[FILM]
Sog.: dal romanzo omonimo (1931) di Henri La Barthe. Scen.: Jacques Constant, Julien Duvivier, Henri Jeanson. F.: Marc Fossard, Jules Krüger. M.: Marguerite Beaugé. Scgf.: Jacques Krauss. Mus.: Mohamed Yguerbuchen. Int.: Jean Gabin (Pépé le Moko), Mireille Balin (Gaby), Gabriel Gabrio (Carlos), Saturnin Fabre (il nonno), Line Noro (Inès), Lucas Gridoux (ispettore Slimane), Gilbert Gil (Pierrot), Marcel Dalio (Arbi), Fréhel (Tania), Paul Escoffier (commissario Louvain). Prod.: Robert Hakim, Raymond Hakim per Paris Film Production. DCP. D.: 94’.
Storico delle edizioni
Quarto film del sodalizio ventennale di Julien Duvivier con Jean Gabin (dopo Golgota, La bandera e La bella brigata), Pépé le Moko costituisce uno dei film più importanti del realismo poetico degli anni Trenta e al tempo stesso del noir francese, emblematico della ‘mitologia della sconfitta’ che sarà uno dei connotati distintivi di questo genere nel cinema transalpino. All’origine c’è un modesto romanzo di Détective Ashelbé (pseudonimo di Henri La Barthe) in cui Julien Duvivier trovò un’immagine che lo affascinò: l’uomo chiuso nella casbah che lo protegge e lo imprigiona. Con il suo labirinto di strade e vicoli, con il formicaio di spazi indistinti che possono condurre a terrazze sovrastanti il porto e la città, la casbah è deuteragonista del film, una dimensione puramente cinematografica: la maggior parte delle sequenze venne girata negli studi di Joinville, dove erano state allestite le scenografie di Jacques Krauss.
Girato con un virtuosismo ammirevole, il film presenta delle bellissime panoramiche iniziali su quel mondo immaginario e onirico che è appunto il dedalo della casbah e una frequenza inusuale di inquadrature in plongée e contre-plongée, immerse nelle luci e ombre deliberatamente artificiali della fotografia di Jules Krüger, memore dell’espressionismo. È la fortezza-regno di Pépé le Moko, un criminale esiliato ad Algeri, cui il giovane Gabin imprime un carisma arricchito e sfumato da un’inattesa vulnerabilità: la nostalgia per la ‘sua’ Parigi, pericolosamente ravvivata dalla presenza di un’intrusa, la parigina Gaby (Mireille Balin). Motivo ricorrente della poetica di Duvivier, è proprio la nostalgia di un altrove e di un’innocenza impossibili da ritrovare, mentre incombe ineluttabilmente la minaccia del tradimento di amici e complici. Anche in Pépé le Moko quasi ogni personaggio ha un’identità sfuggente ed erano audaci, per l’epoca, le non troppo velate allusioni all’omosessualità dell’ispettore Slimane (Lucas Gridoux) e alla sua attrazione per Pépé.
Il film divenne subito un grande fenomeno popolare tanto da originare due remake statunitensi (uno del 1938 di John Cromwell e un altro del 1948 di John Berry) e due parodie (una statunitense del 1943 con Zero Mostel diretto da Roy del Ruth, e un’altra italiana del 1949 con Totò e la regia di Carlo Ludovico Bragaglia).
Roberto Chiesi
Crediti di restauro
Restaurato in 4K nel 2024 da StudioCanal presso il laboratorio L’Image Retrouvée a partire dal negativo originale 35mm. Con il sostegno di CNC – Centre national du cinéma et de l’image animée.
Braccato dalla polizia, il pregiudicato Pépé le Moko si rifugia nella casbah di Algeri, un quartiere meticcio nel quale le autorità non osano entrare. Si innamora di una francese, una sofisticata donna di facili costumi, Gaby, che lo attira fuori dalla sua tana, nella città coloniale dove è possibile catturarlo.
Nel 1937, aiutato dagli sceneggiatori Henri Jeanson e Jacques Constant, Julien Duvivier adatta il romanzo di Henri La Barthe. Regista elegante e capace, affermatosi all’inizio degli anni Trenta grazie al grande successo di La beffa della vita, con questo film miete un nuovo trionfo. Jean Gabin, che ha già incrociato quattro volte il cammino del regista (in Il giglio insanguinato, Golgota, La Bandera, La bella brigata) è al culmine della fama. Il successo di Pépé consoliderà il suo rango di star del cinema francese. Come nella maggior parte dei suoi film dell’epoca (con l’eccezione di Golgota dove interpretava Ponzio Pilato), Gabin incarna qui il fuorilegge, l’avventuriero messo al bando e maledetto disposto a sottomettersi unicamente alla propria passione. La coprotagonista Mireille Balin, che ritroverà Gabin in Gueule d’amour di Grémillon, è una perfetta femme fatale.
C’è anche Fréhel, che canta la nostalgia di Parigi, nostalgia che si rivelerà fatale a Pépé: “Dirà rimpiangendo Parigi / Dov’è il mio mulino di Place Blanche / Dov’è il mio bar, l’osteria del quartiere? / Per me era domenica tutti i giorni. / Dove sono gli amici, i compagni? / Dove sono tutti i balli di un tempo? / Le baldorie al suono della fisarmonica…”).
Il film, che mescola realismo poetico e stile ‘coloniale’, piacerà molto a Hollywood dove sarà adattato due volte, dapprima dalla United Artists nel 1938 e poi dalla Universal dieci anni dopo: Un’americana nella Casbah di John Cromwell con Charles Boyer e Hedy Lamarr e Casbah, affidato al giovane regista John Berry con Tony Martin e Yvonne De Carlo nei ruoli dei protagonisti.
Edouard Waintrop