[FILM]
S.: Guglielmo Zorzi. F.: Giorgino Ricci In.: Francesca Bertini, Andrea Habay, Angelo Gallina, Elvira Radaelli, Amedeo Ciaffi. P.: Celio Film, Roma. L.O.: 1308mt. D.: 70’. 35mm
Storico delle edizioni
Dal 1912 al 1914, la Celio produce venticinque titoli con Francesca Bertini, o meglio: intorno alla centralità del suo Nome, intorno al suo corpo auratico, e a quella sua luna storta, espressione meno profonda della scollatura che le fende la schiena. Sanguebleu è il film che la elegge a diva; Baldassarre Negroni se n’era appena andato; l’inscenatura è di Nino Oxilia, che qui profila le sue modanature di luce e imprime il suo squisito spirito geometrico. La principessa Elena ha una piccola figlia e un marito; il marito ha un’amante. Elena scopre la tresca: la vediamo che sola, elegantissima, sguardo perso nel vuoto, avanza lungo la profondità di campo in un corridoio zebrato di luce. Questo spazio è un dispositivo: nel percorso, Elena appare/scompare, incede sonnambolica fino in primo piano sorretta da una pura alternanza di ombra e luce: una tale creatura esiste provvisoriamente solo grazie a questa sfilata intermittente (cioè fotogrammatica:flickering), qui offerta a figurazione di un’anima afflitta, cioè sospesa alla sua penosa opzione: o donna o madre. Quando la piccola Diana le viene tolta, Bertini posa straziata, in primo piano, con perfetta iconografia del dolore per lutto. Scena, questa, propria mente melodrammatica, reduplicata enabyme nel finale di una MadamaButterfly. Ricattata e costretta a danzare in pubblico il ‘tango della morte’, Bertini fuma spavalda, sceglie lei il partner (un gaucho), quindi esegue i passi della danza spudorata. (Sicuro precedente:Afgrunden/L’abisso, 1910, di Urban Gad). Alla fine, secondo copione, irrompe il ricattatore armato di coltello: Elena esce dalla finzione e rivolge l’arma contro il proprio petto. Ecco cos’è una signora: sangue bleu. Ecco cos’è una Diva: italiana.
Michele Canosa
Quando, nell’agosto del 1914, cominciano a tuonare i cannoni, l’Italia non è ancora direttamente coinvolta nella guerra che dilanierà l’Europa, ma è immediato il riflesso degli eventi bellici sulla nostra economia. In quella cinematografica desta preoccupazione il rifornimento di pellicola vergine, la chiusura di diversi mercati e poi, anche se neutrale, il paese comincia a mobilitarsi: molti cineasti vengono chiamati alle armi.
La reazione delle Case di produzione è immediata: in taluni casi i film di prossima realizzazione vengono annullati, le spese promozionali ridotte, la paga del personale fisso – è il caso della Cines e della sua collegata Celio – dimezzata. Quando Francesca Bertini, che è la prima attrice della Celio, viene informata del provvedimento, denuncia il contratto ed esce dalla Casa che citerà (vittoriosamente) per inadempienza contrattuale.
“Sangue bleu – come ci informa Aldo Bernardini nel suo saggio sull’attrice in LeDive (Laterza, 1985) – nato dal tentativo evidente di far recedere l’attrice dalla sua decisione di lasciare la Casa, risulta studiato e lanciato come una sorta di plateale omaggio all’arte e alla ormai affermata personalità divistica della protagonista. Si tratta in effetti del primo film scritto e programmato in funzione delle risorse della Bertini: una violenta storia d’amore e di morte, che ruota attorno alla principessa Elena di Montvallon, sfruttata dall’amante e costretta ad accettare una scrittura alle Folies-Bergère; il racconto culmina nella scena del “tango della morte”, eseguito dalla principessa umiliata sul palcoscenico del teatro e si conclude con il suo tentato suicidio”.
Presentando il film come un capolavoro, sui periodici specializzati la Celio faceva premettere al resoconto della trama un lungo testo elogiativo dedicato all’interprete protagonista, la quale – si affermava – “vi aveva profuso tutta l’anima sua grande di artista incomparabile”.
In effetti, la prestazione di Francesca Bertini risulta tanto più ammirevole e da apprezzare in quanto costituisce il punto di forza di un racconto abbastanza inverosimile e artificioso.
Sangue bleu, con qualche riserva sulla trama, viene recensito tutto in funzione dell’interpretazione de la Bertini: “Gran signora nei primi atti – rimarca il critico de La vita cinematografica – sa scendere per gradi fino al livello della donna perduta, che pur conserva nell’anima il germe dell’antica nobiltà”.
“La Bertini sembra vivere sognando – osserva un altro recensore – e la sua è una dimensione diversa, onirica, si ha l’impressione che quella donna sullo schermo appartenga ad un mondo diverso, misterioso, ineffabile, nel quale lo spettatore è introdotto solo per il breve tempo della proiezione”.
È la consacrazione della “diva” per eccellenza del cinema muto italiano.
(Vittorio Martinelli)