La macchina dello spazio
[2019]
Programma a cura di Olaf Möller
L’11 novembre 1948 Karl Berbuer intonò per la prima volta in pubblico una canzone destinata a colpire l’immaginazione dei tedeschi: Wir sind die Eingeborenen von Trizonesien (‘Siamo gli indigeni della Trizonia’). Di solito le canzonette del carnevale di Colonia rimangono rigorosamente confinate alla loro dimensione regionale. Ma questa era speciale: è un inno nazionale bello e buono, la dichiarazione di indipendenza di un popolo sotto occupazione che percepisce l’imminenza della libertà e di un nuovo stato. Certo, il tutto è comunicato in tono buffo e scherzoso, ma analizzando più attentamente il testo si nota quante paure e quante speranze Berbuer riesca a far stare in quei pochi versi: e come si preoccupi di placare le apprensioni suscitate dalla violenza dei tedeschi sottolineando la bonarietà di fondo della popolazione.
Nell’autunno del 1948, inoltre, era ormai chiaro che la Germania era divisa in due: da un lato la zona occupata dai sovietici (la futura Repubblica Democratica Tedesca), dall’altro le zone occupate da statunitensi, britannici e francesi, che a un certo punto unirono le forze creando un’entità amministrativa chiamata Trizona (dalla quale nacque la Repubblica Federale Tedesca).
Nei decenni si sono scritte molte cose fuorvianti sulla produzione cinematografica della Trizona prima e della Germania federale adenaueriana poi, soprattutto perché si tendeva a considerarle come un tutt’uno; e se a un attento esame si scopre che il cinema della Repubblica Federale tra il 1949 e il 1963 consiste di almeno tre periodi nettamente distinti, dovrebbe risultare evidente che anche gli anni compresi tra il 1945 e il 1949 formano un contesto a sé stante. Gli storici del cinema tendono a presentare la produzione dell’immediato dopoguerra concentrandosi su un piccolo filone di opere realiste chiamato Trümmerfilme (‘cinema delle macerie’). Con il senno di poi sembra più stimolante un’altra prospettiva, suggerita in un articolo pubblicato nel 1956 sulla rivista “Das Schönste” che definiva quegli anni l’avanguardia del cinema della Germania (Ovest). Ed è vero: tra il 1945 e il 1949 fu prodotto un numero impressionante di film formalmente insoliti e finanche audaci, alcuni dei quali rientrano nel filone Trümmerfilme e sono, almeno in Germania, molto conosciuti (In jenen Tagen, Helmut Käutner, 1947; Film ohne Titel, Rudolf Jugert, 1948; Berliner Ballade, Robert Adolf Stemmle, 1948), mentre altri sono stati per lo più ignorati, come il fiabesco metafilm Der große Mandarin (Karl Heinz Stroux, 1949), il collage di found footage d’ispirazione cabarettistica Herrliche Zeiten (Erik Ode, 1949- 50) o due saggi narrativi di stampo documentaristico, Lang is der Veg (Marek Goldstein e Herbert Bruno Fredersdorf, 1948) e Asylrecht (Rudolf Werner Kipp, 1949). C’è molto altro, ma questo dovrebbe già dare una prima idea di questo cinema tutto da scoprire: un cinema moderno, intelligente, sensuale e libero.
Olaf Möller