Scheda Film
Emigrato dalla Francia nel luglio del 1940 per fuggire i nazisti, Julien Duvivier godeva di un’eccellente reputazione a Hollywood, dove nel 1938 aveva realizzato Il grande valzer e dove diresse altri cinque film fino al 1944. Il secondo fu Tales of Manhattan, che nacque da un progetto del produttore Sam Spiegel per la 20th Century Fox. L’idea centrale (uno smoking che porta sventura passando da un individuo all’altro in sei storie), derivava da Historia de un frac (1930), racconto dello scrittore ed etnologo messicano Francisco Rojas González. Spiegel affidò la sceneggiatura degli episodi a una quindicina di autori (tra cui Ben Hecht, Ferenc Molnár, Donald Ogden Stewart, Lamar Trotti e, secondo alcune fonti, anche Buster Keaton, non accreditato), pensando di farlo dirigere a registi diversi. Ma Charles Boyer (protagonista della prima storia) lo convinse a scegliere solo Duvivier che, misurandosi con un film su commissione, confermò la sua abilità nel passare dal dramma da camera alla commedia, dalla farsa all’apologo sociale. Il motivo centrale – i giochi delle apparenze e delle finzioni – gli era congeniale, e sono particolarmente riusciti gli episodi (primo, terzo e quarto) dove ha potuto mettere a fuoco i cattivi sentimenti umani e la contrapposizione fra la solitudine del singolo e la folla. Magistrali l’adozione della profondità di campo e le scenografie (di Richard Day, Boris Leven e Thomas Little), nonché la direzione di un cast artistico di altissimo livello (dove spiccano Boyer, Thomas Mitchell, Henry Fonda, Ginger Rogers, Charles Laughton, Edward G. Robinson). Il film fu il maggior successo di Duvivier negli USA ma venne accusato da Paul Robeson, protagonista dell’ultimo episodio, di dare un’immagine troppo semplicista della gente di colore e il giornale “Sentinel and Tribune” organizzò manifestazioni di protesta.
Roberto Chiesi