Il paradiso dei cinefili
[2026]
Quest’anno siamo lieti di presentare le opere di due cineasti d’eccezione. La filmmaker svedese Gunvor Nelson (1931–2025) emerse nella seconda metà degli anni Sessanta dal vivace ambiente del cinema sperimentale della costa occidentale degli Stati Uniti per poi proseguire il suo percorso creativo nella natia Svezia. Attraverso dodici film realizzati tra gli anni Sessanta e Novanta, il programma esplora le diverse fasi della sua carriera, spaziando da opere strutturate ritmicamente a film personali, dall’unico lungometraggio narrativo-sperimentale a film di montaggio, includendo anche due opere finora inedite. Storicamente, il 16mm è stato il formato predominante del cinema scientifico, rappresentando una parte significativa dei materiali conservati negli archivi cinematografici. Oggi, tuttavia, viene raramente proiettato sul grande schermo. Per colmare questa lacuna presenteremo sei film degli anni Sessanta e Settanta firmati dal regista francese Éric Duvivier (1928–2018). Estranee alle convenzioni del cinema d’arte tradizionale, le opere di Duvivier dimostrano come l’espressione cinematografica possa fiorire anche all’interno di generi più rigidamente codificati, come il film scientifico. Le sue immagini rivelano inoltre un capitolo spesso trascurato della storia del cinema surrealista, offrendo al pubblico uno sguardo affascinante su una visione artistica singolare.
A cura di Karl Wratschko, con Julia Mettenleiter (Svenska Filminstitutet), John Sundholm (Stockholms universitet) e André Habib (Université de Montréal)
Foto: Phobie d’impulsion (1967) di Eric Duvivier
Storico delle edizioni

Quest’anno la sezione si concentra su un genere strettamente associato al formato 16mm: il documentario musicale, compreso il popolare sottogenere del rockumentary. L’avvento delle tecniche del direct cinema e il momento di massimo splendore della cultura musicale negli anni Sessanta portarono alla realizzazione di film che raccontavano le performance e gli stili di vita frenetici ed edonistici delle star della musica e dei loro entourage. Trattandosi di un’epoca di profondi cambiamenti culturali, la maggior parte dei documentari su musicisti, concerti e festival superò ben presto i confini dell’arte: la politica e la critica sociale divennero elementi integranti del genere. La selezione si muove tra diversi generi musicali, sottolineandone la varietà geografica ed estetica per esplorare le lotte e i mutamenti in atto tra gli anni Sessanta e gli Ottanta. Il programma include titoli come Festival (Murray Lerner, sul Newport Folk Festivals), Right On! (Herbert Danska, con i Last Poets), Wattstax (Mel Stuart, con Isaac Hayes, Albert King, Carla e Rufus Thomas) e The Decline of Western Civilization (Penelope Spheeris, con i Black Flag, i Circle Jerks, i Germs e gli X).
A cura di Karl Wratschk

A cura di Karl Wratschko con la collaborazione di Cinémathèque16,Cinémathèque québéquoise e André Habib
Dopo aver celebrato il centenario del formato 9,5mm nella scorsa edizione, proseguiamo quest’anno con un altro anniversario. Esattamente cento anni fa Eastman Kodak introduceva il formato 16mm come alternativa meno costosa alla pellicola 35mm. Inizialmente sviluppato per l’ambito amatoriale, divenne il formato ridotto più apprezzato e diffuso nella produzione cinematografica professionale. I settori in cui il 16mm è stato ed è usato sono molto vari. Abbiamo così deciso di unire le forze con l’associazione cinematografica indipendente Cinémathèque16 di Parigi per presentare una selezione dalla sua eclettica collezione, che abbraccia molti aspetti di questo formato. La selezione consiste in copie d’epoca risalenti a un periodo compreso tra gli anni Venti e gli anni Settanta e include un film muto imbibito (Lucretia Lombard, disponibile solo in 16mm), vecchie pubblicità, Scopitone (precursori dei video musicali), versioni home-movie di famosi horror, trailer di muti perduti e rarità di fiction e nonfiction di Éric Rohmer e William Klein. Ciascuno dei film presentati in questo capitolo è interessante dal punto di vista del contenuto e materiale. Il medium è il messaggio e il messaggio è il medium.
Il secondo capitolo del programma è dedicato alla cinematografia sperimentale del Québec e del Canada. Qui esploriamo un’area dalle attività cinematografiche molto diversificate che finora è stata poco presente al nostro festival. La selezione permette di scoprire le opere sperimentali di filmmaker come Joyce Wieland ed Etienne O’Leary, a ciascuno dei quali è dedicato un programma individuale. I film di Wieland offrono l’opportunità di perdersi nei piaceri della vita quotidiana, di seguire l’autrice nelle sue riflessioni sulla violenza insita nei movimenti della macchina da presa e di capire che analisi politica e cinema sperimentale non si escludono a vicenda. Raramente proiettata, la produzione di O’Leary (che riuscì a completare solo tre film nell’arco della sua vita) può essere descritta come un invito a fare un viaggio. I tre film psichedelici girati a Parigi ci permettono di (r)incontrare lo stile bohemién intenso, poetico e fugace dei tardi anni Sessanta. Se O’Leary fu definito “il Rimbaud del cinema” da alcuni suoi estimatori, c’è senz’altro un motivo. Il programma di apertura di questo capitolo riunisce una serie di rarità sperimentali, tra cui film amatoriali, prove di colore, cinema queer, un film surrealista underground di fantascienza… Incontrerete diversi approcci cinematografici di filmmaker come Louise Bourque, Michel DeGagné, Robert Desrosiers, Michel Gélinas, Jean Lafleur, Yves Lafontaine e Omer Parent in opere realizzate tra gli anni Quaranta e Novanta.
Karl Wratschko
Nel 1923, molto prima di diventare progressivamente un formato ‘universale’ dai molteplici sviluppi, il 16mm offre solo la possibilità di rivivere preziosi momenti familiari, tenendo fede allo slogan “it happens again on the screen” (“succede di nuovo sullo schermo”). Il primo catalogo offre quindi tutto quel che serve: la cinepresa Ciné-Kodak, il proiettore Kodascope e gli accessori necessari a filmare e proiettare i film di famiglia. Fin dall’inizio la pellicola 16mm è su supporto di sicurezza non infiammabile e l’attrezzatura è di facile utilizzo. Naturale quindi che già nel 1925 venga lanciata la Kodascope Library, una ricca collezione di film disponibili per il noleggio ai privati. Il cinema è ormai entrato nelle case.
In pochi anni il 16mm conquista il mondo, e i film non resteranno a lungo riservati all’uso domestico. Infatti, la leggerezza del formato e del materiale di proiezione ne rende possibile lo sfruttamento non commerciale in sedi alternative quali scuole e parrocchie, specie nelle zone rurali, lontano dalle sale cinematografiche delle grandi città. Per il 16mm gli anni del secondo dopoguerra sono una rivoluzione: il formato fa propri i perfezionamenti tecnici del 35mm, conquista i cinema e diventa lo strumento privilegiato dell’istruzione laica attraverso le reti dei cineclub. Nello stesso tempo gli artisti si appropriano del 16mm, che soprattutto grazie all’impulso della nouvelle vague e del cinema sperimentale diventa uno strumento creativo tuttora apprezzato.
A partire dal 2017 Cinémathèque16 si adopera per riabilitare il formato in tutta la sua ricchezza e la sua storicità. Le troppe copie deteriorate di ottava generazione di vecchie comiche non devono far dimenticare la varietà e la singolarità degli impieghi del formato. Il programma proposto tenta di tracciare un quadro proteiforme del 16mm, formato in fondo misconosciuto. Preparate con cura, quasi tutte le copie della collezione di Cinémathèque16 sono proiettabili con apparecchiature adeguate. Così, cent’anni dopo, le copie originali più antiche, alcune delle quali imbibite, possono nuovamente trovare un pubblico. L’accento sarà posto anche sui collezionisti, anelli di congiunzione naturali nonché momentanei depositari di questo patrimonio, e sulle loro pratiche amatoriali.
Le copie presentate sono state selezionate per la loro autenticità, le loro caratteristiche di rarità e talvolta le loro specifiche destinazioni, che richiederanno una contestualizzazione approfondita per facilitarne la piena comprensione.
Benoît Carpentier e Naeje Soquer

A cura di Mariann Lewinsky e Karl Wratschko
Quest’anno abbiamo diviso la sezione in due parti. Nella prima ci rechiamo in Germania per presentare un singolarissimo archivio cinematografico che ha sede all’Università di Paderborn. Creato agli inizi degli anni Duemila da Annette Brauerhoch, raccoglie esclusivamente le opere di cineaste sperimentali provenienti dall’area germanofona. Qui presentiamo una selezione di film realizzati tra gli anni Sessanta e i Duemila. La combinazione di tre programmi offrirà l’occasione di scoprire film underground e sperimentali dell’area di lingua tedesca che in alcuni casi sono passati inosservati nel loro paese di produzione. Filmmaker come Ute Aurand, Christine Noll Brinckmann, Elfi Mikesch, Pola Reuth e molte altre si sono battute contro l’immaginario conservatore e reazionario della produzione cinematografica tradizionale. La loro missione era attaccare la rappresentazione stereotipata dei ruoli di genere nel cinema mainstream e ampliare la visione dominante della sessualità e dell’estetica femminile. Un’altra proposta di quest’anno è direttamente collegata a queste dinamiche. È la presentazione di un progetto di restauro realizzato dalla Kinothek Asta Nielsen di Francoforte sotto la guida dell’ex direttrice Karola Gramann. Il film queer punk sperimentale austriaco Rote Ohren fetzen durch Asche (Flaming Ears) fu realizzato nel 1991 in formato Super8 da Ursula Pürrer, Dietmar Schipek e Ashley Hans Scheirl (che quest’anno rappresenterà l’Austria alla Biennale di Venezia insieme a Jakob Lena Knebl). Grazie alla Kinothek Asta Nielsen il film è ora nuovamente pronto per il grande schermo dopo un lungo ed elaborato restauro digitale.
Nella seconda parte celebriamo i cent’anni del formato 9,5mm. Nel 1922 Charles Pathé presentò il mitico sistema home movie chiamato Pathé-Baby. La pellicola 9,5mm era all’epoca il formato cinematografico più compatto e fu usata per distribuire nel circuito domestico film commerciali già usciti al cinema. In seguito fu introdotta anche una cinepresa. Al festival presenteremo quattro sessioni con versioni di film significativi distribuite in 9,5mm attraverso il catalogo Pathéscope. Lichtspiel / Kinemathek Bern presenterà due programmi di copie d’epoca proiettate con un apposito proiettore 9,5mm. Altri due programmi verranno presentati in formato digitale dalla Fondation Jérôme Seydoux-Pathé e da INEDITS, che curerà anche tre brevi compilation di 9,5mm amatoriali, grazie alle quali attraverseremo l’Italia e visiteremo la Bologna del passato. Potremo così apprezzare alcuni pezzi forti delle collezioni 9,5mm degli archivi cinematografici europei.
La nostra conoscenza del 9,5mm è sensibilmente migliorata grazie a The 9.5mm Vintage Film Encyclopaedia (2020), che comprende 12.460 titoli. Se siamo stati in grado di indicare la data di distribuzione in 9,5mm dei film di questo catalogo è merito della pluridecennale ricerca di Patrick Moules.
Karl Wratschko e Mariann Lewinsky
A cura di Karl Wratschko e Mariann Lewinsky
Nel terzo appuntamento con questa sezione ampliamo la nostra panoramica sui film a passo ridotto. Negli ultimi due anni ci siamo limitati a presentare cortometraggi, ma la pellicola di piccolo formato è stata usata anche per girare lungometraggi, che rappresenteranno una parte fondamentale del programma di quest’anno. Proietteremo inoltre per la prima volta in Super8mm, un formato che raramente riesce ad approdare nelle sale cinematografiche.
Le tre filmmaker di quest’anno, Helga Fanderl, Annik Leroy e Trinh T. Minh-ha, appartengono tutte alla stessa generazione (nata tra il 1947 e il 1952). Ciò nonostante, le loro rispettive produzioni sono caratterizzate da un’impronta personale molto forte. L’edizione di quest’anno si concentra sulla pluralità: ci mostra la versatilità con cui l’espressione cinematografica può manifestarsi. Ciò che accomuna le tre artiste non è l’approccio cinematografico o il linguaggio, ma la perentoria volontà di realizzare opere autonome e molto personali. Questa selezione celebra quindi la singolarità e ci ricorda che l’indipendenza è ancora possibile in un mondo dominato da una produzione cinematografica ampiamente standardizzata.
L’artista del Super8 Helga Fanderl ha curato personalmente una selezione delle sue miniature cinematografiche. Fanderl usa una tecnica di ripresa in sequenza nella quale l’atto della percezione e l’atto del filmare coincidono. L’occhio della sua cinepresa cattura in modo fenomenologico, puro e autentico, elementi del mondo circostante che spesso sfuggono alla nostra attenzione. Vers la mer e In der Dämmerstunde – Berlin sono due lungometraggi di Annik Leroy, i cui film in bianco e nero girati in modalità flâneur sono guidati da un approccio critico alla storia europea. Reassemblage è il lavoro d’esordio dell’artista e teorica Trinh T. Minh-ha. Il suo film-saggio mette in discussione le convenzioni del cinema documentario e il suo potere di manipolare il punto di vista degli spettatori. Questo complesso studio visivo sulla vita delle donne nel Senegal rurale spinge così al limite le nostre aspettative.
Infine, ma non meno importanti: tutti i formati. Spesso agli albori del cinematografo i registi inventavano e costruivano le proprie apparecchiature di ripresa e proiezione. È ancora così. Ogni tanto capita che un regista, insoddisfatto della tecnologia che ha a disposizione, si trasformi in inventore. È successo non molto tempo fa a Praga, dove Jan Kulka ha costruito un proiettore prodigioso, l’Archeoscopio. Diversamente da quel che accade nel cinema convenzionale, qui il cineasta è parte integrante della performance. Kulka installerà il suo Archeoscopio al centro di una sala cinematografica del nostro festival e presenterà due programmi pieni di meraviglie, compresa la proiezione di merletti, cristalli di sale, pluriball.
Karl Wratschko e Mariann Lewinsky
Programma a cura di Karl Wratschko e Mariann Lewinsky
Siamo solo al secondo anno e già il titolo della sezione ci va stretto… Avevamo previsto di proiettare film in Super8mm, 16mm, ingrandimenti a 16mm di Super8, un ingrandimento a 35mm di un Super8 e film ‘fuori formato’, vale a dire di ogni formato possibile, fino a 80mm. Alcuni di questi sono rimandati all’edizione del prossimo anno, ma ciò che rimane è ancora un’offerta assai varia. Le opere dei tre grandi artisti visivi che presentiamo sono spesso definite sperimentali. È una classificazione ingannevole. Che cos’è un esperimento? Tutto ciò che non si conforma alle regole del cinema commerciale? Queste opere sono, semplicemente e in senso stretto, film. Ciò è particolarmente vero per Peter Hutton, coerente creatore di una forma di cinema essenziale: catturare il mondo mediante l’occhio cinematografico e offrire al mondo immagini di straordinaria chiarezza e purezza. Il Super8mm è stato ben più di un popolare formato amatoriale. Ha permesso ai cineasti di operare al di fuori delle ingombranti strutture commerciali (è il formato di film come Io sono un autarchico di Nanni Moretti). I film di Barbara Meter, tutti in Super8, esibiscono colori meravigliosi e una grande bellezza sia nel formato originale, sia trasfigurati nell’ingrandimento, e sono caratterizzati dall’attenzione per gli oggetti più ordinari e trascurati della vita quotidiana. Un caso diverso è quello di Henri Plaat, olandese come Meter e molto più noto come pittore che come regista. Plaat usa due modalità cinematografiche opposte, da un lato realizzando lunghi diari di viaggio in terre lontane, dall’altro creando fi lm-collage nello studio di casa. Abbiamo privilegiato i suoi collage: brevi, senza pretese e spesso esilaranti, sono vere scoperte e consolazioni. La proiezione di Images of Asian Music di Peter Hutton, durante la scorsa edizione del Cinema Ritrovato, ci ha fatto venire voglia di rivedere il fi lm e di conoscere meglio questo regista, di cui proponiamo quest’anno altre tre opere. Hutton ha spesso detto di essere stato profondamente influenzato dal cinema delle origini. Proiettare le sue opere subito dopo un programma di vedute Lumière del 1899 è stata un’esperienza illuminante e ci ha impartito una lezione essenziale: tutto si incentra sull’arte di vedere.
Karl Wratschko e Mariann Lewinsky
Programma a cura di Mariann Lewinsky, Sarah Neely e Karl Wratschko
La storia del cinema sarebbe completamente diversa senza la pellicola a passo ridotto. Gran parte del cinema indipendente, amatoriale e sperimentale non esisterebbe. Gli artisti contemporanei continuano a sfruttare le singolari potenzialità dei formati 8mm, Super8mm, 16mm e Super16mm, e la particolare magia di Bella e perduta (2015) di Pietro Marcello o di Lazzaro felice (2018) di Alice Rohrwacher è in parte dovuta al fatto che sono stati girati in Super16mm. Oggi però i formati analogici a passo ridotto vengono spesso impiegati solo per registrare le immagini prima di digitalizzarle per il montaggio e la distribuzione. Perfino nel mondo degli archivi le pellicole a passo ridotto vengono abitualmente digitalizzate e mostrate in formato digitale: basti vedere il (peraltro eccellente) restauro digitale di Echte Clichés di Eric de Kuyper nella sezione Ritrovati e Restaurati. Poter vedere un film in 16mm in una proiezione a 16mm è ormai un’esperienza a dir poco rara. Vogliamo offrirla a un pubblico che sia non solo interessato a riscoprire determinati contenuti, ma che abbia anche un’idea del cinema come arte visiva legata al materiale e al formato del supporto.
I film che presentiamo sono stati girati tra gli anni Trenta e gli anni Duemila in gran parte da donne, che a quanto pare hanno dovuto lavorare più spesso dei loro colleghi maschi con il meno costoso formato a passo ridotto. Tre di queste artiste hanno forti legami con altre forme d’arte: Margaret Tait con la poesia, Maria Lassnig con la pittura e Martha Colburn con la musica. Maria Lassnig e Martha Colburn appartengono a generazioni diverse e nei loro film d’animazione hanno sviluppato stili molto personali, ma le loro opere presentano forti assonanze essendo accomunate dall’attenzione per il femminismo, la sessualità e la cultura pop. Margaret Tait si è invece concentrata soprattutto sulle persone e i luoghi che le erano familiari, e le sue ‘poesie in forma di film’ sono caratterizzate da straordinari momenti di intimità. Qui le singolari potenzialità delle cineprese a passo ridotto sono evidentissime.
Berlin 1936 di Jean Vivié e Pierre Boyer, Farbtest. Die rote Fahne di Gerd Conradt e Images of Asian Music (A Diary from Life 1973-74) di Peter Hutton rappresentano tre tipici generi della produzione in 16mm: il film amatoriale, il film studentesco e il cinema sperimentale. Inoltre riflettono tutti e tre esplicitamente o implicitamente le forze politico-ideologiche che hanno dominato il Ventesimo secolo: l’imperialismo, il fascismo e il comunismo.
La realtà ci ha messo i bastoni tra le ruote. Alcuni film non erano disponibili in copie di conservazione 16mm e si è scoperto che in origine Calypso di Margaret Tait è stato realizzato a partire da found footage in formato 35mm e non su pellicola 16mm. In compenso, nella sezione dedicata a Georges Franju verranno proiettati due film in 16mm, En passant par la Lorraine e Theatre national populaire.
Mariann Lewinsky e Karl Wratschko