato da un negativo nitrato, oggi completamente decomposto) e quindi discendente diretto del sodalizio tra Keaton e Rohauer.
Il lavoro su Neighbors, The Goat e Battling Butler conferma quanto anche le opere considerate minori siano ricche di invenzioni e dell’istinto comico di Keaton, infallibile e contemporaneo. Pur avendo a disposizione due negativi originali su tre titoli, il restauro di questi film si è rivelato non privo di problematicità: trentaquattro gli elementi ispezionati, messi a disposizione dalla Cohen Film Collection, partner del Progetto Keaton, oltre che dalle molte cineteche internazionali tra cui la Cinémathèque Royale de Belgique, la Filmoteca de Catalunya, la Cinémathèque de Toulouse e la Library of Congress. In fase di comparazione – che ha preso in esame venti elementi – sono emerse diverse complessità, inerenti allo stato fisico dei materiali, alla definizione dell’immagine o la loro lacunosità (da cui questioni e scelte più ‘etiche’), al montaggio dei titoli di testa (tipicamente ‘rimaneggiati’ da Raymond Rohouer per esercitare un controllo sulla distribuzione), alla presenza di negativi per la diffusione europea, alle colorazioni.
Infine un breve programma dedicato agli esordi di Keaton sul piccolo schermo. La televisione permise a Keaton di riemergere dall’oscurità professionale, contribuendo in maniera decisiva alla sua ritrovata popolarità, al suo riscatto artistico sui set di Wilder, Chaplin e Curtiz e alla celebrazione della sua carriera. Nel settembre del 1949 la rivista “Life” aveva pubblicato un lungo e autorevole articolo firmato da James Agee che celebrava la grandezza del cinema muto e dei suoi maestri dimenticati. Tre mesi dopo, in dicembre, Keaton varcava la soglia degli studi del popolarissimo Ed Wynn Show. “A quel punto avevo perso ogni speranza, pensavo che non avrei più avuto occasione di recitare”, ricorda Keaton. Nel selezionare questo breve programma abbiamo scelto di non mostrare le molte apparizioni in cui veniva chiesto a Keaton di ‘rifare Keaton’, ma di privilegiare casi in cui il suo talento emerge ancora forte e chiaro. Guardandolo nei panni del piccolo, miope burocrate di The Awakening, tratto da Il cappotto di Gogol’, risulta difficile credere che questo fu il primo ruolo drammatico della sua carriera.

Cecilia Cenciarelli

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Tenuto a battesimo dalla scorsa edizione del Cinema Ritrovato e realizzato in collaborazione con Cohen Film Collection, il Progetto Keaton ha portato a compimento, nel corso del suo secondo anno di vita, i restauri di The High Sign, The Paleface, Cops e Seven Chances.
Crediamo che l’eccezionalità del lavoro compiuto consista forse, prima ancora che nei risultati, nel rigore e nel tempo (un intero anno) dedicati a tutte le fasi del processo di restauro: dallo studio delle fonti filmiche ed extra-filmiche a disposizione, alla ricerca dei materiali, alla datazione e alla comparazione di oltre sessanta elementi giunti a Bologna da numerose cineteche internazionali.
Un lavoro a cui abbiamo voluto dedicare ampio spazio nelle schede di questa sezione per condividere le problematicità, le scelte compiute e le scoperte emerse durante il lavoro di restauro. I quattro titoli selezionati per questa edizione non seguono un criterio cronologico né sono il frutto di una scelta curatoriale, ma sono stati dettati dall’avanzamento della ricerca. Guardando oggi The High Sign, The Paleface, Cops e Seven Chances viene spontaneo rintracciare i segni premonitori del virtuosismo tecnico, dell’audacia acrobatica e del carattere surreale che esploderà nelle opere mature di Keaton. Eppure sorprende la sua capacità di non ripetersi, di utilizzare diversi registri, di mettere in scena un’inesauribile varietà di situazioni comiche scaturite ora da un equivoco ora da un pretesto drammatico, dall’accanimento della sorte o degli elementi. Nonostante o proprio in virtù delle loro fragilità e imperfezioni, questi film non sono dei semplici lavori preparatori. Al contrario, trasmettono tutta la freschezza di una stagione creativa irripetibile in cui il genio visivo di Keaton emerge prepotentemente, e rivelano con chiarezza quella che Walter Kerr descrive come l’intransigenza di Keaton nei confronti del mezzo cinematografico, l’integrità del fotogramma, l’idea che la macchina da presa debba riprendere la realtà nel suo accadere, senza falsificazioni
Vi invitiamo dunque a gustare i film in programma come delle vere e proprie primizie, in attesa che il lavoro compiuto ci restituisca, tra qualche anno, l’anima più profonda dell’opera di Keaton.

Un ringraziamento speciale a: Tim Lanza, Kevin Brownlow, David Robinson, Hooman Mehran, Frank Scheide, John Bengtson e a tutte le cineteche che hanno messo a disposizione i loro materiali. La nostra più profonda gratitudine a Matthew e Natalie Bernstein per aver sostenuto generosamente i restauri di The High Sign e Cops.

Cecilia Cenciarelli

 

The High Sign (Tiro a segno, 1921) • Cops (Poliziotti, 1922) • The Paleface (Il viso pallido, 1922) • Seven Chances (Le sette probabilità, 1925)

 

 

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Programma a cura di Cecilia Cenciarelli

 

Nel settembre del 1949 la rivista “Life” pubblicò Comedy’s Greatest Era,forse l’articolo più celebre di James Agee. A metà tra l’inchiesta e il racconto lirico Agee celebrava quattro maestri del cinema comico muto – Lloyd, Langdon, Keaton e Chaplin – ricordando all’America l’unicità di un’arte che stava già cadendo nell’oblio.
In particolare il ritratto di Buster Keaton segnava la prima rivalutazione critica della sua arte dalla fine degli anni d’oro del muto, cogliendone magnificamente l’essenza: “Per stile e natura era il più profondamente ‘muto’ dei comici muti, tanto che anche un sorriso era in lui assordante e stonato quanto un grido. In un certo senso i suoi film sono una sorta di ‘trascendente numero da giocoliere’ in cui a librarsi sembra essere l’intero universo, sospeso in un meraviglioso movimento, che trova come unico punto di quiete il volto indifferente e impassibile del giocoliere”. L’autorevole articolo di Agee innescò un processo di riabilitazione artistica e contribuì a far rinascere l’interesse per i capolavori di Keaton, all’epoca praticamente introvabili.
All’inizio degli anni Cinquanta, grazie al sodalizio con Raymond Rohauer, i film di Keaton tornarono sul grande schermo. Con sua grande costernazione Keaton non ne possedeva i diritti, ma aveva conservato alcune rare copie che furono poi trasferite su pellicola safety. Svariati altri film ‘perduti’ furono ritrovati da James Mason che aveva acquistato ‘villa italiana’, la residenza hollywoodiana di Keaton.
Come molti collezionisti e distributori dell’epoca, Rohauer aveva l’abitudine di modificare il montaggio o sostituire i cartelli originali dei film per rivendicare un diritto sui materiali e così riscuotere un noleggio e, potremmo aggiungere oggi, rendere la vita dei restauratori ‘più interessante’. Per questo motivo e non solo il restauro dei corto e lungometraggi realizzati da Keaton tra il 1920 e il 1928 richiederà innanzitutto uno studio approfondito e una comparazione dei moltissimi elementi esistenti.
In questo senso siamo debitori nei confronti degli storici del cinema e dei pionieri del restauro, Kevin Brownlow in primis, che ci hanno aperto la strada ricordandoci che il restauro non può essere solo una questione di capacità tecnica ma deve necessariamente comportare una profonda comprensione del cinema e delle sue dinamiche interne. L’opera di Keaton è una delle più straordinarie esplorazioni del cinema in quanto tale: “Mentre altri, come Chaplin, usavano i film per rimandare a se stessi, Keaton si muoveva nella direzione opposta: rimandando al film in quanto tale – scrive Walter Kerr – Per lui il cinema era cinema, e il cinema muto era muto. Tutte le peculiarità del personaggio – costumi, movenze, psicologia – non dovevano prescindere da questi due assiomi”.

Cecilia Cenciarelli