[FILM]
R.: Clarence Brown. S.: dal romanzo Es war di Hermann Sudermann. Sc.: Benjamin F. Glazer, Hans Kraly. F.: William Daniels. M.: Lloyd Nosler. In.: Greta Garbo (Felicitas), John Gilbert (Leo von Harden), Lars Hanson (Ulrich von Eltz), Barbara Kent (Hertha), William Orlamond (lo zio Kutowski), George Fawcett (il pastore Voss), Eugenie Besserer (la madre di Leo), Marc McDermott (Conte von Rhaden), Marcelle Corday (Minna). P.: Metro-Goldwyn-Mayer. L.: 2666 m. D.: 111’
Storico delle edizioni
Flesh and the Devil segna l’avvio della lunga complicità tra Clarence Brown e Greta Garbo (sette film, compresa la non traumatica transizione al sonoro di Anna Christie). Stiller scopre Garbo, Cukor e Lubitsch firmano i suoi film migliori, ma è Brown che più di ogni altro (insieme al fotografo Bill Daniels) codifica il suo personaggio fatto di chiarore, sfinimento e passività capace d’ogni audacia, immagine di dissipazione erotica o ‘ninfomania coatta’ (Alexander Walker). E infatti Flesh and the Devil, da un romanzo di Hermann Sudermann, è il trionfo della fotogenia sulla cattiva letteratura. Garbo scende da un treno, entrata in scena che Brown replicherà in Anna Karenina; per il capitano John Gilbert è un’epifania, per lei il capolinea d’un destino di amorosa disfatta. Scivola nell’amicizia non poco ambigua tra due uomini, patti di sangue, abbracci e gioiose schermaglie virili. Letteralmente scivola, nella più liquida delle scene di seduzione: lei e Gilbert si ritrovano nell’inquadratura sinuosa di un ballo, si riconoscono oltre una cortina di schiene danzanti; il loro ballo è già quasi un bacio, e in una sola sequenza ci ritroviamo nell’oscurità d’un giardino notturno, nell’intimità d’un primo piano rischiarato solo dalla luce d’un fiammifero acceso.
Segue la prevedibile catena di catastrofi, duelli, passioni rovinose. Ma tutto diventa rumore (narrativo) di fondo. Quel che conta è solo ‘il viso della Garbo’ e intorno certi gesti, certi scarti, mappa del desiderio e del suo degrado: fino alla cerimonia dell’umiliazione a cui Garbo deve comunque sottoporsi, perché fa parte del solo gioco amoroso che le interessi giocare: e dunque eccola nella neve, a inseguire e implorare l’amante che le sfugge, e che forse potrà commuoversi allo spettacolo delle sue scarpe fradice. Alla fine, se non dimenticheremo Flesh and the Devil è per quel gesto blasfemo e surrealista, una coppa eucaristica girata tra le mani fino posare le labbra nel punto esatto in cui lui, che le nega ogni contatto, ha posato le sue. Alla fine, se amiamo Clarence Brown è perché ha attraversato la storia di Hollywood, onestamente e con successo, portando con sé una visione del cinema maturata nella stagione del muto, e mai pienamente arresa alle ragioni di un’altra estetica.
Paola Cristalli
Crediti di restauro
Restaurato da Warner Bros. presso YCM Labs a partire dal negativo camera originale
“L’happy end alternativo è stato girato contro la volontà di Clarence Brown per soddisfare gli esercenti che volevano rassicurare il loro pubblico. Penso che quando il film è uscito, all’epoca, i due finali fossero offerti come opzioni. Nel nostro restauro abbiamo escluso il finale positivo perchè non era quello voluto dal regista”.
David Gill, Photoplay
Adattato dal libro Es war di Hermann Sudermann, Flesh and the Devil servì a consolidare il successo della Garbo. Mentre il suo caro amico e mentore, Mauritz Stiller, discuteva con i capi degli studios, la ventunenne Garbo avrebbe preferito incorrere nelle ire dei produttori piuttosto che interpretare un altro ruolo da vamp. Quando le venne offerta la parte stava ancora lavorando in The Temptress, che aveva sforato di settimane dai tempi previsti dalla produzione. Molte scene di Flesh and the Devil vennero realizzate prima ancora che la Garbo avesse accettato la parte di Felicitas. “Non mi piaceva la parte – dirà poi – Non volevo assolutamente essere una stolida vamp, non vedevo alcun senso nel vestirmi in modo vistoso e muovermi solo per essere seducente”. Alla fine accettò, e sarà la sua sola battaglia perduta contro i produttori. In seguito imparerà a tenere a bada gli interlocutori più agguerriti e oppressivi con la celebre sentenza “Credo che me ne andrò a casa”.
Il regista Clarence Brown accettò il progetto con grande entusiasmo, dal momento che offriva la possibilità di creare atmosfere assai suggestive – uno stile che aveva imparato a gestire da Maurice Tourneur. Brown era stato, infatti, per cinque anni, l’assistente di Tourneur e si era poi creato una solida reputazione autonoma con una serie di ottimi film drammatici. Inoltre la sua esperienza presso la United Artists con star come Valentino o la Talmadge lo rendeva un regista ideale per la MGM.
Alla Garbo vennero affiancate due star maschili, John Gilbert e Lars Hanson. Gilbert, idolo romantico, fu subito molto attratto dalla Garbo e anche lei trovò la sua compagnia decisamente piacevole.
Per rispettare il Codice Hays, il personaggio interpretato da Greta Garbo va incontro a una brutta fine. Ma, mentre la cosa era accettabile nelle grandi città o in Europa, le piccole province o le campagne non volevano assolutamente sentire parlare di tragedie. Per loro vennero realizzati dei finali diversi da una troupe irritata e depressa. Per protesta, Brown girò un finale in cui Leo si riuniva felicemente con Hertha, un finale tutt’ora incorporato alla copia della MGM, rimossa su esplicita richiesta del regista.
“Tra i tanti autori che la nostra epoca pare avere dimenticato, ecco riemergere l’amato/odiato Hermann Sudermann(1858-1928), mennonita tedesco contemporaneo di Blasco Ibañez e della Lagerlöff, osannato per i suoi drammi teatrali a forte impronta naturalistica del periodo fin de siècle (L’onore, 1889; Casa paterna, 1893; Magda, 1893, in Italia pezzo forte di Zacconi; Morituri, 1896..), e ugualmente denigrato per l’eterogeneità dei soggetti e una certa confusione di idee. Fu anche un discreto narratore, anzi, se oggi qualcosa resta di lui, probabilmente è più in campo narrativo che teatrale. Ma forse è solo un’impressione personale, originata da riminiscenze antiche, non controllate”.
Sandro Toni
Crediti di restauro
L’happy end alternativo è stato gentilmente messo a disposizione da: George Eastman House – Motion Picture Department