[FILM]
Sog., Scen.: Carmine Gallone. F.: Alfredo Donelli, Emilio Guattari. Scgf.: Filippo Folchi. Int.: Soava Gallone (Grazia di Montechiaro), Emilio Ghione (il principe di Santafé), Gabriele de Gravonne (Giovanni Artuni), Jeanne Brindeau (Maddalena Artuni), Amerigo Di Giorgio (Pietro di Montechiaro), Raimondo van Riel (il brigante Pasquale Noto), Ciro Galvani (Giuseppe Garibaldi), Fosco Ristori (primo brigante), Umberto Ledda (secondo brigante). Prod.: SAIC-Westi-film 35mm. 2150 m. D.: 89’ a 20 f/s. Bn
Storico delle edizioni
Non è per colpa del puro caso se tra il 1923 e il 1927 viene realizzata in Italia almeno una decina di film risorgimentali, e se tre di essi – La cavalcata ardente di Gallone, Anita (1927) di De Benedetti e Garibaldi e i suoi tempi (1926) di Laurenti Rosa – danno forte risalto all’epopea dei Mille e alla figura iconica del loro comandante. È noto, infatti, che il progetto fascista di appropriarsi del Risorgimento per eleggerlo a proprio antecedente trovi nel cinema un veicolo ideale. A proposito del film scritto e diretto da Gallone, quando i patrioti napoletani sfilano sollevando un cartello con la scritta “W il Duce il liberatore”, sembra palese che non ci si riferisca solo a Garibaldi. E l’apparizione dell’Eroe dei due mondi che dal balcone saluta la folla osannante che si accalca in piazza del Plebiscito rimanda con scioltezza ad altre adunate oceaniche ai piedi di un altro condottiero, o presunto tale.
Rinchiudere il film nella sua innegabile matrice ideologica e rifiutarsi di guardare un po’ oltre sarebbe comunque fargli torto. Pur con qualche rigidità (il ‘commendatore’ Gallone non è mai stato un campione di leggerezza), La cavalcata ardente mantiene un passo narrativo solido e coinvolgente, con gusto scenografico assai apprezzabile (vedi le spettacolari fontane nei giardini della Reggia di Caserta) e qualche momento spettacolare eseguito col giusto vigore (la frenetica fiaccolata notturna che dà il titolo al film).
A me piacciono soprattutto le gonne impossibili di Soava Gallone e la banda dei briganti gentiluomini che vive sulle aspre montagne, venera la Madonna, incendia un palazzo col solo scopo di ricongiungere due innamorati e non è chiaro di che cosa campi (quando rapinano i passanti, li risarciscono in denaro per i cavalli sottratti). E più di tutto mi piace Emilio Ghione, all’ultima grande zampata, reduce dalla deludente esperienza in Germania con Za la Mort (1924): un distillato di pura crudeltà.
Come ci ricorda Vittorio Martinelli, fu un film amatissimo, proiettato per anni, soprattutto nelle scuole e nelle parrocchie, in occasione delle festività patriottiche. A inizio anni Trenta, ne circolò anche una versione sonorizzata.
Andrea Meneghelli
“Un film chiave per capire meglio cosa accade tra la fine del diva-film e l’avvento del sonoro nel cinema italiano. Gallone, una delle poche figure a passare indenne gli anni della grande crisi, realizza un’opera in equilibrio tra tre diverse istanze: le strizzatine d’occhio al Regime (i garibaldini in camicia-quasi-nera, il cartello Garibaldi duce vincitore, i sentimenti risogimentali che saranno al centro di tanto cinema italiano degli anni trenta); la lezione americana e tedesca di un cinema d’avventura, pieno d’azione e spettacolo, che Gallone, il più internazionale dei nostri registi, aveva presto imparato; il legame alla tradizione cinematografica nazionale, l’uso di alcuni attori (la moglie Soava, l’impenetrabile Ghione, un sicuro Raimondo van Riel, Ignazio Lupi, un volto che attraversa decine di film italiani) e il ricorrere all’unicità italiana, con i suoi paesaggi splendidi e anche il suo folklore (vedi la trovata della cavalcata con le fiaccole che occupa quasi una bobina del film).
Il mix non è ancora riuscitissimo, la versione un po’ love-story, un po’ far-west del risogimento risulta ancora in molte parti indigeribile, ma il cammino verso l’adeguamento italiano agli stili del cinema moderno è iniziato.
In più i costumi di Poiret sono splendidi e in certi momenti emerge in Gallone una grande vena di descrittore di particolari che danno qualche umanità ad un quadro d’assieme, freddo come un sussidiario della scuola italiana”.
Gian Luca Farinelli