[FILM]
Scen.: Hans Kraly, Fred Orbing [Norbert Falk]. Scgf.: Kurt Richter. F.: Theodor Sparkuhl. Int.: Henny Porten (Anna Bolena), Emil Jannings (Enrico VIII), Hedwig Pauly (regina Caterina), Hilde Muller (principessa Maria), Ludwig Hartau (conte di Norfolk), Aud Egede-Nissen (Jane Seymour), Ferdinand von Alten (Marc Smeton), Paul Hartmann (cavaliere Heinrich Norris), Maria Reisenhofer (lady Rochford), Adolf Klein (cardinale Wolsey). Prod.: Messter-Film GmbH, Projektions-AG Union. 35mm. L.: 2690 m. D.: 118’ a 20 f/s. Col. (a partire da una copia nitrato imbibita e virata).
Storico delle edizioni
Intorno al 1920 Lubitsch raggiunse il primo apice della sua carriera. Si misurò con diversi generi facendo di ogni film un risultato unico e un gran successo. Girò una serie di deliziose commedie e grandi drammi in costume. Nessun regista tedesco poteva reggere il confronto con lui. Come molti drammi in costume, Anna Boleyn fu realizzato con grande profusione di mezzi, come sottolineava la pubblicità del film. Secondo la rivista “Lichtbild-Buhne”, per la scena del torneo furono usati cinquecento cavalli e quattromila comparse; per il set dell’Abbazia di Westminster furono modellate trecentottanta sculture e uno stuolo di sarte lavoro ai costumi. Il recensore di “Das Tage-Buch” fu cosi colpito da queste immense risorse che scrisse: “Con Reinhardt e con Lubitsch ho sempre l’impressione che nel teatro e nel cinema stiamo ora raccogliendo i frutti del passato militarismo. Scene di massa come queste riescono così bene solo grazie a un popolo abituato alle esercitazioni”. Oltre a esporre questa astrusa ipotesi, il critico osservava anche che il talento di Lubitsch stava non solo nella capacità di comandare masse di comparse come un generale, ma anche nella direzione degli attori nelle scene individuali. La recitazione in queste scene è infatti immancabilmente brillante. Il film, che a quanto pare era il lungometraggio più costoso mai realizzato in Germania, riunisce un cast di vaglia. Innanzitutto, ovviamente, Henny Porten nel ruolo di Anna Bolena, una donna che tenta di affermarsi in un mondo di maschi dominato dai giochi di potere e dall’egoismo, e dunque condannata a soccombere all’orgoglio ferito e al narcisismo degli uomini. La trama, inizialmente allegra, s’incupisce man mano che l’azione precipita inesorabile con un’intensità che appare ancora oggi scioccante. Malgrado siano chiaramente funzionali all’intreccio drammatico, i personaggi sono caratterizzati con un’umanità e una complessità che possono essere conseguite solo da attori d’eccezione guidati da un regista straordinario come Lubitsch. Per esempio, quando Enrico VIII (Emil Jannings), uomo di cieca violenza, versa lacrime di dolore e lutto perché non gli viene dato un erede maschio, si percepisce come Lubitsch riesca a ritrarre l’umanità in tutte le sue tragiche forme.
Karl Wratschko
La ricostruzione, avvenuta nel 1998, è frutto della collaborazione tra Deutsches Filminstitut – DIF, Bundesarchiv-Filmarchiv e Friedrich-Wilhelm-Murnau-Stiftung, a cui si è aggiunta in seguito la Fondazione Cineteca Italiana di Milano che ha fornito la copia nitrato con imbibizioni e viraggi. La ricostruzione è stata realizzata a partire da un negativo originale nitrato del Bundesarchiv-Filmarchiv, apparentemente un negativo di seconda scelta prodotto utilizzando materiali originali e altri duplicati d’epoca. Purtroppo il rullo 6 mancava, ed è stato necessario ricorrere a un duplicato negativo acetato prodotto successivamente. Dopo aver ultimato la ricostruzione del film, cioè aver prodotto un negativo in bianco e nero, imbibizioni e viraggi sono stati realizzati utilizzando il metodo Desmetcolor a partire dal positivo nitrato messo a disposizione dalla Fondazione Cineteca Italiana. Il restauro è stato eseguito dal laboratorio L’immagine Ritrovata di Bologna. Le didascalie sono state realizzate da Optronic Postdam.
Paul Eipper visitò il set di Anna Boleyn insieme al pittore Lovis Corinth. Da Conversazioni di atelier con Liebermann e Corinth (Monaco, 1971), riportiamo la descrizione di tale visita:
“L’uomo in costume da cavaliere è Paul Hartmann, la donna al suo fianco è Henny Porten. Davanti ai due Ernst Lubitsch, seduto su di un grezzo sgabello e in maniche di camicia, dirige la scena. Cioè urla, grida rivolgendosi agli attori in modo tale che questi, intimiditi, fanno esattamente tutto quello che lui ordina. Come se non bastasse, il lamento del violino. ‘Stop!’, ordina il regista. L’operatore si ferma, l’aiuto operatore all’altro apparecchio fa lo stesso, il tecnico delle luci spegne i riflettori, il violino smette di suonare, dal pianoforte giunge un’ultima nota e anche l’armonium tace. Ma già, senza moderare la voce, Lubitsch ordina: ‘Tutto da capo!’. Sopra Henny Porten i riflettori Jupiter si accendono in tre o quattro riprese, a sinistra e a destra dell’attrice ce ne sono altri due, all’altezza del suo sguardo altri due ancora. La luce bluastra, crepitando, scorre sui visi degli attori truccati in modo innaturale, la musica riprende, Lubitsch ordina ‘Silenzio!’, e di nuovo si mette a gridare: ‘Hartmann, afferra la sua mano più in alto, più forte, Porten girati dall’altra parte! Hartmann afferrala! convincila! insisti con le parole! tienila stretta! Porten, testa indietro! Lui ti dice qualcosa, ti fa piacere, lo respingi, Hartmann, afferrala ancora più forte, più forte! Tu la ami, tu tremi, la tua bocca sussurra, Porten sei spaventata! Adesso Hartmann, in ginocchio! – Bene! Basta con le luci!’. La musica tace e il regista si sbottona ancora un poco la camicia”. (Enno Patalas, Hans Helmut Prinzler, Ernst Lubitsch, 1984)