Scheda Film
Paul Thomas Anderson ha ventisei anni quando gira Boogie Nights, il suo secondo film, e si comporta (a ragione) come chi ha già capito tutto del cinema americano. Con un celeberrimo piano sequenza inziale, entriamo nella San Fernando Valley (che sta ad Anderson come l’Hunsrück sta a Edgar Reitz). La macchina da presa volteggia nel locale Hot Traxx come se spalancasse le porte di un regno segreto, e lì troviamo la gang a luci rosse di Jack Horner, Amber Waves, Rollergirl, Buck Swope, Reed Rothchild e soprattutto Eddie Adams, ragazzo bellissimo e spaesato che diventerà Dirk Diggler grazie a un dono anatomico da supereroe. E come i supereroi Dirk dovrà imparare a domare il superpotere. Ambientato nell’industria della pornografia californiana tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, Boogie Nights non è soltanto un film sull’X rated. È un film sul cinema e sulla sua evoluzione, vista però dallo spioncino del genere più reietto. Anderson, in controtendenza, rifiuta di farne un luogo miserevole e squallido. Anzi, guarda quel mondo marginale con la grandezza formale che Hollywood riserva ai grandi racconti: carrelli, zoom, canzoni, feste, vortici, interni affollati, corpi che danzano, una specie di Dolce vita sotto cocaina. L’ombra di Scorsese e Altman è evidente, eppure già trasformata in qualcosa di personale. Anderson, che in seguito farà spesso (se non sempre) film su padri impossibili e figli in cerca di qualcuno che li riconosca, qui trova una delle sue immagini più tenere e crudeli: Dirk davanti allo specchio, solo con il proprio corpo e con la leggenda che quel corpo ha prodotto (citando Toro scatenato). Ma, al di là del suo protagonista, la narrazione tende al corale, e questo sovreccitato affresco serve a far emergere una diagnosi morale del tardo Novecento, in cui ogni desiderio di riconoscimento passa immancabilmente attraverso la mediatizzazione dell’intimità. Un film sul capitalismo, sul corpo, sulla società dello spettacolo.
Roy Menarini