Scheda Film
Il tema dell’amore più forte della morte è qui preso alla lettera: Fredric March, nei panni della Morte, assume temporaneamente sembianze umane per mescolarsi agli ospiti di un palazzo, e lì si innamora della figlia del proprietario, Grazia, interpretata da Evelyn Venable. Durante la licenza non retribuita dell’Angelo sterminatore in Italia, le persone sopravvivono anche ai più terribili incidenti e la mortalità si azzera; ma il film si chiede che senso abbia, in fondo, innamorarsi della Morte. Morire e nient’altro? La trama deriva indirettamente da una commedia in tre atti dell’autore italiano Alberto Casella, che riscosse grande successo in Europa e in America. Oggetto di un remake nel 1998 con il titolo Vi presento Joe Black, il film di Leisen – adattato per lo schermo da Maxwell Anderson e Gladys Lehman a partire dalla versione inglese scritta da Walter Ferris per Broadway – non cerca di dissimulare la propria natura teatrale. Anzi, sembra accomodarsi serenamente entro i limiti di una pièce. Le scenografie sono firmate da Ernst Fegté, collaboratore prediletto di Leisen, e grazie al lavoro di questo artista non estraneo all’avanguardia (aveva curato le scenografie di Black and Tan) il film si situa saldamente a metà strada tra una storia gotica ambientata in una vecchia dimora e un racconto simbolico di trascendenza spirituale. In seguito al successo di Il dottor Jekyll, sempre interpretato da Fredric March, il fantastico e il macabro divennero un terreno particolarmente fecondo per interrogarsi seriamente sull’individuo e sulla società. Il film di Mitchell Leisen – una delle produzioni in studio più insolite degli anni Trenta – presenta infatti una sottotraccia filosofica che non si sforza di nascondere. Potrebbe anzi trattarsi di uno dei primi casi in cui un film hollywoodiano rivendica consapevolmente la serietà del proprio soggetto. E tuttavia Leisen, in modo disarmante, dispiega un curioso miscuglio di esistenzialismo, commedia verbale finemente calibrata e giochi di parole ‘letali’, arrivando così a superare la rappresentazione, priva di umorismo, della Morte in cammino nel Settimo sigillo.
Ehsan Khoshbakht