[FILM]
Sog.: dal romanzo omonimo (1956) di Adwaita Mallabarman. Scen.: Ritwik Ghatak, Advaita Malla Burman; F.: Baby Islam; Mo.: Basheer Hussain; Mu.: Ustad Bahadur Khan; Int.: Fakrul Hasan Bairagi (Nibaran), Narain Chakraborty (Moral), Banani Choudhury, Kabari Choudhury (Rajar Jhi), Chetana Das, Roushan Jamil (madre), Probir Mitra (Kishore), Ritwik Ghatak (Tilakchand), Shafikul Islam (Ananta), Rani Sarkar (Mungli), Sirajul Islam (Magan Sardar), Sufia Rustam (Udaytara), Rosi Smad (Basanti); Prod.: Habibur Rahman Khan.
Storico delle edizioni
Qual è, precisamente, il tema? È un fiume, il Titas. Il nostro Bengala orientale ha una civiltà fondata sui fiumi. Non so quanto del Bengala orientale abbiate visto, o fino a che punto siate riusciti a penetrare nella sua vita, ma io vi sono entrato in profondità. Il Titas è un fiume, e una forza vitale. Il fiume sta morendo, e un giorno si prosciuga, e l’isola che affiora non appartiene più ai pescatori. Sono allora i contadini a prendere il sopravvento… tutto va in frantumi. Il mio accenno finale riguarda il nuovo ordine, la nuova vita che lotta per nascere. […] Gli individui sono mortali, ma l’umanità e immortale.
Ritwik Ghatak, Arguments/Stories, Screen Unit, Bombay 1985
Tratto dall’omonimo romanzo classico bengalese di Adwaita Mallabarman, TitasEktiNadirNaam e un’elegia intensa e lirica sulla scomparsa di un modo di vivere: il film segue il fluire e rifluire dell’esistenza della comunità di pescatori Malo, la cui sopravvivenza e le cui tradizioni sono profondamente intrecciate al fiume Titas. Ambientata nel Bengala orientale prima dell’indipendenza (l’odierno Bangladesh), la vicenda e puro melodramma, una forma che Ritwik Ghatak rese inconfondibilmente propria. Il racconto prende avvio dal matrimonio di un giovane pescatore, Kishore, la cui sposa, Rajar Jhi, viene rapita il giorno dopo la prima notte di nozze, durante il viaggio di ritorno verso casa. Ne consegue una lunga serie di separazioni, perdite e peregrinazioni che si estende nel corso degli anni. Ghatak costruisce il racconto attraverso una pluralità di linee narrative solo tenuamente connesse, secondo una struttura episodica che si snoda nel tempo e nello spazio, passando da un personaggio all’altro e persino da una generazione all’altra, mentre le loro vite si incrociano indirettamente. Le scene assumono spesso la forma di frammenti o di ricordi giustapposti, e i personaggi appaiono e scompaiono senza spiegazione. A tenere insieme questi fili e il fiume, che intreccia storie disparate in una narrazione collettiva scandita da flussi e pause come un poema. Ancora una volta, il film e un’allegoria del trauma della Partizione. Un trauma che permea l’opera di Ghatak, segnata dal costante ritorno ai temi della rottura, dello sradicamento e della frammentazione dell’identità e della comunità. Con l’espandersi del racconto, che si articola attraverso molteplici personaggi e generazioni, il film mette in scena il progressivo disgregarsi della comunità sotto la pressione di fattori sociali, economici e ambientali. Il prosciugarsi del fiume rispecchia infine il crollo di un modo di vivere, facendo del film una meditazione profondamente evocativa sulla memoria, lo sradicamento e l’erosione culturale.
Shivendra Singh Dungarpur
Crediti di restauro
Restaurato nel 2010 da The Film Foundation’s World Cinema Project e Cineteca di Bologna in collaborazione con Ritwik Memorial Trust, e National Film Archive of India presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata, a partire dai negativi camera e suono 35mm e da una copia positiva fornita dal Ritwik Memorial Trust e conservata all’NFAI. L’integrazione di un lavender combinato e di una copia positiva 35mm conservati presso il Bundesarchiv ha consentito di colmare le lacune e compensare i gravi danni presenti nel negativo originale. Con il sostegno di Doha Film Institute.
Per un diciottenne cresciuto a Nuova Delhi, studente di cinema, cinefilo o semplicemente snob, era scontato andare in estasi per il regista Ritwik Ghatak e passare ore interminabili nella mensa dell’Università di Delhi a discutere dei suoi film, del suo alcolismo e infine della sua morte per tubercolosi. Scrittore e regista “d’avanguardia”, Ghatak aveva colpito l’immaginazione di molti di noi che avevano sempre in tasca il Libretto rosso di Mao e lo citavano generosamente a comando (in inglese). In fin dei conti Ghatak (che era iscritto al partito comunista) non aveva forse filmato l’estrema povertà e l’estinzione culturale dei bengalesi per mano dell’imperialismo? A causa del clamore politico che circondava gran parte della sua produzione, i film in sé – contrariamente alla personalità e all’impegno politico dell’autore – finirono paradossalmente per essere trascurati dalla legione dei suoi ammiratori più convinti (me compresa!). Fu solo anni dopo, quando vidi il suo film epico Un fiume chiamato Titas, che mi esaltai per motivi radicalmente diversi. Il film è opera di puro genio. Elegia appassionata di una cultura morente, mi commosse profondamente e continua ancora oggi a ossessionarmi. Ispirato al celebre romanzo bengalese di Advaita Barman e adattato dallo stesso Ghatak, Un fiume chiamato Titas racconta la dura e formidabile storia di un fiume e di una cultura agonizzanti.
Deepa Mehta
Crediti di restauro
Restaurato nel 2010 dalla Cineteca di Bologna e World Cinema Foundation presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata a partire dai negativi camera e suono 35mm e da una copia positiva fornita dal Ritwik Memorial Trust e conservata al National Film Archive of India. Essendo il negativo originale incompleto ed alcuni rulli seriamente danneggiati, sono stati utilizzati anche un intermediato combinato ed una copia positiva forniti dal Bundesarchiv-Filmarchiv. Il restauro digitale ha prodotto un nuovo negativo 35mm.