[FILM]
Sog.: dal romanzo omonimo (1898) di Frank Norris. Scen.: Monte M. Katterjohn. F.: William Marshall. Int.: Dorothy Dalton (Moran/ Letty Sternerson), Rodolfo Valentino (Ramon Laredo), Charles Brinley (capitano Eilert Sternerson), Walter Long (capitano ‘Slippery’ Kitchell), Emilius Jorgensen (Nels Larsen), Maude Wayne (Josephine Herrick), Cecil Holland (Bill Trim), George Kuwa (‘Chopstick’ Charlie), Charles K. French (il proprietario della taverna). Prod.: Famous Players-Lasky
Storico delle edizioni
Nel 1922 Valentino ha già un passato di gangster e seduttore latino (più volte), schiavo d’amore di Alla Nazimova (La signora delle camelie), principe del deserto tra i fantasmi della contaminazione etnica e della sottomissione sessuale (Lo sceicco). Ha già incontrato sia June Mathis, la sceneggiatrice che ne ha fatto un divo con I quattro cavalieri dell’Apocalisse, sia Natacha Rambova, l’art designer che ne riformula la persona divistica e poi, da moglie, ne imbriglierà la carriera. Due donne, in diverso modo potenti, presiedono alla fabbrica d’un mito cui le platee femminili daranno una sfumatura delirante: “D’altra parte, solo una donna sa cosa piace davvero alle donne”, dichiarava Rambova con fluida ironia. Valentino, il ragazzo arrivato da Castellaneta a Hollywood via dance palaces di New York, adatta una fotogenia assoluta a una serie rapida e impetuosa di ruoli debitori alla cattiva letteratura, ma riconoscibili come archetipi dell’immaginazione sentimentale e maschere del desiderio erotico. Intanto il suo corpo sta diventando “un luogo di contesa sul significato della virilità” (Miriam Hansen), e Moran of the Lady Letty è in questo senso un testo cruciale. Giovane yachtman annoiato, chiuso in un gineceo di sguardi adoranti, Valentino è oggetto esclusivo del desiderio femminile (che ben si guarda dal soddisfare). Il caso lo precipita in una ciurma; segue letterale svestizione e iniziazione a vita marinara; ‘Rudy’ emerge nel trionfo della canottiera, del basco obliquo e della mascella quadrata: non è mai stato così bello, né così chiara icona di virilità italiana. Però i marinai lo chiamano Lily of the Valley (lui li mette a tacere a forza di pugni); però il suo romance lo vive con una ragazza che si comporta e si veste da uomo (ma s’infila una gonna per accedere al bacio finale). Insomma, siamo nel gorgo delle reazioni proiettive e difensive che accompagneranno la vita e il culto di Valentino. Moran, se non è il suo film migliore (ma personalmente lo metto nella top three), è il tentativo più limpido e moderno di governare quel gorgo, in equilibrio tra l’integrazione al sistema hollywoodiano e i detour dell’ambiguità.
Paola Cristalli
“Accade poi che, rispetto a The Sheik, il primo film che Valentino gira nel 1922, Moran of the Lady Letty, sia una sorta di immagine in negativo. Questo rende assai interessante la sua costruzione, e molto eloquente il suo tiepido successo. C’è la freschezza del mare e la bellezza aperta delle scene portuali vs l’aridità del deserto e la claustrofobia delle tende; c’è, all’inizio della storia, un Valentino che viene rapito, battuto e umiliato, proprio lui, appena uscito dai panni conquistatori dello sceicco; c’è persino un principio di svestizione che si oppone letteralmente alla vestizione simbolica di Ahmed. Giovanotto molto corteggiato e malinconicamente insoddisfatto della ricca borghesia californiana, il Ramon Laredo di Valentino (la differenza etnica viene appena suggerita dal nome spagnolo, comunque enunciata) si ritrova per caso tra le grinfie rudi di un gruppo di marinai avventurieri, che lo stordiscono e lo rapiscono per aggiungere un uomo alla ciurma. Prima iniziazione alla nuova vita che lo attende è, inevitabilmente, la rinuncia agli abiti da yachtman: strappati a forza doppiopetto blu, pantaloni bianchi, cappello con visiera (i suoi “minstrel clothes”, lo irride il torvo capitano), Rudy riappare nel trionfo della canottiera bianca, del basco obliquo, del ciuffo che cade sulla fronte. Naturalmente è una nuova icona, la più classica e compiuta icona di virilità italiana che gli sia toccato interpretare. Non è un caso che l’immagine coincida con quella di un’improvvisa, temporanea caduta sociale, ma è anche vero che l’apparente caduta permetterà al borghese annoiato la riscoperta dei valori più veri. Tra convenzionalità morale e leggerezza di favola marinara, comunque, questo film trascurato e infine poco divistico sembra aprire a Valentino una strada diversa e subito interrotta, l’accesso ad un cinema più moderno. In una storia certamente pensata anche per proporre di lui un’immagine maschia e straight, in un periodo in cui già circolavano dubbi sulle sue preferenze e competenze sessuali, Valentino è davvero bellissimo, ma senza languori passatisti da latin lover; è esplicitamente giovane, risolutamente sexy, ed è la sceneggiatura stessa che lo impegna alla definizione laboriosa del proprio ruolo, assalendolo fin dall’inizio con un’ironia tutt’altro che innocente”.
Paola Cristalli, Rodolfo Valentino: lo schermo della passione, Ancona, Transeuropa, 1996