Scheda Film
Ambientato nel 1971, il film si apre con le immagini di un vecchio in una baracca desolata e di tre danzatori mascherati che si muovono in uno spazio desertico. Senza una chiara causalità narrativa, la figura ricorre tre volte. È l’incarnazione di un Saggio junghiano, una sapienza trascendentale resa qui immobile e impotente, a simboleggiare lo spirito dell’India mentre assiste al decadimento morale e alla catastrofe collettiva. Questa apertura definisce un tono funesto, configurando il film come un melodramma epico e precisandone subito il carattere simbolico, sperimentale e provocatorio.
In quest’ultimo film Ritwik interpreta egli stesso Nilkantha Bagchi, un intellettuale e artista alcolizzato, enunciando la propria dichiarazione d’intenti: “per procurarmi da bere mentirò o persino ruberò, ma per il nome o la fama… non lascerò uscire dalla mia bocca una sola parola non veritiera”. Come osserva Geeta Kapur, questa ‘pseudo-autobiografia’ trasforma il se di Ghatak in un significante storico plasmato al tempo stesso dall’autore e dal personaggio. L’ultima battuta di Nilkantha, “Bisogna fare qualcosa”, riecheggia lo scrittore marxista Manik Bandyopadhyay. Attraverso l’autorappresentazione e le citazioni intertestuali Ritwik inscrive nella Storia le voci dei colonizzati, del soggetto assente, afferma Kapur. La schiettezza autoriflessiva di Ghatak, sottolinea Kumar Shahani, non è narcisismo ma un esercizio critico che lo chiama a rispondere, al pari degli altri, della crisi della patria, immaginata come ‘madre’. In qualità di artista, Ghatak avvertiva l’urgenza di agire in un contesto politico in cui il silenzio non è ammissibile, nonostante la salute precaria, le estreme avversità e un’esistenza priva di stabilità materiale.
Sanghita Sen