[FILM]
Scen.:Lois Weber; Op.: Stephen Norton, King Gray, Allen G. Siegler; Int.: Mary MacLaren (Eva Myer/Emma Meyer); Harry Griffith (il padre); Jessie Arnold (Lillie); William Mong (Charlie); Prod.: Universal Bluebird Photoplays. 35mm. L.: 1191 m. D.: 57‘ a 18 f/s. Bn
Storico delle edizioni
La leggenda racconta che Lois Weber scoprì Mary MacLaren nel 1916 mentre questa faceva la fila davanti ai portoni della Universal insieme a tanti altri aspiranti attori. Intravedendo “qualcosa di magnetico” nel volto della sedicenne, Weber le fece fare un’apparizione fugace ma memorabile nel ruolo della cameriera che respinge avances sessuali in Where Are My Children?. Mary MacLaren fu poi l’interprete principale di Shoes e di altri film di Lois Weber e di altri registi di spicco della Universal. “Da comparsa a stella del cinema”: così si intitolava un articolo di “Motion Picture Magazine” dedicato all’attrice. In Shoes, desolato ritratto della miseria urbana, MacLaren interpreta Eva Meyer, una commessa costretta a mantenere la famiglia con il suo magro salario. Circondata dai prodotti del negozio in cui lavora, Eva non è in grado di partecipare all’economia di consumo basata anche sulla sua forza lavoro. I riformatori progressisti si preoccupavano esplicitamente dei gusti e delle abitudini d’acquisto delle lavoratrici sottopagate come Eva, nonché dell’economia sessista generata dalle disparità salariali tra giovani uomini e giovani donne. Eppure, benché Shoes condivida molte delle inquietudini dell’epoca, incoraggia lo spettatore a immedesimarsi nel personaggio di Eva, a capire cosa significhi lavorare duramente, vergognarsi della propria condizione, temere per il proprio futuro e desiderare con tutte le forze quell’unico potente simbolo di fuga: un nuovo paio di scarpe.
Quale principale regista della Universal alla metà degli anni Dieci, Lois Weber scrisse e diresse una serie di film ambiziosi su questioni sociali scottanti e controverse come la tossicodipendenza, la pena capitale e la contraccezione. Shoes, realizzato nello stesso anno in cui fu girato il più noto Where Are My Children?, offre un tetro ritratto della povertà urbana, descrivendone gli specifici effetti sulle donne. Eva, la protagonista, è una commessa che si trova a dover mantenere con il suo magro salario i genitori e tre sorelle più giovani. Costretta a stare in piedi tutto il giorno senza adeguate pause, Eva consuma rapidamente le sottili suole dei suoi stivaletti, ma le ristrettezze economiche familiari non le permettono di sostituirli. Un paio di stivali esposto nella vetrina di un negozio davanti al quale passa tutti i giorni per recarsi al lavoro si trasforma in un simbolo della povertà e del desiderio di Eva. Circondata da prodotti commerciali nel negozio in cui lavora e nel quartiere commerciale che attraversa, Eva è incapace di partecipare all’economia di consumo basata anche sulla sua forza lavoro. I riformatori dell’era progressista si preoccupavano esplicitamente dei gusti e delle abitudini d’acquisto delle lavoratrici sotto pagate come Eva, nonché dell’economia sessuale generata dalle disparità salariali tra giovani uomini e giovani donne. Eppure, benché Shoes condivida molte delle inquietudini e degli allarmismi espressi dai riformatori dell’epoca, il suo uso delle tecniche cinematografiche alimenta un’insolita simpatia per la difficile condizione di Eva, mettendo in luce il ruolo straordinario che il cinema poteva svolgere nel dibattito sulle questioni sociali contemporanee. Il film è intessuto di momenti in cui siamo incoraggiati a condividere il punto di vista di Eva e a capire cosa significhi lavorare duro, vergognarsi delle proprie condizioni, temere per il futuro e desiderare ardentemente quel potente simbolo di fuga: un paio di scarpe nuove.
Shelley Stamp
Il restauro di Shoes di Lois Weber si è basato su tre diverse fonti: due copie nitrato imbibite provenienti dalla collezione dell’EYE-Film Institute Netherlands (1150 m e 85 m) e una copia di sicurezza di una versione sonora più breve dal titolo Unshod Maiden (280 m), del 1932, conservata dalla Library of Congress. Le copie nitrato sono intaccate da batteri che hanno prodotto molte macchie bianche sulle immagini e un grave deterioramento del nitrato. Nella versione breve il margine sinistro dell’immagine è mutilato dalla colonna sonora. Tuttavia questa copia contiene alcune scene piccole ma importanti, soprattutto nel fondamentale ultimo rullo. Queste scene sono state reinserite per ottenere la versione più completa.
Il materiale montato è stato poi scansionato e sottoposto a restauro digitale. Le immagini sono state stabilizzate e la maggior parte delle macchie batteriche è stata rimossa per consentire una visione più scorrevole.
Le sole didascalie disponibili erano quelle della copia olandese. Sono state tradotte e ricreate digitalmente usando come riferimento il carattere tipografico delle didascalie olandesi.
Infine è stato ristampato su pellicola un negativo in bianco e nero, dal quale è stata prodotta la nuova copia a colori impiegando il metodo Desmet che simula le imbibizioni della copia nitrato.
Annike Kroos