PROIEZIONE

ESTHER KAHN – Director’s cut

ESTHER KAHN – Director’s cut

In questa proiezione

KAHN (Director’s cut)

Cast and Credits

Sog.: dal racconto omonimo (1906) di Arthur Symons. Scen.: Emmanuel Bourdieu, Arnaud Desplechin. F.: Éric Gautier. M.: Hervé de Luze, Martine Giordano. Int.: Summer Phoenix (Esther Kahn), Ian Holm (Nathan Quellen), Fabrice Desplechin (Philippe Haygard), Akbar Kurtha (Samuel Kahn), Frances Barber (Rivka Kahn), László Szabó (Ytzhok Kahn), Hilary Sesta (Buba), Claudia Solti (Mina Kahn). Scgf.: Jon Henson. Mus.: Howard Shore. Prod.: Chris Curling, Alain Sarde, Grégoire Sorlat per Why Not Productions; DCP. D.: 157’. Col.

Scheda Film

Dalla breve novella di Arthur Symons, Arnaud Desplechin e il suo cosceneggiatore Emmanuel Bourdieu hanno tratto un film fiume, ampio e coinvolgente, che segue fedelmente la trama dell’originale arricchendola però in modo esemplare: nata in una modesta famiglia ebrea nella Londra di fine secolo, la giovane Esther Kahn, adolescente piuttosto lenta, solitaria e chiusa, scopre il teatro e diventa attrice; scopre anche la vita, e soprattutto le ragioni per cui vivere. La struttura si articola come una doppia respirazione, senza equivalenti nella novella se non allo stato embrionale, e si fonda su due elementi originali: il personaggio di Nathan Quellen (Ian Holm), il vecchio attore che in Symons occupa appena un paragrafo ma che qui diventa essenziale; e la scelta della prima inglese di Hedda Gabler di Ibsen come occasione del primo trionfo scenico di Esther. L’adolescenza e gli esordi della protagonista conducono al primo punto culminante del film, una lunga sequenza mirabilmente scritta, interpretata e messa in scena: le lezioni di teatro di Nathan. La seconda parte sembra segnare una regressione, tanto sul piano narrativo quanto su quello formale: la storia d’amore con Philippe Haygard, il critico, l’intellettuale dandy, il seduttore, insomma il francese; l’assenza di carisma, la recitazione forzata, la dizione precipitosa dell’attore sono evidenti, ma non scalfiscono l’energia del percorso di Esther, ormai pienamente avviato. In effetti, il tour de force finale (e secondo punto culminante), ossia la rappresentazione di Hedda Gabler, acquista una potenza di rara intensità e, nella sua complessità, rovescia tutto ciò che lo precede, vale a dire tutto ciò che fa di Esther Kahn il film più fluido, più lineare del suo autore. Questa apoteosi è al tempo stesso la risoluzione di un puzzle, nel senso ludico come in quello etimologico (‘enigma’) del termine, e l’affermazione di una maturità su più piani: maturità della protagonista, giunta al compimento del proprio percorso; maturità del racconto, che trova in questa catarsi il proprio fine e la propria giustificazione; maturità della messa in scena, liberata dalla penombra e dai vincoli della ‘ricostruzione d’epoca’ per affermarsi trionfalmente in un cinema pienamente compiuto.

Yann Tobin, Esther Kahn: Oublier le sens, “Positif ”, n. 476, ottobre 2000

Crediti di restauro

Copia proveniente da Why Not Productions per concessione di StudioCanal.

Restaurato in 4K nel 2025 da Why Not Productions con la collaborazione di CNC – Centre national du cinéma et de l’image animée presso il laboratorio L’Image Retrouvée, a partire dal negativo originale 35mm.

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