[FILM]
Sog., Scen.: Federico Fellini, Bernardino Zapponi. F.: Giuseppe Rotunno. M.: Ruggero Mastroianni. Scgf.: Danilo Donati Mus.: Nino Rota. Int.: Peter Gonzales (Fellini ragazzo), Fiona Florence (Dolores), Pia De Doses (principessa Domitilla), Marne Maitland (la guida alle catacombe), Renato Giovannoli (cardinale Ottaviani), Elisa Mainardi (la moglie del farmacista), Galliano Sbarra (il presentatore), Norma Giacchero (l’intervistatrice), Alvaro Vitali (il ballerino). Prod.: Turi Vasile per Ultra Film, Les Productions Artistes Associés. DCP. D. : 130’. Col.
Storico delle edizioni
Int.: Anna Magnani. DCP. D.: 1’ (estratto). Col.
Sappiamo che questo episodio semi-documentario su un quartiere caratteristico dell’Urbe nacque da un suggerimento dei produttori; secondo loro in un film visionario straricco di passato gli spettatori internazionali, affezionati al colore locale, avrebbero gradito anche un episodio girato sulla Roma popolare contemporanea. […] Nel quartiere di Trastevere si celebra ogni anno una ricorrenza dal nome molto significativo: la Festa de Noantri. […] Fellini conclude l’episodio trasteverino con un fulmineo omaggio all’attrice che più di tutte ha saputo incarnare la città: Anna Magnani. La mitica eroina di Roma città aperta sta rientrando a casa, a Palazzo Altieri (la scena però è girata nella vicina piazzetta Mattei, accanto al ghetto). L’attrice morirà due anni dopo, nel settembre 1973 quest’apparizione sarà un po’ come un malinconico commiato dal cinema. “Anna… vuoi dire anche tu qualcosa su Roma? Tu che sei quasi un simbolo… Lupa e vestale… In che cosa somigli a questa città?”. Una parola. “A Federi’, va’ a dormi’… va’,,, Nun me fido! Ciao, buonanotte!” taglia netto Nannarella, e chiude il portone. No, non sarà certo Anna Magnani a tentare di rivelare a Fellini il segreto di una città che, quasi trimillenaria, “non si fa svelare”.
Aldo Tassone, Fellini 23½. Tutti i film, Edizioni Cineteca di Bologna, Bologna 2020
Quando vidi Roma la prima volta – e poco tempo prima, nei giorni in cui stava girando, di notte, la ‘festa de noantri’ a Trastevere, avevo potuto passare un intero pomeriggio o quasi a discutere apertamente con lui del suo cinema, nello studio che aveva allora in via Sistina – mi parve di assistere a due film diversi, divisi per blocchi, intrecciati per blocchi. Tornai a vederlo due, tre volte, con insaziata avidità e voglia di ragionarci sopra, tal quale mi era accaduto per La dolce vita quando avevo vent’anni.
Si poteva distinguere Roma in due parti. Un primo blocco riguardava una Roma che era finalmente quella carnale violenta volgare del Belli (non quella ‘buonista’ degli zavattiniani e post-zavattiniani), mentre il secondo affrontava immaginosamente (e riuscendo pur sempre a sbalordire) ambienti che potessero, scrissi, sollevare sorpresa ed entusiasmo negli stranieri e non solo negli italiani – un passato ‘archeologico’, una sfilata di moda vaticana… Sì, mi dicevo, “è del poeta il fin la meraviglia” (e mettevo insieme allora, in questo programma, Fellini e Kubrick come ultimi maghi alla Méliès, da contrapporre agli eredi dei Lumière, e mi stupivo che Fellini fosse stato l’allievo più diretto di Rossellini…). Ma c’è meraviglia e meraviglia, e quella che nasce da un’esperienza diretta mi sembrava in Roma più forte di quella immaginata, dilatata.
Insomma la Roma felliniana più vera mi sembrava quella più vissuta, che era infine anche quella del Bidone, di Cabiria, quella ‘vera’ scoperta da Moraldo il provinciale, il vitellone riminese, prima che diventasse il Marcello reporter sconcertato e travolto dalla ‘Capitale’.
Nella recensione che scrissi a suo tempo di Roma (il ’68 era ancora ben vivo) scrissi della sequenza finale della traversata di inidentificabili giovani in moto attraverso i luoghi topici della Città detta Santa…, che era l’inquieta visione felliniana del futuro, che non si trattava di “angeli sterminatori ed estranei” ma di “futuri impiegati di ministero che voteranno fiamma” (leggi, oggi, Di Maio o Salvini…). Quel che è venuto fuori è un misto che non potevamo prevedere, né Fellini né, nel mio piccolo, io. Resta ed è feroce la nostalgia di un artista che cercava e talvolta anche sbandava, ma che scrutava e cercava, che intuiva o capiva. E sbalordiva soprattutto per questa sua straordinaria capacità.
Goffredo Fofi
Crediti di restauro
Restaurato in 4K nel 2019 da Cineteca di Bologna in collaborazione con Titanus e con il sostegno di Hollywood Foreign Press Association presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata
Alla proiezione sono abbinate alcune sequenze tagliate recentemente ritrovate presso la Cineteca Nazionale, dove appaiono, fra gli altri, Marcello Mastroianni e Alberto Sordi.
Che cos’è Roma? A che penso quando sento la parola Roma? Me lo sono spesso domandato. E più o meno lo so. Penso a un faccione rossastro che assomiglia a Sordi, Fabrizi, la Magnani. Un’espressione resa pesante e pensierosa da esigenze gastro-sessuali. Penso a un terreno bruno, melmoso; a un cielo ampio, fasciato, da fondale dell’opera, con colori viola, neri, argento; colori funerei. Ma tutto sommato è un volto confortante. Confortante perché Roma ti permette ogni tipo di speculazione in senso verticale. Roma è una città orizzontale, di acqua e di terra, sdraiata, ed è quindi la piattaforma ideale per dei voli fantastici. (…) Roma è una madre, ed è la madre ideale, perché indifferente. È una madre che ha troppi figli, e quindi non può dedicarsi a te, non ti chiede nulla, non si aspetta niente. Ti accoglie quando vieni, ti lascia andare quando vai, come il tribunale di Kafka. In questo c’è una saggezza antichissima; africana quasi; preistorica. Sappiamo che Roma è una città carica di storia, ma la sua suggestione sta proprio in un che di preistorico, di primordiale, che appare netto in certe sue prospettive sconfinate e desolate, in certi ruderi che sembrano reperti fossili, ossei come scheletri di mammut… (…) Col suo pancione placentario e il suo aspetto materno evita la nevrosi ma impedisce anche una vera maturazione. Qui non ci sono nevrotici ma nemmeno adulti. È una città di bambini svogliati, scettici e maleducati; anche un po’ deformi, giacché impedire la crescita è innaturale. Anche per questo a Roma c’è un tale attaccamento alla famiglia. Io non ho mai visto una città al mondo dove si parli tanto dei parenti. (…)
Avevo pensato a una Roma scrutata come da uno straniero, una città vicinissima e lontana come un pianeta. Da questa prima idea, quasi senza che me ne accorgessi, s’è sviluppato col tempo il progetto del film attuale. E adesso che il film è finito, non so proprio se risponda o no all’ispirazione iniziale. No, non so proprio dirlo. (…) Sono rimaste fuori parecchie cose della sceneggiatura. Volevamo fare una sequenza sulla circolare notturna, una sulla partita Roma-Lazio, con il tifoso che ha perso la scommessa e deve immergersi nella fontana di piazza degli Eroi… Una sequenza sulle donne di Roma; una sul Ponentino e sulle nuvole… Sono rimaste fuori. Soprattutto è rimasta fuori la sequenza sul cimitero del Verano.(…) Anche nel camposanto, Roma mantiene il suo aspetto di grande appartamento nel quale puoi passeggiare in pigiama, ciabattando. Ma questa sequenza non l’ho più girata. Comunque, nel film c’è ugualmente l’aspetto di quell’immenso cimitero, brulicante di vita che è Roma.
Federico Fellini, Roma & Fellini, in Federico Fellini, Roma, a cura di Bernardino Zapponi, Cappelli, Bologna 1972
Nel suo terzo ‘falso’ documentario, dopo Block-notes di un regista (1969) e I clowns (1970), Fellini si libera da ogni vincolo di linearità narrativa e privilegia il fascino misterioso e allusivo dell’evocazione frammentaria. Roma infatti inizia con dieci brevi sequenze, ambientate in una cittadina romagnola negli anni ‘20 e ‘30, dove il nome e l’immagine della Città Eterna rimandano ad un’entità lontana e mitologica, richiamata in quel piccolo mondo dai cippi stradali, dalla radio, dai suoni e dalle immagini tramandate dalla scuola e soprattutto dal teatro e dal cinema. Poi i frammenti assumono una durata più distesa, mostrando l’arrivo a Roma di un giovane (un autoritratto felliniano) che nel 1939 scopre i labirinti affollati delle case romane e le cene pantagrueliche all’aperto. Poi improvvisamente irrompe il presente e la troupe di Fellini, intento a realizzare il film che stiamo vedendo. La Roma degli anni ‘70 si condensa nella sequenza infernale del traffico automobilistico sul raccordo anulare, dove si perde la nozione del tempo e dello spazio, nel viaggio fantastico in una metropolitana che nasconde il mistero di antiche case romane, nella spettrale e grottesca cerimonia di un defilé di moda ecclesiastica e nell’euforia caotica della Festa de Noantri. Ma il presente è intercettato per due volte dal passato e due brani riaffiorano come visioni della memoria: lo spettacolo comico e crudele dell’avanspettacolo al Teatrino della Barafonda e il mondo sotterraneo dei casini, con le sfilate delle prostitute che si offrono alla fame dei clienti. Dopo una fugace apparizione di Anna Magnani, il caleidoscopio si chiude con un’apocalittica visione di Roma notturna, invasa da un nugolo di motociclisti senza volto, che sembrano annunciare oscure minacce a venire. L’attesa ingenua di chi, dalla provincia, sogna il mito di Roma, si contrappone così alla realtà sanguigna, sensuale e cinica della capitale e soprattutto al clima di apparente liberalizzazione degli anni ‘70, attraversato da segni funesti. Mantenendo più defilata la propria presenza rispetto ai due film del ‘69 e del ‘70, Fellini insinua echi sottilmente autoreferenziali (tra il pubblico della Barafonda s’intravede un’evocazione di Luigi A. Garrone, alias ‘Gattone’, che avrebbe dovuto figurare in Moraldo in città; l’atmosfera della casa romana adombra le vignette di Attalo per il “Marc’Aurelio”, di cui Fellini fu collaboratore in gioventù; il papa è impersonato da Guglielmo Guasta, umorista e collega-amico di quegli anni). Le sequenze del raccordo anulare, della metropolitana e della cena in via Albalonga furono in realtà girate a Cinecittà. La sfilata ecclesiastica, sarcastica, prodigiosa raffigurazione della decrepitudine della Chiesa e della nobiltà papalina, fu ammirata da Buñuel, che avrebbe voluto impersonare un vescovo. La lavorazione fu interrotta a metà dal fallimento di Giuseppe Pasquale, socio di maggioranza della Ultra Film e riprese grazie all’intervento della Banca del Lavoro e della rinuncia di Fellini ad alcune sequenze.
Roberto Chiesi
Crediti di restauro
Restaurato nel 2010 da L’Immagine Ritrovata.
Restauro della versione integrale presentato da Enrico Magrelli (CSC-Cineteca Nazionale), Alberto Barbera (Museo Nazionale del Cinema di Torino) e Gian Luca Farinelli (Cineteca di Bologna).