Scheda Film
Nel 1922 Valentino ha già un passato di gangster e seduttore latino (più volte), schiavo d’amore di Alla Nazimova (La signora delle camelie), principe del deserto tra i fantasmi della contaminazione etnica e della sottomissione sessuale (Lo sceicco). Ha già incontrato sia June Mathis, la sceneggiatrice che ne ha fatto un divo con I quattro cavalieri dell’Apocalisse, sia Natacha Rambova, l’art designer che ne riformula la persona divistica e poi, da moglie, ne imbriglierà la carriera. Due donne, in diverso modo potenti, presiedono alla fabbrica d’un mito cui le platee femminili daranno una sfumatura delirante: “D’altra parte, solo una donna sa cosa piace davvero alle donne”, dichiarava Rambova con fluida ironia. Valentino, il ragazzo arrivato da Castellaneta a Hollywood via dance palaces di New York, adatta una fotogenia assoluta a una serie rapida e impetuosa di ruoli debitori alla cattiva letteratura, ma riconoscibili come archetipi dell’immaginazione sentimentale e maschere del desiderio erotico. Intanto il suo corpo sta diventando “un luogo di contesa sul significato della virilità” (Miriam Hansen), e Moran of the Lady Letty è in questo senso un testo cruciale. Giovane yachtman annoiato, chiuso in un gineceo di sguardi adoranti, Valentino è oggetto esclusivo del desiderio femminile (che ben si guarda dal soddisfare). Il caso lo precipita in una ciurma; segue letterale svestizione e iniziazione a vita marinara; ‘Rudy’ emerge nel trionfo della canottiera, del basco obliquo e della mascella quadrata: non è mai stato così bello, né così chiara icona di virilità italiana. Però i marinai lo chiamano Lily of the Valley (lui li mette a tacere a forza di pugni); però il suo romance lo vive con una ragazza che si comporta e si veste da uomo (ma s’infila una gonna per accedere al bacio finale). Insomma, siamo nel gorgo delle reazioni proiettive e difensive che accompagneranno la vita e il culto di Valentino. Moran, se non è il suo film migliore (ma personalmente lo metto nella top three), è il tentativo più limpido e moderno di governare quel gorgo, in equilibrio tra l’integrazione al sistema hollywoodiano e i detour dell’ambiguità.
Paola Cristalli