[FILM]
Sog.: dal romanzo Zigomar (1910) di Léon Sazie. Scen.: Victorin-Hippolyte Jasset. F.: Ravet. Int.: Alexandre Arquillière (Zigomar), André Liabel (Paulin Broquet), Josette Andriot (La Rosaria), Attilio Maffei (l’aviatore), Paul Guidé, Émile Keppens, Henri Gouget, Camille Bardou, Édouard Pinto, Marise Dauvray. Prod.: Éclair. 35mm. D.: 45’ Bn
Storico delle edizioni
Un quiz per cinefili: in uno splendido avvincente serial francese, un’affascinante attrice in calzamaglia nera appare nel ruolo della malvagia complice dell’eroe criminale. Chi sono l’attrice dagli occhi scuri e il regista?
Victorin Jasset cominciò a dedicarsi al formato seriale nel 1908 e continuò fino alla morte prematura, nel 1913. In Peau d’anguille, terzo e miglior episodio della serie Zigomar, La Rosaria (Josette Andriot), complice del bandito Zigomar (Alexandre Arquillère), viene promossa dal ruolo di spalla alla parte di protagonista. All’inizio Andriot, nella sua calzamaglia nera, scivola fuori da una bara – silhouette snella e conturbante. Resteremo turbati, ipnotizzati, ben oltre l’ultima inquadratura del film.
Il suo diabolico sorriso finale anticipa il piacere che l’eroina proverà nel trasformare la prigionia in occasione d’ingannare il detective Broquet e di farsi gioco di lui ancora una volta. Perché non c’è cella al mondo che possa trattenere una donna capace di usare un elefante da circo travestita da danzatrice orientale per scardinare da un muro una cassaforte e filarsela via come se nulla fosse (L’Éléphant cambrioleur), o di maneggiare esplosivi e pilotare aeroplani, questa volta nei panni di un’elegante turista (Le Brigand de l’air). Nelle serie successive di Jasset, Josette Andriot interpreta l’eroina eponima, Protéa, spia camaleontica, mirabolante, esperta in fughe acrobatiche – l’attrice era un’intrepida sportiva. E tutto questo ben prima che Musidora, nel suo leggendario catsuit, scivolasse dentro il ruolo di Irma Vep.
Mariann Lewinsky
Crediti di restauro
per concessione di Marc Sandberg
Il terzo e ultimo Zigomar di Victorin-Hippolyte Jasset (dopo Zigomar del 1911 e Zigomar contre Nick Carter del 1912) è senza dubbio il migliore della serie internazionale di successo e ricca di repliche sul bandito Zigomar (Alexandre Aquillère). E’ forse dovuto al fatto che La Rosaria, sua complice, da figura marginale sia passata al ruolo di eroina? Già all’inizio della prima parte (La Résurrection de Zigomar) la snella e affascinante silhouette di Andriot, vestita del suo catsuit nero, scivola fuori da una bara mentre noi subiamo il contraccolpo di quella fascinazione ben oltre l’ultima inquadratura del film. Il suo ultimo sorriso malvagio ci svela infatti quanto piacere lei provi nel saper trasformare il suo arresto nell’occasione per umiliare ancora una volta il detective Broquet e prenderlo in giro. Perché, non c’è cella al mondo che possa fermare chi, come lei, riesce a rubare un tesoro pieno di soldi travestita da danzatrice orientale in compagnia di un elefante addestrato (L’Eléphant Cambrioleur) ed è in grado di saper usare aeroplani e materiali esplosivi in incognito camuffata da elegante turista (Le Brigand de l’air). Di conseguenza, Jasset, fa di questa trasformista e imprendibile bandita l’eroina della sua serie successiva, la camaleontica e inafferrabile spia Protéa. Victorin-Hippolyte Jasset ha iniziato il lavoro di questo serial per Éclair nel 1908 con Nick Carter (sei brevi episodi ogni due settimane) e l’ha portato avanti fino alla sua precoce morte del 1913. “Tutte le storie del cinema innalzano inni di gloria a Louis Feuillade, ma scarno e superficiale è il ricordo di Victorin Jasset, che, prima del regista di Fantômas (1913) e dei Vampires (1915-1916) aveva portato sullo schermo le avventure e di Zigomar e di Protea, film che, rispetto ai tormentoni di Feuillade, avevano il pregio di informare costantemente gli spetatori, attraverso abbondanti iniezione di autoironia, che quanto stavano vedendo sullo schermo era pura fantasia, una gioiosa presa in giro delle misteriose avventure che invece Feuillade, con seriosa compunzione, gabellava come fossero reali”.
Vittorio Martinelli, Le dive del silenzio, 2001, p. 16