[FILM]
Sog.: dal romanzo Wiseguy (1986) di Nicholas Pileggi. Scen.: Nicholas Pileggi, Martin Scorsese. F.: Michael Ballhaus. M.: Thelma Schoonmaker. Scgf.: Kristi Zea. Int.: Ray Liotta (Henry Hill), Robert De Niro (James Conway), Joe Pesci (Tommy DeVito), Lorraine Bracco (Karen Hill), Paul Sorvino (Paul Cicero), Frank Sivero (Frankie Carbone), Tony Darrow (Sonny Bunz), Mike Starr (Frenchy), Catherine Scorsese (madre di Tommy), Charles Scorsese (Vinnie). Prod.: Irwin Winkler per Irwin Winkler Productions, Warner Bros. Pictures. DCP. Col.
Storico delle edizioni
“Fin dall’età della ragione avevo deciso che da grande avrei fatto il gangster”. È il secco, lucido e già celebre inizio del racconto della propria vita fatto da Henry Hill […]. Quei bravi ragazzi è innanzitutto un interessantissimo saggio di antropologia mafiosa, che analizza abitudini, comportamenti, mentalità, vita materiale di una speciale etnia, la delinquenza italoamericana di Manhattan. […] C’è, dichiaratamente, tutto il cinema di gangster hollywoodiano e d’altronde la struttura di base è quella classi- ca: l’ascesa e la caduta, il potere e la polvere. […] Quelli che Scorsese ha in mente, più che i classici Piccolo Cesare o Scarface, sono i piccoli gangster-movie ‘neorealisti’ degli anni Quaranta come Il bacio della morte di Hathaway. O, aldilà del genere, La presa del potere da parte di Luigi XIV di Rossellini […]. Scorsese monta i tempi di Quei bravi ragazzi con la precisione di un orologio e la libertà che amava nei cineasti nouvelle vague, nei “primi due minuti di Jules et Jim”. […] Scorsese non usa qui un rigo di musica originale. Solo un mosaico di canzoni, che ricostruiscono la ‘base’ musicale di un’epoca e di una comunità ma che soprattutto articolano i tempi e gli ambienti della sua storia, ne fissano le radici etniche (Parlami d’amore Mariù), le banalità (canzoncine delle Crystals o delle Marvelettes), le trasgressioni (Cream e Rolling Stones) e in definitiva l’eternità e la mutabilità (in finale My Way, ma eseguita da Sid Vicious). Gran montaggio delle sonorità di un’epoca che non è quella ‘eroica’ e dunque finta e stereotipata del proibizionismo e del jazz ma è quella moderna dei dischi e della tv. Nonostante abbia Nemico pubblico sullo sfondo, Quei bravi ragazzi è storia di oggi, storia di piccoli gangster moderni senza alcun alone mitico.
Alberto Farassino, Martin Scorsese, Dino Audino Editore, Roma 1995
Mi sono procurato il libro di Nick Pileggi quand’era ancora in bozza, dopo averne letto un riassunto che mi aveva incuriosito. L’ho letto d’un fiato, era il racconto più autentico che avessi mai letto su quel tipo di vita. Mi è piaciuta subito la sguaiataggine, la disinvoltura, l’arroganza fantastica di Henry Hill. La struttura molto libera del racconto, con narratori diversi, mi piaceva molto. Si vedeva bene il funzionamento dell’organizzazione a tutti i livelli. Quel che viene fuori è la vita quotidiana, non le sparatorie. Nulla a che vedere con Il padrino. Solo persone normali che di mestiere fanno i gangster. […] Per la prima volta dai tempi di Mean Streets ho voluto firmare il film anche come cosceneggiatore. La sfida era quella di trovare un’angolazione un po’ diversa da cui osservare questo universo. Di usare uno stile originale. E quindi perché non trattare la storia come se fosse un documentario, un documentario ‘messo in scena’? Come se avessimo seguito quella gente con una 16mm per venti, venticinque anni. Avremmo potuto sfruttare la libertà del documentario, dove non tutto deve essere per forza esplicito, dove si può benissimo frammentare la storia, saltare da un’epoca a un’altra usando la voce off. Ci sono troppi personaggi? Si fa fatica a ricordarne i nomi? Ci si perde un po’? Che importa. Quel che importa è l’esplorazione di uno stile di vita.
Martin Scorsese, Conversazioni con Michael Henry Wilson, Cahiers du Cinéma/Rizzoli, Milano 2006
Crediti di restauro
Restaurato nel 2014 da Warner Bros. Entertainment presso il laboratorio Warner Bros. Motion Picture Imaging
Con Quei bravi ragazzi torniamo dalle parti di Mean Streets.
Sapevo che ci sarei tornato prima o poi. Mi sono procurato il libro di Nick Pileggi (Wiseguys) quand’era ancora in bozza, dopo averne letto un riassunto che mi aveva incuriosito. L’ho letto d’un fiato, era il racconto più autentico che avessi mai letto su quel tipo di vita. Mi è piaciuta subito la sguaiataggine, la disinvoltura, l’arroganza fantastica di Henry Hill. La struttura molto libera del racconto, con narratori diversi, mi piaceva molto. Si vedeva bene il funzionamento dell’organizzazione a tutti i livelli. Quel che viene fuori è la vita quotidiana, non le sparatorie. Nulla a che vedere con Il padrino. Solo persone normali che di mestiere fanno i gangster.
Nick Pileggi mi ha detto che è rimasto sbalordito dal suo contributo alla sceneggiatura. Dice che lei vedeva e capiva anche i minimi dettagli della storia mentre la mettevate su carta.
Per la prima volta dai tempi di Mean Streets ho voluto firmare il film anche come cosceneggiatore. La sfida era quella di trovare un’angolazione un po’ diversa da cui osservare questo universo. Di usare uno stile originale. E quindi perché non trattare la storia come se fosse un documentario, un documentario ‘messo in scena’? Come se avessimo seguito quella gente con una 16mm per venti, venticinque anni. Avremmo potuto sfruttare la libertà del documentario, dove non tutto deve essere per forza esplicito, dove si può benissimo frammentare la storia, saltare da un’epoca a un’altra usando la voce off. Ci sono troppi personaggi? Si fa fatica a ricordarne i nomi? Ci si perde un po’? Che importa. Quel che importa è l’esplorazione di uno stile di vita.
Tutto il film è segnato dalla velocità.
E avrei voluto andare ancora più forte! Mi sarebbe piaciuto che tutto il film fosse veloce quanto una pubblicità o come l’attacco di Jules e Jim. Per due ore di fila! Il problema è che anche una sequenza che dura qualche secondo dev’essere messa in scena, pianificata, con tutti i problemi logistici che questo comporta. Mezza pagina di sceneggiatura può comportare due giorni di lavorazione. In questo film avevamo, credo, ottantacinque location diverse. Ci sono registi che si concentrano sull’organizzazione delle luci. Io invece sul movimento. A me piace il modo in cui può muoversi la cinepresa. Mi piace raccordare un movimento all’altro. L’ispirazione è sempre legata all’obiettivo della macchina da presa.
Martin Scorsese, Conversazioni con Michael Henry Wilson, Cahiers du Cinéma/Rizzoli,
Milano 2006
Crediti di restauro
Da: Warner Bros. ·Rimasterizzazione in 4K dal negativo camera originale con la supervisione di Martin Scorsese e Thelma Schoonmaker. Lavoro completato nel 2015 presso la Warner Bros. Motion Picture Imaging di Burbank.