[FILM]
Scen.: Daisuke Ito. F.: Rokuzo Watarai, Hiromitsu Karasawa. Int.: Denjiro Okochi (Chuji Kunisada), Hideo Nakamura (Kantaro), Kichiji Nakamura (Yasuzaemon Kabe), Seinosuke Sakamoto (Bunzo), Naoe Fushimi (Oshina), Ranko Sawa (Okume), Motoharu Isokawa (Kihei), Kajo Onoe (Otozo). Prod.: Nikkatsu. 35mm
Storico delle edizioni
Definito da S.A. Thornton “una storia profondamente pessimista di resistenza e tradimento”, è il film più famoso di Ito e uno dei più celebri del cinema muto giapponese. È un esempio emblematico del cosiddetto shin-jidai-geki (‘nuovo film in costume’), una forma innovativa di film d’epoca socialmente impegnato che pone al centro un protagonista disilluso, solitario e nichilista, in conflitto con la società e con la rigida struttura sociopolitica dell’epoca feudale. Uscito un anno dopo la morte del pionieristico divo del jidai-geki Matsunosuke Onoe (1875-1926), che nel 1925 aveva già vestito i panni di Chuji Kunisada in una versione eroica più convenzionale, il film, in modo controverso, trasforma Chuji da personaggio ‘virtuoso’ a ‘canaglia’ – cambiamento che segnò una svolta fondamentale nel tono del cinema in costume. L’atmosfera del film, cupa e disincantata, deve molto all’interpretazione tormentata di Denjiro Okochi, figura di spicco del jidai-geki.
Grande affresco in tre parti, questo primo capolavoro di Ito fu conosciuto per decenni solo di fama, poiché si riteneva che non fosse sopravvissuto. Kizuo Uchida di “Kinema Junpo” osservò, profeticamente, che l’opera “sarebbe rimasta a lungo nella memoria come un classico del cinema in costume”; e, nel 1959, quando la rivista stilò la lista dei dieci migliori film dei primi sessant’anni del cinema giapponese, Chuji tabi nikki si classificò primo. Junichiro Tanaka lo definì “un’opera d’inedita maestria artistica”; per Akira Iwasaki, Ito aveva creato un protagonista che gradualmente “diventa una figura degna della tragedia greca”. Questi critici dovevano aver attinto ai ricordi della prima uscita del film.
Nel 1991, tuttavia, una parte consistente del film riemerse quando a Hiroshima furono ritrovati otto rulli di pellicola nitrato usurata. Il materiale sopravvissuto comprende una sezione del secondo episodio e più della metà dell’episodio conclusivo, compresa la scena culminante. Sebbene sia un peccato che l’epopea di Ito sia ancora incompleta, il materiale superstite conserva, per usare le parole di Mariann Lewinsky, suggestive tracce del “gioco di variazioni tonali in forma di microcosmo” del trittico originale e “alcuni frammenti del sistema di motivi ricorrenti” che “dimostrano la sensibilità visiva e la forza creativa del regista”.
Alexander Jacoby e Johan Nordström
“I film di soggetto storico (jidaigeki), infatti, non trattano del passato, ma del presente e all’epoca avevano un profilo politico più netto che non i film di soggetto contemporaneo (gendaigeki). Nel sistema repressivo giapponese – secoli di dittatura militare, cui era seguito dopo una piccola tregua, un fascismo bellicista – al travestimento storico o geografico si era soliti ricorrere per camuffare le opinioni politiche, e produttori e pubblico s’intendevano senza difficoltà sul piano della trasposizione fantastica di opere storiche sia in campo teatrale sia in campo cinematografico. (Il punto debole di fondo della censura è che non capisce nulla del processo inventivo e fantastico e della sua proteiforme natura). Quando nel 1927 in Chuji tabi nikki (un serial in tre episodi) il nobile eroe popolare Chuji viene perseguitato dal potere statale lungo tutto il film e infine, tradito e mortalmente malato, viene catturato, il pubblico giapponese non assisteva soltanto a un appassionante film di genere, ma lo leggeva anche direttamente come un affresco politico dell’epoca. Le ‘leggi per il mantenimento dell’ordine’ promulgate come un espediente per criminalizzare la sinistra, cominciavano a produrre i loro effetti; seguirono un’ondata di arresti, la messa al bando del partito comunista, processi e assassinii politici e infine il colpo di Stato dei militari in Manciuria. Di questo trattavano i pessimistici jidaigeki di quegli anni realizzati da Ito Daisuke, Makino Masahiro e Yamanaka Sadao, al pari delle opere satiriche di Itami Mansaku […]
Della trilogia sono state ritrovate una scena del secondo episodio e la metà della parte finale. Certo l’impianto di fondo del trittico, che nelle critiche dei contemporanei è descritto come una successione di atmosfere dominanti, dalla ‘freschezza’ della parte iniziale, all’intenso ‘sentimento’ del secondo episodio, al ‘cupo nichilismo’ della parte finale, è andato perduto; tuttavia quanto è rimasto contiene, a livello di microcosmo, una analoga modulazione di atmosfere e quindi l’intero decadimento di Chuji che da superiore eroe invulnerabile (si pensi alla scena tendente al comico con il boss Yakuza locale) si trasforma in corpo paralizzato e privo della parola adagiato su una barella. Perduta è la rete complessiva di corrispondenze contenutistiche e grafiche, ma quanto si è conservato (il motivo del cerchio nei giganteschi tini per la distillazione e nel girotondo dei bambini) mostra la capacità ideativa e creativa del regista a questo riguardo; perduta è la maggior parte dei passaggi formalmente stravaganti – i critici ricordano sequenze a montaggio accelerato e altre con la cinepresa ‘scatenata’ tanto che a Ito Daisuke fu affibbiato il nomignolo di ‘Ido Daisuki’ ovvero ‘grande amante del movimento di macchina’ –, ma nel materiale che ci è rimasto troviamo spezzoni di cinema perfetto”.
(Mariann Lewinsky, On the Fragment of Chuji Tabi Nikki, Cinegrafie, 12, 1999)
Copia stabilita nel 1992 a partire dal materiale nitrato positivo