Scheda Film
Hangyakuji fu realizzato per la Toei, lo studio cinematografico più popolare e commerciale del Giappone, allora all’apice della sua produttività; nel 1961 distribuì complessivamente 167 titoli – circa un terzo dei film usciti quell’anno nel paese – stabilendo un record mondiale di produzione annuale per una singola compagnia. Più della metà erano film in costume (jidai-geki). Sebbene molti di essi, forse inevitabilmente visti i numeri, fossero film di routine, diversi registi di primo piano realizzarono alla Toei opere di grande rilievo. Il film di Ito, tratto da un romanzo storico di Jiro Osaragi, mette in scena la vita e il destino di Nobuyasu Matsudaira (1559-1579), figlio maggiore del futuro shogun Ieyasu, che fu vittima delle lotte di potere del periodo degli Stati Combattenti e delle tensioni interne alla sua famiglia. Questo dramma quasi shakespeariano narra la rivalità tra la moglie e la madre di Nobuyasu, che degenerò fino a esiti tragici. Ito aveva coltivato il progetto per quasi un decennio, sin da quando un film su Ieyasu era stato abbandonato in seguito a un cambio di direzione alla Shochiku. La Toei accettò di produrre il film a condizione che l’attenzione fosse posta su un protagonista più giovane, richiesta che ben si accordava con gli interessi di Ito, attratto dal personaggio di Nobuyasu. Questi è interpretato da Kinnosuke Nakamura (1932-1997), in un ruolo insolitamente serio per la star dei tanti jidai-geki leggeri, eleganti e sentimentali della Toei. L’austera presenza scenica di Haruko Sugimura (1906- 1997) è perfetta per il ruolo della temibile madre. Il critico di “Kinema Junpo” Sadayoshi Fukuda elogiò il film per la sua “scrupolosa correttezza formale” e per aver saputo evitare un trattamento schematico grazie all’“eccezionale chiarezza” con cui sono delineati i personaggi principali. “Un’opera con un simile grado di atmosfera tragica classica”, concluse, “è rara al giorno d’oggi.” Analogamente, il critico Akira Shimizu scrive che “l’analisi psicologica è lucida e precisa; si avverte in modo acuto e doloroso l’esistenza di ciò che si potrebbe chiamare la ‘barriera dell’epoca’, qualcosa che nessuna volontà o talento individuale può infrangere. Il film di Daisuke Ito si erge come un capolavoro profondamente sentito, traboccante di grandezza tragica”.
Alexander Jacoby e Johan Nordström