[FILM]
Scen.: Victorin-Hippolyte Jasset. F.: Lucien N. Andriot. Int.: Josette Andriot (Protéa), Lucien Bataille (l’Anguilla), Charles Krauss (il barone de Nyborg), Henri Gouget (Monsieur de Robertsau), Emile Chautard (il ministro), Mévisto (il locandiere), Jacques Feyder (un diplomatico). Prod.: Éclair. DCP. D.: 50’.
Bn e imbibito
Storico delle edizioni
Il film è stato restaurato nel 1998 utilizzando un controtipo positivo stampato dal negativo originale nitrato incompleto e una copia olandese frammentaria, entrambi presenti nelle collezioni della Cinémathèque française. Per la ricostruzione del film – tutt’ora lacunosa – ci si è inoltre avvalsi di un controtipo positivo argentino 16mm. Nel 2013 la Cinémathèque française ha intrapreso un restauro digitale in 2K, aggiungendo le colorazioni della copia nitrato olandese. Il negativo originale ha fornito diverse indicazioni cromatiche che non erano state prese in considerazione nei primi lavori di restauro. I caratteri tipografici dei cartelli creati da Francis Lacassin sono stati rielaborati in funzione delle didascalie Éclair del 1913, ritrovate su diverse copie.
Se “i film più belli sono quelli che non abbiamo visto”, Protéa di Victorin Jasset è stato per molto tempo uno dei gioielli introvabili della cinefilia ideale. Molto popolare ai suoi tempi (prova inconfutabile: generò quattro seguiti, l’ultimo nel 1919), è rimasto leggendario per otto decenni fino al primo restauro nel 1995 da parte della Cinémathèque française. Contrariamente a Nick Carter, Zig mar e Balaoo, Protéa non deve nulla alla letteratura o all’infraletteratura e fonda un mito propriamente cinematografico, una figura nata dal cinema e per il cinema (molto rapidamente apparvero sulla sua scia Musidora, i serial di Pearl White, Ruth Roland, Helen Holmes, ecc.). Quindi Protéa, tra altre profezie, racconta il futuro di un genere cinematografico: il film di spionaggio. Da Protéaa GoldenEye. O da Protéaa BlackWidow, per rimanere nel registro delle superdonne. Proteo, figlio di Poseidone nella mitologia greca, aveva il duplice dono di predire il futuro e di mutare forma a piacimento. Sua degna erede, Protéa passa rapidamente da una tenuta all’altra dando costante prova del suo talento per il travestimento, arte raddoppiata da quella del suo complice, l’Anguilla, che non è da meno. Eroina dimorfa, è nella definizione dello storico Francis Lacassin “l’interprete di una dozzina di ruoli di entrambi i sessi. Donna d’affari nell’ufficio del prefetto di polizia di Messenia che le affida la missione; donna di mondo sotto due diverse sembianze sull’Orient Express per sottrarre le carte diplomatiche del conte di Varallo; acrobata scassinatrice durante un’incursione notturna al ministero degli Esteri di Celtie; vecchia signora venuta a presentare una supplica al ministro; aiutante di campo; violinista tzigana durante un ballo; ‘moglie’ dell’ambasciatore di Albania; piromane e poi pompiere; domatrice di leoni nel serraglio di un luna park; contadina; ufficiale di Celtie”, e così via. In un’epoca in cui non si parlava ancora di effetti speciali ma di ‘trucchi’, Protéa, pioniera del travestimento, regina del trasformismo e del cambio di costume in scena dà il via alle danze dei mutamenti destinati a un luminoso futuro cinematografico.
Bernard Benoliel
Josette Andriot non aveva certo il profilo delle “prime attrici” d’anteguerra. Scritturata nel 1910 da Jasset per le sue qualità di cavallerizza, si rivelò di volta in volta campionessa di nuoto e acrobata, prima di dar prova di disponibilità illimitata nel ruolo di Protéa. Si trattava di un personaggio che rivoluzionava la tradizione dell’avventura, la cui espressione passava di solito attraverso un eroe di sesso maschile. Dovuta incontestabilmente a Jasset, l’innovazione doveva essere perfezionata in seguito da Feuillade. Il film d’azione ne uscì rinvigorito. Gli americani appresero la lezione: nei serial che lanciano dal 1915 alla conquista della Francia, affidano regolarmente il ruolo principale a una donna: Pearl White, Ruth Roland, Helen Holmes, Juanita Hansen…. La prima avventuriera del cinema muto, nel 1913, è dunque Protéa. Tre anni prima della comparsa di Mata Hari e Martha Richard, è la prima eroina di un nuovo genere, che non si chiama ancora „film di spionaggio“, ma film patriottico“. È una Mata Hari che oltre a saper ballare ha imparato a domare le belve feroci e a lanciarsi nel vuoto al volante di un’auto, una Martha Richard che oltre a saper pilotare un aereo ha imparato a saltare da un ponte in fiamme a bordo di una bicicletta. Prodotto e distribuito dalla casa Eclair nel settembre 1913, Protéa rappresenta l’apoteosi di un’attrice fin qui usata da Jasser in ruoli sì notevoli ma troppo furtivi per poterle conferire quello statuto divistico che avrebbe poi ben dimostrato di meritare. Il successo di questo primo film della serie si deve tanto al genio di Jasset quanto alla personalità della giovane attrice.
Francis Lacassin, in La Persistance des images, 1998, p 36