Scheda Film
Nel 1955, la sfida per la Hammer appare evidente: cavalcare il successo internazionale di produzioni sci-fi come L’astronave atomica del dottor Quartermass e rilanciare, finalmente, anche il genere horror. E chi meglio di Terence Fisher? Un regista emozionale – come amava definirsi – che rispecchia in tutto e per tutto gli intenti del nuovo corso Hammer: fare delle limitazioni il proprio punto di forza, esaltando gli aspetti più drammatici del racconto. Liquidato da molti come un semplice mestierante, con The Curse of Frankenstein Fisher spiana la strada a un’estetica dell’orrore nuova, brillante come il Kensington Gore, la leggendaria miscela di sangue finto esaltata dall’Eastmancolor, usato qui per la prima volta nel filone gotico. Tenebrosi villaggi europei, castelli polverosi, ragnatele e alambicchi vibrano di nuovi chiaroscuri e contrasti, finendo per influenzare anche Roger Corman, il nume tutelare delle produzioni low-budget americane. Non si e mai trattato di un remake del Frankenstein di James Whale, né di un adattamento del romanzo di Shelley (che Fisher rifiuto di leggere, per non farsi influenzare), ma di condurre l’archetipo in territori inesplorati. L’orrore – quello vero – non risiede nella Creatura, ma nel cuore del creatore. Il barone Victor Frankenstein interpretato da Peter Cushing e un algido calcolatore, un genio cinico che usa l’idealismo come scudo: re della morte che si crede sovrano della vita. Christopher Lee nei panni della Creatura, reclutato principalmente per la sua altezza e privo di un vero dialogo, decide di ispirare sofferenza, più che terrore. Meno robotico e più umano, il volto del mostro sacrifica i connotati iconici dei film Universal in favore di una maschera nuova, messa a punto dal talentuoso Phil Leakey. Ed e assecondando la magia dell’incontro, sul set e dietro le quinte, rimettendo al centro dell’intera produzione un inguaribile spirito umanista, che Terence Fisher compie la sua piccola grande rivoluzione.
Alessandro Criscitiello