Scheda Film
Caro Visconti, ho appena visto Rocco e i suoi fratelli in un cinema della Seconda Avenue. L’emozione è stata grande. Luca se ne andava verso il profilo chiaro di Milano; nel cinema parecchia gente piangeva; poi sono venute le luci, e noi, alcuni miei amici ed io, siamo rimasti in silenzio, senza guardarci, senza poter dire una parola, mentre da più parti si udiva un commento solo: “Wonderful”. Allora siamo usciti, ancora senza parlare, e quando ci siamo guardati negli occhi abbiamo provato tutti una gran voglia di abbracciarci, un desiderio acuto di sopravvivere in qualche modo, il miglior modo possibile, alle tre ore appena concluse.
Romano Giachetti, Luchino Visconti. Epistolario 1920-1961, a cura di Caterina d’Amico de Carvalho e Alessandra Favino, Edizioni Cineteca di Bologna, Bologna 2024
Oggi Rocco e i suoi fratelli è considerato uno dei capolavori del cinema italiano. Eppure durante le riprese e dopo la sua uscita fu osteggiato in tutti i modi dalle forze allora al governo, diventando un caso su cui l’opinione pubblica italiana si confrontò e si spaccò. In un clima politico rovente e di profondi cambiamenti Visconti sente il bisogno di riprendere, come nei suoi primi film, il discorso sulla società, partendo da “La terra trema – che è la mia interpretazione dei Malavoglia – di cui Rocco costituisce quasi il secondo episodio”. Salutato alla sua uscita come il ritorno di Visconti al neorealismo, in effetti non lo fu affatto: Rocco e i suoi fratelli è una tragedia in cinque atti, ognuno dei quali prende il nome da uno dei figli (Vincenzo, Simone, Rocco, Ciro, Luca), è l’esplorazione delle sorti individuali dei cinque fratelli Parondi, dove ognuno sceglierà il proprio destino. Protagonisti prediletti sono, ancora una volta, i vinti, ma qui vinte non sono solo le persone, è una civiltà che sta per essere annientata. L’Italia, osserva Visconti, è un paese diviso, i meridionali che vengono al nord non sono fratelli, ma stranieri. La Milano che ci racconta il milanese Visconti, osservandola con gli occhi degli emigrati, è una città espressionista, inospitale, brumosa, dove le case popolari, le palestre, i parchi sono fondali teatrali, privi di umanità. Milano la città del nord, la città più progredita del paese, è la sede di conflitti sociali insanabili e soprattutto una città stregata, che cambia, in peggio, le persone. Il campo lunghissimo finale di Luca che si allontana dai cancelli dell’Alfa Romeo e dai discorsi progressisti del fratello integrato Ciro, non sembra lasciare dubbi su cosa pensi veramente Visconti: incapsulato in un progresso privo di storia, come i grandi dipinti del rinascimento, che vediamo intrappolati nel quadrato della televisione, l’Italia e quello che resta della famiglia Parondi vanno verso un futuro privo di radici e bellezza.
Gian Luca Farinelli