Scheda Film
Edward Scissorhands è un progetto molto intimo poiché il personaggio centrale del film – una creatura fabbricata dal niente e avvolta da un carapace di cuoio, come una macchina dotata di vita, un ragazzo non ‘finito’ dal pallido viso di porcellana, che vive nella solitudine del suo castello gotico, che dal suo creatore ha ricevuto coltelli e lame di forbice al posto delle mani – è nato dall’immaginazione e dall’infanzia di Tim Burton, ed è stato tratteggiato per la prima volta ai tempi in cui era alla Disney. […] A essere personale è anche la forma narrativa del film, con una nonna che racconta una fiaba alla nipotina che non riesce ad addormentarsi, nonna che risulterà essere stata la fidanzata del mostro, Kim, l’unica a capirlo veramente. Costei vive nell’attesa del ritorno di questo essere cacciato dalla comunità cittadina e probabilmente rifugiato nel granaio del suo castello, costruzione che domina l’eterna periferia calma e color pastello da cui Tim Burton fa sorgere le più seducenti e terribili deformità. Perché la fine del mondo, in Burton, è rappresentata dai simboli della felicità americana contemporanea, spinti all’eccesso, accumulati e gonfiati, sul punto di implodere sotto gli effetti della loro propria presenza: in Edward Scissorhands le casette color pastello, i giardini, le strade e le macchine dall’aspetto curato sono altrettanti segni di decomposizione. Ormai l’angoscia urbana conduce il mondo verso la rovina, verso la fine, verso lo sconvolgimento definitivo, e spinge allo scoperto le ‘creature’. L’angoscia di questa tranquilla, esasperata felicità fa uscire i mostri dai loro nascondigli. E sono queste creature, tutti questi mostri generosamente adottati dal cineasta, veri e propri sopravvissuti, a portare sulla loro pelle le ultime tracce di un’arte ormai rara: il cinema.
Antoine de Baecque, Tim Burton, Lindau, Torino 2007
Mi ricordo che, crescendo, pensavo che non era molto facile farsi accettare. Fin da piccolo ti insegnano a uniformarti a certe cose. Una situazione che, almeno in America, è diffusissima e che comincia dal primo giorno di scuola: questo è intelligente, questo non lo è, questo è bravo nello sport, questo non lo è, questo è uno strano, questo è normale. Fin dal primo giorno rientri in una qualche categoria. Questa è stata la spinta più forte a fare il film.
Tim Burton, Burton racconta Burton, a cura di Mark Salisbury, Kowalski, Milano 2010