[FILM]
T. alt.: Scarface, The Shame of a Nation. Sog.: dal romanzo omonimo di Armitage Trail. Scen.: Ben Hecht, Seton I. Miller, John Lee Mahin, William R. Burnett. F.: Lee Garmes, William O’Connell. M.: Edward Curtiss. Scgf.: Harry Oliver. Mus.: Adolph Tandler, Gus Arnheim. Int.: Paul Muni (Tony ‘Scarface’ Camonte), Ann Dvorak (Cesca Camonte), George Raft (Guino Rinaldo), Karen Morley (Poppy), Vince Barnett (Angelo), Osgood Perkins (Johnny Lovo), Boris Karloff (Tom Gaffney), C. Henry Gordon (ispettore Guarino). Prod.: Howard Hawks, Howard Hughes per Caddo Company, Atlantic. DCP. D.: 94’. Bn.
Storico delle edizioni
“Capolavoro della Hollywood in action, [il film di Hawks] non commemora nulla, parla, stride, spara”. Il cinema è diventato sonoro da qualche anno solamente, così “il graffio dei mitra e lo staccato delle pistole di Scarface è un linguaggio che non si dimentica”. Come ha scritto Tino Ranieri, cui abbiamo rubato le citazioni precedenti, l’epopea di Tony Camonte è qualcosa che va ben al di là della presunta biografia di Al Capone. È il film che fonda i canoni di un genere e insieme ne fissa il mito, viaggio nel “nero entroterra della malavita americana” (sempre Ranieri) ma insieme spietata parabola della storia del successo americano. Certo, l’etica tutta italiana dell’onore familiare e del rapporto possessivo con la sorella Cesca rimanda alla storia del Rinascimento italiano e ai due figli illegittimi di papa Alessandro VI Borgia, all’amore incestuoso che tanto scandalizzò i paladini del Codice Hays (oltre al Massachusetts Grand Council of the Order Sons of Italy in America, che auspicò il boicottaggio del film in tutte le città dello stato). E molte delle gesta di Camonte sembrano citazioni letterarie delle gesta di Al Capone e dei suoi pari: la morte che apre il film (come quella di ‘Big Jim’ Colosimo), l’esecuzione in ospedale (ispirata a ‘Legs’ Diamond), l’uccisione nel negozio di fiori (come Dean O’Banion), l’assedio al bunker del gangster (come quando fu catturato Francis ‘Two Gun’ Crowley). Per non parlare del massacro di San Valentino. Ma la vera forza propulsiva del film è l’inarrestabile americanizzazione di Tony Camonte, la graduale perdita del suo accento, la metamorfosi dei suoi vestiti dove le vistose camicie a righe e gli abiti con le spalle squadrate lasciano il posto alle spille da cravatta e ai vestiti di seta, e nelle ultime scene allo smoking. Più di tutto, Scarface è la storia di un uomo che ha saputo arrivare ai vertici della società. E forse è per questo che mentre “Il Giornale d’Italia” tuonava contro il film (che fu proibito dal fascismo), Benito Mussolini chiedeva di poterne visionare una copia, forse perché aveva riconosciuto, nell’aria del sestetto della Lucia di Lammermoor che torna in tanti momenti topici del film, quello che diceva il testo scritto da Cammarano per Donizetti: “Chi mi frena in tal momento?”.
Paolo Mereghetti
La recensione su Cinefilia Ritrovata
Restaurato in 4K nel 2017 da Universal Pictures a partire da un duplicato del negativo safety 35mm
La maggior parte dei gangster che ho incontrato erano piuttosto infantili. Non ne posso più di tutta quella roba che vedo sui gangster, dove ognuno ringhia a qualcun altro ed è l’uomo più brutale del mondo. Quei ragazzi non erano certo così, erano solo dei bambini. Ci siamo divertiti a farlo. L’idea che quei tipi erano infantili ci fu d’aiuto per fare alcune scene. Per esempio, Ben Hecht scrisse per Muni una scena. Quando gli dissi che avremmo dovuto fare una bella scena di Capone che scopre una mitragliatrice, Ben mi chiese: “Che cosa vuoi dire?” E io: “Be’, non puoi scrivere la scena come se si trattasse di un bambino che scopre un giocattolo nuovo?” “Oh, sì”. E scrisse una battuta meravigliosa.
(Howard Hawks, in Joseph McBride, Il cinema secondo Hawks, Pratiche, Parma, 1992)
Non dimentichiamo che Howard Hawks è un moralista; lontano dal provare simpatia per i suoi personaggi, li carica del suo disprezzo; per lui, Tony Camonte è un degenerato, abbruttito, e, volutamente, ha diretto Paul Muni in modo da farlo assomigliare a una scimmia, le braccia penzoloni, il muso ingrugnito. (…) La più bella inquadratura della storia del cinema è certamente quella della morte di Boris Karloff in questo film: per lanciare una boccia al gioco dei birilli fa un piegamento delle gambe, ma non si raddrizza più perché una raffica di mitra pone fine al suo movimento: la cinepresa riprende la sfera che rovescia tutti i birilli meno uno, che gira a lungo su se stesso prima di cadere esattamente come Boris Karloff. (…) Non di letteratura si tratta: forse è danza, forse poesia, sicuramente cinema.
(François Truffaut, I film della mia vita, Marsilio, Venezia 197)