Scheda Film
“Otto è un tesoro, una sorta di ebreo nazista, ma gli voglio bene”. La battuta di Joan Crawford sul suo regista dovette contrariare in egual misura ebrei e nazisti, ma non fu questo il motivo per cui la Legion of Decency avversò Daisy Kenyon o l’interesse della critica e gli incassi di questo ménage à trois dai toni noir furono così scarsi. Forse era un film troppo adulto per la sua epoca. Non che oggi sia più noto, ma alcuni critici hanno imparato a considerarlo uno dei film più complessi e moralmente ambigui di Preminger. Le sue riserve e le sue simpatie sono equamente ripartite – e in continua oscillazione – tra i tre protagonisti: Daisy (Crawford), una stilista single e sicura di sé; Dan (Dana Andrews), avvocato di successo che tradisce la moglie (e la cui professione permette a Hollywood di parlare per la prima volta dell’internamento dei giapponesi negli Stati Uniti); Peter (Fonda), un reduce di guerra vedovo, depresso e tormentato dagli incubi. Qui Fonda può indossare una nuova maschera, scrive Devin McKinney, “ma il tormento e la sensualità che emana bastano a suggerire che la maschera non è qualcosa che gli hanno dato, ma un volto che si porta dietro”. Chris Fujiwara, nella sua monografia su Preminger, celebra giustamente i “duelli a tre” di Daisy Kenyon e il modo in cui “mette in discussione il genere cui appartiene. ‘D’accordo, prenditi la tua tragedia, prenditi il tuo melodramma’ dice Daisy a Peter, criticandone il tentativo di articolare l’intenso sentimento di lutto e di irrealtà derivante dalla morte della moglie e accusandolo di ‘voler sembrare un caso clinico’”. Preminger “rifiuta le categorie e i generi” per “creare spazio, per aprire il film e i personaggi a un mondo più vasto. […] È un film sulla ricerca della lucidità”.
Alexander Howarth