Scheda Film
Dalla breve novella di Arthur Symons, Arnaud Desplechin e il suo cosceneggiatore Emmanuel Bourdieu hanno tratto un film fiume, ampio e coinvolgente, che segue fedelmente la trama dell’originale arricchendola però in modo esemplare: nata in una modesta famiglia ebrea nella Londra di fine secolo, la giovane Esther Kahn, adolescente piuttosto lenta, solitaria e chiusa, scopre il teatro e diventa attrice; scopre anche la vita, e soprattutto le ragioni per cui vivere. La struttura si articola come una doppia respirazione, senza equivalenti nella novella se non allo stato embrionale, e si fonda su due elementi originali: il personaggio di Nathan Quellen (Ian Holm), il vecchio attore che in Symons occupa appena un paragrafo ma che qui diventa essenziale; e la scelta della prima inglese di Hedda Gabler di Ibsen come occasione del primo trionfo scenico di Esther. L’adolescenza e gli esordi della protagonista conducono al primo punto culminante del film, una lunga sequenza mirabilmente scritta, interpretata e messa in scena: le lezioni di teatro di Nathan. La seconda parte sembra segnare una regressione, tanto sul piano narrativo quanto su quello formale: la storia d’amore con Philippe Haygard, il critico, l’intellettuale dandy, il seduttore, insomma il francese; l’assenza di carisma, la recitazione forzata, la dizione precipitosa dell’attore sono evidenti, ma non scalfiscono l’energia del percorso di Esther, ormai pienamente avviato. In effetti, il tour de force finale (e secondo punto culminante), ossia la rappresentazione di Hedda Gabler, acquista una potenza di rara intensità e, nella sua complessità, rovescia tutto ciò che lo precede, vale a dire tutto ciò che fa di Esther Kahn il film più fluido, più lineare del suo autore. Questa apoteosi è al tempo stesso la risoluzione di un puzzle, nel senso ludico come in quello etimologico (‘enigma’) del termine, e l’affermazione di una maturità su più piani: maturità della protagonista, giunta al compimento del proprio percorso; maturità del racconto, che trova in questa catarsi il proprio fine e la propria giustificazione; maturità della messa in scena, liberata dalla penombra e dai vincoli della ‘ricostruzione d’epoca’ per affermarsi trionfalmente in un cinema pienamente compiuto.
Yann Tobin, Esther Kahn: Oublier le sens, “Positif ”, n. 476, ottobre 2000