4th EDITION
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La Mostra Internazionale del Cinema Libero, che nel luglio scorso ha compiuto trent’anni, conclude la sua XIX edizione (nei primi anni la Mostra era biennale) con Il Cinema Ritrovato», la sua manifestazione più significativa del rapporto organico instaurato con la Cineteca comunale a partire dal definitivo insediamento della Mostra a Bologna avvenuto nel 1986. Da quel momento la Mostra si è pienamente realizzata come istituto permanente di cultura e, coordinando le proprie manifestazioni con l’attività della Cineteca, agisce durante tutto l’anno dando vita a numerose iniziative, sia di carattere continuativo l’annuale «Africa nel Cinemas, il biennale Cinema dei paesi arabi», ecc.. sia di carattere occasionale, come quelle dettate dalla necessità di cogliere nella loro emergenza fenomeni significativi per la cultura cinematografica nel suo complesso («Un amore come gli altri», «Il cinema israeliano degli anni ’80, ecc). L’attività della Mostra prosegue quindi idealmente, e con maggior efficacia grazie alla soluzione neo istituzionale (rapporto fra pubblico e privato che consente di gestire un servizio socialmente rilevante con l’agilità di una impresa privata) sperimentata con un istituto comunale, la sua tradizione di cogliere tempestivamente i fenomeni emergenti atti ad innovare l’universo. delle immagini in movimento o, in altre parole, la sua attitudine a mostrare l’invisibile, ciò che altrimenti non arriverebbe sullo schermo o vi arriverebbe tardivamente. Questo è vero non solo perché rappresentare oggi le cinematografie emergenti è l’equivalente, in una situazione culturale profondamente mutata, della scoperta, operata dalla Mostra negli anni Sessanta, dell’Underground americano o del Cinema Novo brasiliano, ma anche perché il riportare alla luce «tesori» sepolti negli archivi, il mostrare film ripristinati nelle versioni che non hanno circolato, il rivelare che di un’opera esistono più versioni difformi e tutte legittime è una forma altrettanto innovativa di esibire l’invisibile, una forma che la condizione attuale della settima arte rende particolarmente cospicua.
È bene insistere sulla coerenza del Cinema Ritrovato con le altre manifestazioni della Mostra e con la storia di questo «antifestivals» segnato dalle sue origini avventurose e dalla vita precaria a cui è stato condannato dall’insopprimibile esigenza di autonomia e di anticonformismo. Potrebbe sembrare, infatti, che l’aver assunto in termini specificamente cinetecari il giusto compito di contribuire alla salvezza della memoria storica del cinema, in un’epoca in cui tutto congiura alla sua distruzione, costituisca un ripiegamento difensivo, una fuga nel passato per la difficoltà di affrontare il futuro con strumenti teorici adeguati all’impegno critico che sempre ha caratterizzato la Mostra. Non basta rispondere che la salvezza del passato è condizione del futuro dal momento che questo non è possibile senza quello. Anche se si tratta di una constata zione ineccepibile non è sufficiente ad assolvere Il Cinema Ritrovato dal sospetto di praticare un’archeologia senza principi (si scava cercando tutto e quindi niente) ed un restauro conservativo fine a se stesso (si restaura e si conserva ciò che si trova). Altrettanto parziale è la risposta, pur giusta nei termini generali di una sociologia critica, che in un’età di consumismo frenetico in cui la fruizione di un bene tende a coincidere con la sua distruzione anche in termini fisici, la conservazione diviene un elemento forte che si inserisce nella tradizionale tendenza della Mostra ad andare controcorrente, in questo caso ad opporsi ad una situazione di fatto che vede colludere contro la memoria storica del cinema di tutto il cinema passato e di quello futuro le strutture produttive e distributive, l’incuria dei pubblici poteri, le carenze legislative, il consumo cinematografico in televisione.
Anche una Cineteca, che pure è un istituto preposto specificamente alla conserva- zione e alla trasmissione del patrimonio cinematografico, esplica la propria attività, e non potrebbe essere diversamente, sulla base di principi teorici e conoscenze storiche. A maggior ragione la Mostra, soprattutto trattandosi di una Mostra che ha una storia scandita da interventi programmati su spunti teorici di rottura, deve fondare Il Cinema Ritrovato, armonizzandolo con le altre iniziative, su una base di sicuro respiro logico storico.
Fin dal 1979, con un convegno dal significativo titolo «Dopo il cinema quale cinema?», la Mostra pose sul tappeto il problema della fine del cinema, della conclusione a cui era giunta la sua storia. Non solo i modelli espressivi tipici del cinema sono diventati il modello tendenziale di ogni forma comunicativa, ma tutta la realtà si presenta ai nostri occhi in forma cinematografica. In questo modo la settima arte perde la propria specificità se non per quanto riguarda la tecnica, la quale viene sempre più in primo piano (basti pensare al peso assunto oggi dagli effetti speciali) e costituisce l’unico elemento che differenzia il cinema nell’ambito dell’universo massmediologico contemporaneo. La riduzione del cinema a tecnica cinematografica, nel momento in cui la tecnica si identifica con la natura, significa che la sua storia in quanto arte, in quanto espressione culturale che, come ogni autentica espressione culturale, segna una differenza rispetto alla natura, si è conclusa con la piena realizzazione del cinema nel mondo, cioè nella tecnica.
Recuperare il cinema alla sua essenza culturale, staccarlo dalla identificazione con la tecnica, spezzare la sovrapposizione fra autentico linguaggio iconico e la lingua quotidiana dei media (dell’universo audiovisivo in cui la settima arte sembra imprigionata), vuol dire riscriverne la Storia e questa volta con la esse maiuscola poiché partendo dalla conclusione di essa è finalmente possibile scrivere la storia autentica. La realizzazione del cinema come tecnica tende, infatti, a fossilizzarlo nella storia naturale o, nel migliore dei casi, in una sorta di preistoria della quale i documenti sono tracce di una vita perduta, rovine e reperti archeologici di cui bisogna decifrare il significato originario.
Di qui si è costretti a prendere le mosse, da un punto di partenza in cui archeologia e storia coincidono, e procedere fra le rovine con strumenti archeologici impiegati con consapevolezza storica, ma scontando la necessità di procedere per tentativi, di lanciare sonde sempre più in profondità, di restaurare e conservare i reperti, di interrogarli per comprenderne l’essenza. Su questi presupposti, ai quali lo spazio mi impone di alludere appena, si è cercato di articolare coerentemente questa quarta edizione del Cinema Ritrovato», che offriamo al giudizio dei nostri graditi ospiti e di quanti vorranno onorarci del loro interesse.
Ai partecipanti stranieri in particolare, com’è doveroso, va la nostra gratitudine, così come un ringraziamento caloroso non può mancare per le Cineteche che con la loro collaborazione generosa hanno dato un contributo decisivo alla nostra manifestazione. Infine, non posso esimermi dal porgere il benvenuto più cordiale ai componenti il Comitato Esecutivo della FIAF che ci hanno gratificato con la scelta di tenere la loro riunione annuale durante il nostro Festival.
A tutti i nostri interlocutori, che non possono non vedere con speranza diffondersi, pur tra mille ostacoli, la consapevolezza della necessità di salvare la memorial storica del cinema (è di questi giorni la notizia che il governo francese promuoverà a Parigi una grande rassegna permanente del cinema restaurato), voglio dare per concludere una notizia che non mancherà di rallegrarli: gli Enti finanziatori, il Comune di Bologna, la Regione Emilia Romagna con il suo Istituto per i Beni Culturali, il Ministero Turismo e Spettacolo, quest’anno hanno complessivamente aumentato il loro impegno economico a favore della Mostra. Si tratta di uno sforzo rilevante anche se la Mostra resta uno dei festival meno finanziati d’Italia (e soprattutto non garantita per il futuro data la situazione della finanza pubblica) -, del quale prendiamo atto con soddisfazione, ma da cui soprattutto traiamo l’auspicio che i pubblici poteri vorranno impegnarsi sempre più per salvare dalla distruzione quella che giustamente è stata definita. l’arte del nostro tempo.
Vittorio Boarini