PROIEZIONE

GROZNYJ VAVILA / GAVROŠ

GROZNYJ VAVILA / GAVROŠ

In questa proiezione

GAVROŠ

Cast and Credits

Sog.: liberamente tratto da I miserabili (1862) di Victor Hugo. Scen.: Georgij Šachovskoj. F.: Evgenij Andrikanis. Scgf.: Iosif Špinel’ Aleksandr Žarenov. Mus.: Jurij Nikol’skij. Int.: Kolja Smorčkov (Gavroš), Dimitrij Popov (Touchet), Ivan Novosel’cev (Enjolras), Nina Zorskaja (Madeleine), Pavel Massal’skij (Montparnasse), Andrej Korablëv (Javert). Prod.: Mosfil’m. 35mm. Bn.

Scheda Film

OL’GA PETROVNA CHODATAEVA
Con le sorelle Valentina e Zinaida Brumberg, è una delle grandi rappresentanti dell’animazione sovietica. Nata nei pressi di Rostov sul Don nel 1894, cresce a Mosca, e con il fratello maggiore Nikolaj si appassiona alla pittura. Insieme a lui entra alla Scuola di pittura, scultura e architettura di Mosca e ne esce diplomata nel 1918. Durante la guerra civile realizza manifesti e scenografie teatrali. Fondatore di uno “studio di animazione sperimentale” presso la scuola di cinema di Mosca, il GTK (futuro VGIK), Nikolaj Chodataev attira l’attenzione delle autorità, che gli commissionano un film a sostegno della rivoluzione cinese. È il celebre Kitaj v ogne (Cina in fiamme, 1925), mediometraggio animato che rivoluziona le leggi del genere. Come le sorelle Brumberg e altri, Ol’ga entra nel collettivo per partecipare alla realizzazione del film. Alla fine degli anni Venti confezionano alcune meraviglie semplici e poetiche come Odna iz mnogich (Una tra tante, 1927), che mescola live action e animazione, Samoedskij mal’čik (Il bambino samoiedo, 1928), o ancora Groznyj Vavila i Tëtka Arina (Il terribile Vavila e zia Arina, 1928), trattatello animato per celebrare l’8 marzo e l’emancipazione femminile nelle campagne. Ma l’ispirazione avanguardista di Chodataev s’infrange contro le direttive ufficiali: nel 1936 viene fondato uno studio d’animazione centralizzato con la consegna di imitare Walt Disney. Ol’ga Chodataeva decide di perseverare malgrado le nuove costrizioni. Dal 1936 al 1960 lavora per Soyuzmul’tfil’m e realizza trentadue disegni animati, in gran parte ispirati al folklore della Russia e di altre repubbliche dell’Unione. Si spegne nel 1968.

TAT’JANA LUKAŠEVIČ
Nata nel 1905, è ingaggiata ancora adolescente dalla troupe dei fratelli Adel’gejm, che si esibisce in tutta la Russia, e nel 1922 entra all’Istituto di cinema di Mosca nel dipartimento di recitazione prima di passare a quello di regia. Termina gli studi nel 1927, primo anno in cui l’istituto consegna i diplomi, e appartiene quindi alla “generazione del 1927”, formatasi negli anni d’oro del cinema sovietico ma destinata a essere duramente colpita dalle purghe staliniane, dalle campagne ‘contro il formalismo’ e dalla guerra. Mentre molti suoi compagni di diploma gettano la spugna (Al’bert Gendel’štejn) o sono dati per dispersi al fronte (Aleksandr Strižak), lei riesce bene o male a girare una quindicina di lungometraggi fino alla fine degli anni Sessanta. A partire dal 1927 lavora come assistente alla regia e poi come regista per la Mežrabpomfil’m: il suo primo lungometraggio, Prestuplenie Ivana Karavaeva (Il delitto di Ivan Karavaev, 1929), è un ritratto della burocrazia (che condanna ingiustamente il protagonista) e del suo necessario controllo da parte delle masse (che lo riabilitano). Gira poi Vesennie dni (Giorni di primavera, 1934), considerato perduto, nel quale il critico Glauco Viazzi vedeva “una sorta di poema alla vita e alla felicità”. Con Gavroš (1937), e soprattutto con Podkidyš (La trovatella, 1939), dove dirige efficacemente dei bambini, riempì le sale. Sedici milioni di spettatori per la storia della bambina perduta nelle vie di Mosca, e un successo sempreverde (il film è stato recentemente colorizzato). Dopo essere tornata alla sua passione per il teatro con i film-spettacolo del dopoguerra (Učitel’ tancev, Maestro di danza, 1952; Anna Karenina, 1953), riscuote ancora successo con film che mettono in scena adolescenti, come Attestat zrelosti (Certificato di maturità, 1954) o Slepoj muzykant (Il musicista cieco, 1960). Se la maggior parte dei cinefili non conosce nemmeno il nome di Tat’jana Lukaševič, è forse a causa dell’invisibilizzazione delle donne registe o è “una triste testimonianza della mancanza di apprezzamento critico e ufficiale per l’arte di intrattenere le masse nel cinema sovietico” (Peter Rollberg)? Probabilmente entrambe le cose.

Irène Bonnaud e Bernard Eisenschitz

Copia proveniente da

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