[FILM]
Sog.: dal racconto omonimo (1919) di William Fryer Harvey. Scen.: Curt Siodmak, Harold Goldman. F.: Wesley Anderson. M.: Frank Magee. Scgf.: Stanley Fleischer, Bertram Tuttle. Mus.: Max Steiner. Int.: Robert Alda (Bruce Conrad), Andrea King (Julie Holden), Peter Lorre (Hilary Cummins), Victor Francen (Francis Ingram), J. Carrol Naish (Ovidio Castanio), Charles Dingle (Raymond Arlington), John Alvin (Donald Arlington), David Hoffman (Duprex). Prod.: William Jacobs per Warner Bros. Pictures – 35mm. D.: 88’
Storico delle edizioni
Quando il pianista in carrozzella Francis Ingram viene trovato morto, i sospetti ricadono sul suo entourage: potrebbe essere stata la sua infermiera Julie, o il suo segretario Cummins, o l’eterno gregario Bruce, segretamente innamorato di Julie? Quando il testamento di Ingram designa Julie unica erede, la famiglia del defunto si fa venire delle idee, come la materializzazione di un testamento ‘precedente’ (e non ancora scritto), mentre Cummins inizia a preoccuparsi sempre più per la sua biblioteca, dato che chiunque erediti la casa finirà per entrare in possesso anche di quei tesori… All’epoca di The Beast with Five Fingers il tipo di Peter Lorre era già stato scolpito nella pietra, ed era quanto di più lontano dal buonsenso e dalla rispettabilità. Nonostante il sapiente lavoro sulla sceneggiatura del grande moralista del cinema di genere Curt Siodmak, la grande domanda in The Beast with Five Fingers non è mai stata “Chi ha ucciso Francis Ingram?”, ma sempre “Come interpreterà Lorre il colpevole Hilary Cummins, e come appariranno tutti gli altri in rapporto a lui?”. In questo caso non tutta la follia di Cummins è espressa da quella che è la specialità di Lorre in chiave horror, ovvero un’anima in pena con la grazia di un sonnambulo. Alcuni effetti speciali d’eccellente fattura e la formidabile eleganza della regia di Robert Florey aggiungono ulteriori livelli a questa performance particolarmente sopra le righe. Con il senno di poi è difficile non intravedere in questo assalto carico d’angoscia ai nervi degli spettatori i problemi personali che affliggevano Lorre all’epoca: la Warner aveva tagliato i ponti, lasciandolo andare alla deriva mentre la sua carriera entrava in una fase di stanca; la sua risaputa amicizia con Bertolt Brecht e le sue convinzioni di sinistra, inoltre, rendevano sempre più rischioso per lui vivere e lavorare a Hollywood.
Olaf Möller
Per concessione di Park Circus
Florey decise che l’unico modo per trarre qualcosa dalla quella storia era “raccontarla attraverso gli occhi di Hilary Cummins” [Peter Lorre]. Progettò e fotografò i set in stile espressionista e montò il film di conseguenza, “così come nel 1931 avevo concepito l’adattamento di Frankenstein e scritto e diretto Murders in the Rue Morgue per la Universal”. Florey ne parlò a Lorre, che interessato all’idea accompagnò Florey nell’ufficio del produttore. William Jacobs liquidò il progetto definendolo “commercialmente impensabile”. “Si intravede ciò che The Beast with Five Fingers avrebbe potuto essere” disse il regista “nella sequenza in cui Hilary, solo nella biblioteca, lotta con la mano tagliata. Con orrore guarda l’arto tornare a perseguitarlo, rendendo evidente il bizzarro legame tra la mano e l’astrologo pazzo che infine la immobilizza sulla scrivania: la mano fugge e Hilary la rincorre. Questa sequenza e una serie di rapidi inserti che spostano l’attenzione su oggetti e ombre nella stanza per poi tornare con angolazioni distorte sul volto di Hilary e su primi piani della mano strisciante, con strani effetti sonori e una musica bizzarra incisi successivamente, il gemito della corda spezzata di un mandolino appeso al muro, il suono acuto e stridulo che accompagna ogni movimento della mano… Il film sarebbe stato un successo se diretto interamente così come l’avevo concepito”.
Stephen Youngkin, The Lost One. A Life of Peter Lorre, The University Press of Kentucky, 2005