Scheda Film
Da dove viene il senso di libertà che proviamo guardando Die verkaufte Braut? Il trentenne Max Ophüls dirige il suo secondo film con stupefacente inventiva; il veloce ritmo visivo, traboccante di idee, movimenti di macchina, soluzioni di montaggio, è in molti modi quello d’un film muto trascinato dalla musica. Non è tuttavia un film-opera; quel che vediamo è piuttosto un acquario, uno spazio trasparente nel quale il teatro modernista tedesco dell’epoca si rivela ai nostri occhi: sperimentale, stratificato, ingegnoso, polifonico. L’intreccio vivace di immagini e musica già solleva lo spirito, ma soprattutto delizioso è il modo in cui Ophüls, nel suo circo cinematografico d’avanguardia, esibisce i predecessori del cinema – cantastorie, grandi plastici di battaglie, fotografia – e convoca un ensemble di performer delle varie arti: Novotná e Domgraf-Fassbaender con le loro gran voci da melodramma, caratteristi come Wernicke e Giehse, il duo d’improvvisazione comica Karl Valentin e Liesl Karlstadt. Porta altresì in scena veri attori circensi, bambini delle fattorie e un salsicciaio di Monaco nel ruolo di un autorevole poliziotto di paese. Il ritmo rallenta una volta sola, e significativamente, questo accade in una scena in cui la trama prende il sopravvento. Trecento fiorini devono passare di mano in mano da Kezal ad Hans a Wenzel a Brummer, e fin nella tesoreria cittadina, perché lo spettacolo del circo possa andare avanti. Infatti subito segue una scena formidabile con Valentin e Karlstadt – e poi il finale: il capo indiano muto (è Max Shreck, l’attore di Nosferatu) apre la bocca e invoca in dialetto sassone l’etica degli artisti; Hans si porta via la sua Marie; Wenzel salta come un orso ballerino; e Kezal, il sensale, mette tutti insieme per la foto che chiude il film. Die verkaufte Braut non è un film conosciuto, ma una sua battuta viene citata piuttosto spesso, ed è perfetta per il nostro festival. Esmeralda suona la fisarmonica, Wenzel la ascolta ammirato. Wenzel (il pubblico del festival): “L’arte è bella”. Esmeralda (la squadra del festival): “Ma ci vuole tanto lavoro”.
Mariann Lewinsky