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Cast and Credits

Scen.: Paddy Chayefsky. F.: Owen Roizman. M.: Alan Heim. Scgf.: Philip Rosenberg. Mus.: Elliot Lawrence. Int.: Faye Dunaway (Diana Christensen), William Holden (Max Schumacher), Peter Finch (Howard Beale), Robert Duvall (Frank Hackett), Wesley Addy (Nelson Chaney), Ned Beatty (Arthur Jensen), Arthur Burghardt (Grande Ahmed Kahn), Jordan Charney (Harry Hunter), Conchata Ferrell (Barbara Schlesinger), Darryl Hickman (Bill Herron). Prod.: Howard Gottfried per Metro-Goldwyn-Mayer. DCP. Col.

Scheda Film

Nello stesso anno in cui Alan J. Pakula, con All the President’s Men, ricostruiva il più glorioso (o almeno più celebrato) episodio del giornalismo americano, Paddy Chayefsky e Sidney Lumet sprofondavano il mestiere in un abisso decadente, grottesco e isterico. Non proprio lo stesso mestiere, perché qui si parla di televisione, e la televisione, nonostante i suoi Murrow e i suoi Cronkite, a essere materia mitologica non c’è riuscita mai: dunque se la libera stampa rende liberi, la televisione rende idioti, può argomentare Chayefsky nel 1976. (Cinquant’anni dopo, noi possiamo riflettere su quanto poco ci fidiamo della nostra umana intelligenza, se basta lo spettro d’un tubo catodico o di un linguaggio artificiale complesso a scaraventarci nel panico). Un conduttore di notiziari alcolista, depresso e appena messo all’uscio annuncia in diretta il proprio suicidio; il rating di colpo schizza verso l’alto; tutti perdono la testa. Tutti, idioti o cinici, sono corruttibili: gente comune, rivoluzionari, femministe, black lives, e corruttrice instancabile è una news executive sovreccitata e frigida – insomma, quasi – una che ci prova gusto solo se intanto si parla di indici d’ascolto. Populismo, inquinamento dell’informazione, le mani (mediatiche) sulla città, c’è dentro tutto, ma è la performance di Faye Dunaway che dà al film il suo ‘tempo’ ossessivo e la sua ineluttabile amarezza. Il ruolo le valse l’Oscar, e un po’ le bruciò la carriera. Da Bonnie in poi, da Il caso Thomas Crown a Chinatown passando per I tre giorni del Condor e L’inferno di cristallo, Dunaway aveva costruito una persona cinematografica di sensualità sfumata, allusiva, accesa dalla straordinaria fotogenia. Fu come se il parossismo nevrotico di Diana Christensen le tirasse troppo il sorriso, le esponesse troppo i denti, mentre la delicata magrezza sembrò di colpo più tagliente che flessuosa. Cominciava per Faye un destino di wicked ladies: ti distrai un attimo, e sei già Mammina cara. Parossistico anche il finale, nel segno molto anni Settanta del complotto e del sangue. E il giornalismo americano, intanto? E il giornalismo tutto? Good night, and good luck.

Paola Cristalli

Per concessione di

Crediti di restauro

Copia proveniente da: Amazon MGM Studios.

Restaurato in 4K nel 2026 da Amazon MGM Studios e The Criterion Collection presso i laboratori Resillion e Moving Picture Imaging, a partire dal negativo camera originale 35mm e dalle tracce audio magnetiche originali.

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