La sua capacità di stabilire un contatto immediato con il pubblico nasce dalla voce – ricca, stanca, tenera, vissuta, scettica, capace di muoversi con agilità tra asprezza e dolcezza. Poteva essere metallica, quasi mascolina e tagliente, oppure soffice come un cuscino di piume, talvolta nello stesso film: qualità ideali per un’attrice a suo agio in ogni genere, dal melodramma femminile al western, passando per il noir e la commedia sofisticata. Più iconoclasta che icona, attrice di carattere alla maniera di Bogart o Cagney, non era né una grande bellezza né una diva patinata. Ed è proprio questo – il suo rifiuto o la sua incapacità di lasciarsi ridurre a un’unica immagine – a costituire uno dei fattori determinanti della sua longevità. Se ai suoi tempi fu talvolta sottovalutata, la sua arte della sottrazione – la fluidità del movimento, l’immobilità nella quiete, l’intensità trattenuta – appare oggi sorprendentemente moderna. Attraverso i generi, la retrospettiva metterà in luce le molteplici sfaccettature di un’artista iconoclasta.
A cura di Molly Haskell
Foto: Barbara Stanwyck, 1945