[FILM]
Sog.: Ettore Giannini, Francesco Rosi. Scen.: Suso Cecchi d’Amico, Ettore Giannini, con la collaborazione di Diego Fabbri, Turi Vasile, Luigi Zampa. F.: Enzo Serafin; M.: Eraldo Da Roma. Scgf.: Aldo Tomassini. Mus.: Enzo Masetti. Int.: Amedeo Nazzari (giudice Antonio Spicacci), Mariella Lotti (Elena Spicacci), Silvana Pampanini (Liliana Ferrari), Paolo Stoppa (il delegato Perrone), Franco Interlenghi (Luigi Esposito), Tina Pica (la padrona del ristorante), Edward Cianelli (don Alfonso Navona). Prod.: Film Costellazione. DCP. Bn.
Storico delle edizioni
Nel 1952 non si parla di camorra nel cinema italiano. Germi ha parlato una volta di mafia, in In nome della legge, nel 1949, e ha corso il rischio di attribuire un’equivoca dignità agli uomini d’onore. In Processo alla città Zampa mette in scena quella malavita che, come dirà Sciascia a proposito della mafia siciliana, costituisce “un ‘sistema’ che […] contiene e muove gli interessi economici e di potere di una classe […]; e non sorge e si sviluppa nel ‘vuoto’ dello Stato (cioè quando lo Stato, con le sue leggi e le sue funzioni, è debole o manca) ma ‘dentro’ lo Stato”. Come la mafia di Sciascia, anche la camorra di Zampa “è una borghesia parassitaria, una borghesia che non imprende ma soltanto sfrutta”. Sfrutta e uccide, come è chiaro sin dall’inizio. Zampa non concede alcuna dignità all’onorata società, al camorrista che si vanta di essere anche lui “un uomo di legge”, solo che la sua è meno complicata e più diretta. Zampa toglie ogni onore agli uomini d’onore, rappresentati nello squallore delle loro motivazioni esclusivamente economiche e nella prassi generalizzata dello sfruttamento. […] Zampa mette sotto accusa un potere omertoso e quietista, che avvolge tutto in una cappa di silenzio. […] Il passato che racconta è visto con occhio neorealista, perché è un passato crudo, di ingiustizie e sopraffazioni, specchio di quelle attuali; un passato che va raccontato con realismo, precisione (anche linguistica) e rispetto. […] Zampa non può ancora parlare della Napoli contemporanea, come farà di lì a poco Francesco Rosi in La sfida (1958) [co-sceneggiato da Suso Cecchi d’Amico]. Ma mostra come nel 1952 si potesse usare il passato per fare un discorso civile sul presente.
Alberto Pezzotta, Ridere civilmente. Il cinema di Luigi Zampa, Edizioni Cineteca di Bologna, Bologna 2012
La migliore sceneggiatura che ho scritto è forse quella di Processo alla città. È proprio una bella sceneggiatura. […] Zampa è un regista sottovalutato. Secondo me ha avuto un ruolo molto importante. L’ho sempre ammirato per il suo entusiasmo, ho sempre avuto simpatia per il ruolo che ha avuto in quegli anni, per la sua capacità di fare le storie nostre sia pure portandole qualche volta nella commedia meno impegnata. Era un regista meno artista sull’immagine di quelli che abbiamo avuto in seguito, ma i suoi meriti sono fuori discussione.
Suso Cecchi d’Amico, in Scrivere il cinema, a cura di Orio Caldiron e Matilde Hochkofler, Edizioni Dedalo, Bari 1988
per concessione di Gaumont
Il film che Zampa ha sempre detto di preferire, assurdamente mai uscito per l’homevideo. L’idea è del giovane Francesco Rosi: vorrebbe fare un film sul Processo Cuocolo, che nel 1911 portò alla prima condanna in massa di un gruppo di camorristi napoletani, e scrive il soggetto con Ettore Giannini. Ma il film, che anticipa vent’anni di cinema civile, è puro Zampa, efficace tanto nella drammaturgia che nella descrizione d’ambiente. E la ricostruzione della camorra Belle Epoque, si intuisce, è un pretesto per parlare in modo trasparente di una società che non cambia.
Amedeo Nazzari, il giudice ispettore Spicacci, è l’unico appiglio di ordine e morale in una società che appare corrotta dagli strati più bassi a quelli più alti. Indagando su un duplice omicidio, scopre una rete di complicità sempre più vasta, mentre lui si trova sempre più solo. E in ciò Zampa tradisce, forse per l’unica volta, un “modello americano” (Gianni Volpi) alla Zinnemann o alla Dmytryk.
Celebre e citata, all’epoca, la sequenza in cui Spicacci ricostruisce con i partecipanti un banchetto fatale. Incassi medi, nell’anno di Don Camillo, e critica, come quasi sempre, incline a spaccare i capelli in quattro.