[FILM]
Scen.: Chris Marker. F.: Jean Chiabaut. M.: Jean Ravel. Mus.: Trevor Duncan. Int.: Hélène Chatelain (la donna), Davos Hanich (l’uomo), Jacques Ledoux (lo scienziato), Jean Négroni (voce narrante), André Heinrich, Jacques Branchu, Pierre Joffroy, Étienne Becker. Prod.: Anatole Dauman per Argos Films. DCP. D.: 27’. Bn.
Storico delle edizioni
La Jetée è un cine-roman, un cineromanzo realizzato all’insegna dell’assoluta economia. È un film composto quasi interamente da fermi immagine, con una voce off a raccontare lo stretto indispensabile della storia. È un film straordinario su ‘un uomo segnato da un’immagine dell’infanzia’ e si apre con la ripetizione di quel momento. Questi sono i ‘fatti’, anche se in questa storia i fatti non ci sono molto utili. Nel movimento circolare del film, nel quale la fine arriva all’inizio e dunque l’inizio è anche la fine, i fatti concreti non servono a molto. Un bambino assiste alla morte di se stesso adulto, sfidando il presupposto di un tempo cronologico. […]
In meno di mezzora il film ci porta in un presente proiettato, in un passato inventato e in un futuro immaginato. La Jetée è la storia di un uomo che viaggia nel tempo per salvare il futuro dell’umanità in un mondo post-apocalittico. […] È una storia sul tornare indietro. Racconta di un uomo il cui desiderio è tornare nel passato, e in quanto tale è un film che echeggia altre storie, miti culturali prodighi di moniti. Voltandosi Orfeo perde la sua amata. Edipo si acceca dopo essere tornato da sua madre. In La donna che visse due volte di Hitchcock, Scottie cade vittima del proprio desiderio di rimettere in scena il legame con una donna, di riportare consciamente indietro le lancette dell’orologio. […]
La Jetée fa presa su di noi per il suo immaginare una cosa per mezzo di un’altra. Non c’è un accesso immediato alle cose, né al passato attraverso le fotografie, né al futuro attraverso la scienza. La percezione è costantemente mediata, incorniciata o organizzata, e in Marker la cornice è sempre una sorpresa, come un vecchio oggetto trovato in fondo a un armadio. Al futuro Marker si avvicina (lo incornicia) tramite le venature di una foglia o l’incisione su una corteccia d’albero. Ma questo modo di vedere mediato non pertiene alla rivelazione. Il suo effetto non è svelare le qualità segrete delle cose ma al contrario tessere una ragnatela di corrispondenze, mostrarci tutti i nessi, le somiglianze e le differenze tra le cose. Questo non è un film che rivela qualcosa ‘della’ fotografia o della sua ontologia, ma un photo-roman che ci mostra la fotografia attraverso la cornice del cinema. In questo modo siamo esposti a qualità di movimento e di staticità che fanno parte di ciascuno, ma in maniera diversa.
Janet Harbord, La Jetée, Afterall Books, Londra 2009
La Jetée si presenta subito come una meditazione sul Tempo. Meditazione coerente. La durata è vissuta, ma il Tempo è pensato; più di un filosofo ha voluto convincercene. […] Se il Tempo è pensiero, e il pensiero logos, il linguaggio è sicuramente il veicolo migliore per navigare nel Tempo. Quando gira La Jetée, Chris Marker è ancora, è soprattutto un cineasta della parola. Il verbo, per lui, è primario. È il commento che dona alle sue immagini la loro unità, la loro continuità, il loro dramma e il loro senso definitivo. Per questo film, il suo cinema trae dal linguaggio questa cosa favolosa, e così banale che la si dimentica, che può conciliare l’immaginario e il reale, l’impossibile e il possibile, il presente dell’enunciazione con tutti i deliri, tutte le vertigini dell’enunciato. […] Il montaggio immagine/discorso di La Jetée gioca con i tempi della grammatica per giocare con il Tempo, per tentare di ritrovare il tempo dello spirito e quello del mondo. Costruisce uno strano futuro anteriore, un futuro passato, a venire e già venuto (dato che lo si racconta). E l’‘innocenza’, la ‘naturalezza’, la prontezza con cui il passato è ancora qui, il futuro si scopre già presente e già passato, fanno di noi stessi, spettatori di questa apocalisse, dei sopravvissuti. […] La Jetée è un film composto non di inquadrature immobili, ma di fotogrammi, di fermi immagine. Nel 1963 l’esperienza non è nuova. Resnais prima, Marker poi, si inseriscono in un tradizione che parte dal 1940, e che ha nell’italiano Luciano Emmer con i suoi film sull’arte il suo principale esponente […]. La sfida di La Jetée era di porre il cinema in contraddizione con i propri mezzi, di costringerlo a superare esteticamente i propri limiti, di agire d’astuzia con i suoi codici, forzarlo a negarsi nella sua essenza e poi rivendicarli improvvisamente in quell’istante magico che ha fatto la gloria del film: una foto si muove! Mentre il cinema, tradizionalmente, afferma: “questo è e diventa”, e mentre la fotografia dice: “Questo è stato”, oppure: “Questo ancora è, ma cristallizzato in un vuoto di Tempo”, il film di Marker con il suo recitativo off e la provocante immobilità delle sue immagini, dice: “Questo è, sarà ed è stato” contemporaneamente.
Barthélemy Amengual, Le Présent du futur. Sur La Jetée, “Positif”, n. 433, marzo 1997