Scheda Film
Sin dagli inizi della sua carriera, il regista brasiliano Alberto Cavalcanti (1897-1982) riconobbe la capacità del cinema di dialogare con le altre arti, pur conservando una forte vocazione sociale. In questo modo elaborò una piena convergenza tra dimensione sociale, tecnica e poetica, una concezione tripartita che orientò la sua pratica cinematografica. Nell’autobiografia inedita di Cavalcanti, la sezione dedicata al periodo trascorso in Francia negli anni Venti e all’opera prima Rien que les heures è intitolata Giovinezza. È un titolo appropriato per un film che esprime freschezza e il desiderio di reinventare il mondo, di metterne a nudo i profondi meccanismi e gli abissi sociali e di svelare la complessità delle sue contraddizioni e la dialettica tra decadenza civile e morale di una società segnata da diseguaglianza e indifferenza, in una Parigi scossa dalla crisi all’indomani della Prima guerra mondiale. La prospettiva sociale di Cavalcanti anticipa i presupposti concettuali del cinema neorealista italiano, che sceglierà le rovine delle città devastate come sfondo per rappresentare la degradazione umana causata dalla guerra: un cinema in cui, come in Rien que les heures, il soggetto sarà tanto incisivo quanto la forma. La presa sul reale nel cinema di Cavalcanti attraversa una dimensione spettrale, portando sullo schermo un’opera che unisce finzione e documentario nella sua costruzione autoriale del reale. E questo fin dal momento in cui il regista scende nelle strade per ritrarre una Parigi marginale e contraddittoria in Rien que les heures. Fare luce su questo film a un secolo dalla sua uscita significa riscoprire un artista che vedeva nell’immagine in movimento uno strumento di trasformazione del mondo, capace di rivelarne le ombre, le imperfezioni e l’umanità. È, questo, un elemento fondamentale per comprendere l’opera di Cavalcanti, segnata da una sensibilità acuta verso ciò che significa essere umani e da una profonda comprensione del cinema come voce politica e come faro in grado di illuminare percorsi collettivi, infondendo poesia allo scorrere imprevedibile della vita quotidiana dell’uomo comune.
Roberta Ellen Canuto