[FILM]

L’AVARIZIA

Cast and Credits

S. Jean Coty. Sc.: Giuseppe Paolo Pacchierotti. F.: Luigi Filippa. In.: Francesca Bertini (Maria Lorini), Gustavo Serena (Luigi Bianchi), Franco Gennaro (il padre di Luigi), Alfredo Bracci (cav. Porretti), Alberto Albertini. P.:Bertini per la Caesar-Film, Roma, L. O.: 1668 m. D.: 70’. 35mm.

Storico delle edizioni

Scheda Film

L’intera serie I sette peccati capitali fu distribuita in Cecoslovacchia all’inizio degli anni Venti e, a giudicare dagli articoli d’epoca, ottenne un vivo successo. Ne esistevano due versioni: una con didascalie ceche, l’altra con didascalie tedesche destinata alle regioni con minoranze linguistiche. L’Archivio di Praga negli anni Quaranta ha ottenuto da un collezionista privato entrambe le versioni: 14 copie su supporto nitrato, riccamente colorate con imbibizioni e viraggi. Le copie derivavano evidentemente dallo stesso negativo. Sono state scelte come base per il restauro quelle con didascalie ceche, inserendo parti delle altre copie quando esse risultavano meno danneggiate o per colmare le lacune della versione ceca. Il primo film della serie, L’orgoglio, è stato inoltre soggetto a una seconda fase di restauro: ne è stata infatti trovata una terza copia, in buono stato, di 1086 m, priva dei titoli di testa e delle didascalie, ma importante per completare la colorazione del film.

Blazena Urgosikova – NFA Praha

I rapporti tra Francesca Bertini e i suoi registi sono sempre stati tempestosi. Già all’epoca di Histoire d’un Pierrot, le liti con Negroni avevano avuto per effetto che il mite gentiluomo a un certo punto le lasciasse campo libero. L’anno successivo, completato il Don Pietro Caruso, Emilio Ghione, che oltre ad interpretare il personaggio di Roberto Bracco era anche il direttore artistico della pellicola, racconta nelle sue memorie che, quando l’attrice si vide per tutto il film avvolta negli stracci della povera Margherita, la figlia dello strozzino, gli fece una tremenda sfuriata. Dove era andata a finire la Bertini testimonial della Maison Paquin? Chi se ne frega del realismo bracchiano, al quale il buon Ghione si era volutamente attenuto? Il film non poteva andare assolutamente in proiezione pubblica. E tanto insistette con Barattolo che Don Pietro Caruso non vide mai la luce. Subito dopo tocca a Gustavo Serena, buon amico fin dai tempi della Film d’Arte, col quale avrebbe dovuto girare Assunta Spina. Lo stesso Serena confessa che, con un piglio che non ammetteva repliche, fu Donna Francesca stessa a dirigersi, intervenendo anche sulle luci e sulle scenografie (con buona pace di Alfredo Manzi); e fu un bene. Forse, se non ci fosse stata la mano della Bertini, se il film fosse rimasto interamente di Serena, non sarebbe divenuto quell’eccezionale capolavoro che ancor oggi ammiriamo, uno dei più bei film del periodo italiano del muto. Forse… Proseguendo, è la volta di Giuseppe De Liguoro, regista con cui la Bertini gira uno dopo l’altro cinque film, due dei quali su soggetto stesso della diva, che si firma Frank Bert. Ma a parte Odette, l’attrice non apprezza il lavoro di De Liguoro: troppo vieux jeu, tanto che durante la lavorazione di Fedora lo caccia in malo modo. Il film lo terminò il buon Serena. Forte della sua posizione, la Bertini chiama a dirigerla nei suoi film successivi l’attore teatrale Alfredo De Antoni, di cui ha apprezzato sulle scene l’interpretazione di Marco Gratico ne La nave di D’Annunzio. De Antoni la dirigerà con successo ne Il processo ClémenceauFrou-FrouTosca. Poi le suggerisce, ora che in seno alla Caesar è stata costituita la Bertini Film, di inaugurare la neonata editrice con sette film tratti dagli altrettanti peccati capitali. Alla Bertini brillano gli occhi ed il suo entusiasmo contagia immediatamente Barattolo, che dà il via libera all’operazione. Nel giro di pochi mesi verranno imbastiti sette canovacci ispirati da novellette, in verità piuttosto labili, di scrittori allora in voga (Eugène Sue, Pio Vanzi, Jean Coty), che formeranno l’ordito dei film. I quali, diciamolo subito, non riscuotono, a leggere le recensioni, giudizi confortanti. Il pubblico però non se ne dà per persuaso e continuerà ad andare a vedere la Bertini. L’attrice, dopo aver accusato il colpo, saggiamente si affiderà a Roberto Roberti, riuscendo a conservare, fino al momento in cui si ritirerà nel 1921, il consenso della sua platea, anche se un po’ ridimensionato. I sette peccati capitali, di cui in Italia, oltre alle copie, si era perso anche il ricordo, sono spuntati fuori dalla Cineteca di Praga. Sono stati restaurati e messi nel programma di quest’anno. Proviamo a rivederli: teniamo presente, però, che si tratta di peccati da lungo tempo prescritti.

Vittorio Martinelli

Copia proveniente da
Edizione2003
Versione del filmDidascalie ceche
SezioneLa diva italiana: Francesca Bertini

Scheda Film

La Cineteca di Praga ha ritrovato l’intera serie dei sette peccati capitali interpretati dalla Bertini nel ’18 e ’19. Il restauro, che è tuttora in corso, sta avvenendo ristampando i film su negativo bianco e nero e successivamente colorando, con le antiche tecniche, la pellicola positiva; IL CINEMA RITROVATO presenta i primi due film della serie, L’avarizia e L’orgoglio, appena restaurati.

Il 1919 è l’anno in cui sugli schermi della penisola escono I sette peccati capitali, interpretati da Francesca Bertini, un progetto che l’attrice ha voluto con tutte le sue forze ed al quale Barattolo, patròn della Caesar-Film, la Casa di cui l’attrice è la primadonna assoluta, ha dato la sua approvazione, non senza qualche remora. Infatti, la Bertini ha preteso, come ci informa Francesco Soro nelle sue preziose memorie intitolate Splendori e miserie del cinema, un nuovo, speciale contratto, finalizzato proprio alla realizzazione di questi sette film, prevedendo per la sua prestazione artistica, oltre il compenso abituale, un forfait aggiuntivo di duecentomila lire; con lo stesso contratto, inoltre, si stabiliva anche una scrittura esclusiva di due anni (1918-1919), nei quali l’attrice si impegnava per dodici film con un cachet globale di seicentomila lire, più un “premio” di cinquantamila lire per ogni altro eventuale film che le venisse proposto.

Un impegno così oneroso spinse Barattolo a costituire per la Bertini una società consociata alla Caesar, appunto la Bertini Film sotto la cui ragione sociale l’attrice continuò a prodursi fino al 1921, anno in cui, con il matrimonio, si ritirò (non definitivamente) dagli schermi.

Il carisma raggiunto dall’attrice all’epoca di queste operazioni è quasi incredibile: i suoi film, malgrado sia in corso la guerra mondiale, vengono venduti – salvo Germania e Austria – in tutti i paesi del mondo, a scatola chiusa. In Russia, fino allo scoppio della rivoluzione che impedirà le importazioni, l’attrice è nota come “Franzeska” e basta; l’America latina attende con impazienza ogni nuova opera dell’“actriz encantadora”, e così via.

Pertanto, nell’ambito della scelta, della preparazione, e anche in quello della realizzazione dei film che la vedono protagonista, la parola dell’attrice è legge.

Innanzi tutto, i registi: per I sette peccati vuole il bonario Bencivenga, un napoletano – come ce lo descrive Gigetta Morano – tutto lavoro e famiglia, il quale ne dirige quattro; per gli altri si affida a Camillo De Riso, Alfredo de Antoni e Gustavo Serena, tutti esperti routinier, con i quali lavora da anni, che si alternano dinanzi e dietro la macchina da presa, adusi alle sue intemperanze ed ai suoi capricci. Per le luci, Alberto Carta, che sa come riprenderla dal lato migliore e, in mancanza, il suo aiuto Filippa.

I film vennero realizzati a tambur battente nel corso del 1918, uno dopo l’altro, qualcuno addirittura in contemporanea, e presentati in censura tra giugno e dicembre, ma la presentazione venne procrastinata al 1919 per lanciarli come un tutto omogeneo.

Il battage pubblicitario inizia ancor prima della lavorazione dei film e si intensifica a mano a mano che si avvicina il momento dell’uscita. Pagine e pagine di tutte le riviste cinematografiche, all’epoca numerose e molto seguite, annunziano che la “serie” è in preparazione, in lavorazione, è terminata, è pronta per la prima visione. Non vengono pubblicate foto: solo il titolo della serie, il nome (cubitale) della protagonista, la produzione (Bertini-Caesar). Alla fine del 1918, le manchettes pubblicitarie vengono affidate a pittori come Lo Presti o al bravissimo Carlo Nicco, il quale disegna sette stilizzate raffigurazioni dei “peccati” con una figura femminile nuda.

Bisogna dire senza mezzi termini che le recensioni distruggono i sette film, a mano a mano che escono, con un crescendo rossiniano. Anche se il pubblico affolla il “Regina” ed il “Quattro Fontane”, dove hanno luogo le prime visioni dei “peccati”, non mancano intemperanze, sghignazzate e qualche sibilo isolato. Il dissenso maggiore si ha con Lagola, dove la platea non gradisce il “grottesco” di Vanzi e le trame che la Contessa Ciuffettino (Bertini) ordisce per far innamorare di sé un ufficialetto, ma anche con L’ira, dove l’attrice impersona una zingara tanto arrabbiata da far quasi ammazzare il pretendente da lei scelto tra altri che se la contendono.

Solo Lalussuria trova qualche recensore generoso e un pubblico più ricettivo: il film rimane in programmazione diciotto giorni. Ma è chiaro ormai che l’impresa de I sette peccati capitali è stata una malaugurata avventura e la premonizione che i tempi stanno velocemente cambiando. Vi saranno pochissime seconde visioni e nel 1920 solo qualche cinema di provincia azzarderà riproiettarli.

I sette peccati finiranno per fornire salaci barzellette sui giornali umoristici, mentre sui palcoscenici degli avanspettacoli qualche divetta ne riproporrà l’umore, bertineggiando, se possibile, più della stessa Bertini.

Copia proveniente da
Edizione1991
SezioneSperduto nel buio