[FILM]
T. it.: La signora delle camelie. Sog.: dal romanzo La signora delle camelie (1848) di Alexandre Dumas figlio. Scen.: June Mathis. F.: Rudolph J. Bergquist. Scgf.: Natacha Rambova. Int.: Alla Nazimova (Marguerite Gautier), Rodolfo Valentino (Armand Duval), Arthur Hoyt (conte di Varville), Zeffie Tilbury (Prudence), Rex Cherryman (Gaston), William Orlamond (Duval padre), Edward Connelly (il duca), Patsy Ruth Miller (Nichette), Consuelo Flowerton (Olimpe), Elinor Oliver (Manine). Prod.: Nazimova productions. 35mm. L.: 1736 m. 18 f/s. Bn.
Storico delle edizioni
Come star del cinema Valentino ricorda Elvis Presley: le loro fatiche cinematografiche furono complessivamente disprezzate dai critici, mentre il pubblico, soprattutto quello femminile, garantì loro un successo enorme. Oltre al fatto che i loro film furono accusati di banalità, la vulgata è che i due divi siano stati rovinati dal cinema: Elvis subì il declino come re del rock’n’roll, mentre nel caso di Valentino si riteneva che le influenze femminili gli avessero impedito di maturare una carriera di attore virile.
Oggi, quando riconosciamo la queerness ante litteram di Valentino, condividiamo il piacere delle spettatrici di allora ma cogliamo anche l’importanza del lavoro delle donne che ampliarono le sue possibilità di attore. In Camille abbiamo la sceneggiatrice June Mathis, che scoprì Valentino e lo scelse per I quattro cavalieri dell’Apocalisse; l’attrice e produttrice Alla Nazimova, che lo volle al proprio fianco nel film; e infine la scenografa Natacha Rambova, la cui influenza sulla carriera del marito durante il loro breve matrimonio fu condannata perché avrebbe alimentato un rapporto di dipendenza poco virile. Insieme elaborarono strategie volte a raffigurare nei loro film la realtà delle donne e dell’amore femminile.
La cultura borghese relega l’uomo alla mente, quale soggetto che decide e agisce, e la donna alla natura e alla sfera della passività e dell’immaturità. Gli uomini sono coloro che sanno, che capiscono la realtà; le donne sono coloro che non sanno, sono ingenue, inesperte. In Camille si concretizza un rovesciamento radicale di queste attribuzioni. Lo si osserva chiaramente nella parte centrale del film, quando il padre di Armand s’intromette nella vita domestica dei due amanti. Malgrado il brutto colpo, e a prezzo della propria felicità, Marguerite/Nazimova è capace di stringere un accordo con lui perché lei, la cortigiana che diverte gli uomini per professione, conosce le condizioni sociali misogine e repressive con cui ha a che fare. La consapevolezza di Marguerite nel film equivale alla consapevolezza di Nazimova nel mondo del cinema.
Armand è presentato fin dall’inizio come ignaro, incapace di fronte alla realtà, completamente immerso nella sua percezione amorosa. Il ritratto che Valentino fa di Armand comprende solo un senso della realtà: il senso di una possibile realtà femminile, in cui i sessi convivono in un rapporto umano, sociale. Valentino seduce con la sua bellezza di uomo, attraverso un’aura fisica che ha qualcosa di femminile. È stato questo a fare di lui l’uomo ideale per le donne che lo hanno convinto a fare cinema, e per le spettatrici che ha attirato nelle sale: ha scoperto la loro vita.
Heide Schlüpmann
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“Natacha Rambova (nata Winifred Shaughnessy) entra da dominatrice nella vita di Rudy e, per cominciare, fa di lui l’Armand Duval di Camille. ‘I will be your servant – your slave – your dog’, giura l’Armand di Valentino, abbracciando le ginocchia della sottilissima, sinuosa Alla Nazimova. Non è un caso che questa signora delle camelie in abiti déco pretenda dal suo giovane amante un’accentuazione masochista, una dichiarazione di vassallaggio erotico: Camille, adattamento libero e anche stavolta in abiti moderni di un classico della letteratura come La Dame aux camélias di Dumas figlio, è il film in cui il divismo ancor fragile di Valentino si affida in totale abbandono ai talenti e ai desideri di alcune donne potenti e capaci di esercitare su di lui un saldo controllo. Questo gioco di passività consenziente, questa fabbricazione dell’oggetto erotico sembra giocare al rimbalzo tra il set e la storia esemplare di Dumas, che qui Mathis riscrive disegnando una protagonista più seduttrice e un Armand più sedotto. Doveva essere, non c’è dubbio, un set interessante: Nazimova ancora, forse, innamorata di Rambova, la più brillante e indipendente delle protette che frequentavano o lambivano il suo circolo lesbico, Rambova improvvisamente attratta da Valentino che, dal canto suo, cade fulminato davanti al fascino della falsa russa, e sullo sfondo June Mathis, col suo grande potere e cervello, della quale non è difficile credere che nutrisse una privata passione per il ragazzo italiano, suo per scoperta e dunque in qualche modo di diritto. Il risultato di tanta circolazione erotica è un film freddo, isterico, estremo, notevolissimo nella rete di corrispondenze che stringe tra geometrie del desiderio e costruzioni scenografiche”.
Paola Cristalli, Rodolfo Valentino: lo schermo della passione, Ancona, Transeuropa, 1996
