[FILM]
Sog.: dalla commedia musicale omonima (1941) di Moss Hart, Kurt Weill e Ira Gershwin. Scen.: Frances Goodrich, Albert Hackett, Mitchell Leisen. F.: Ray Rennahan; M.: Alma Macrorie. Scgf.: Raoul Pene Du Bois. Mus.: Robert Emmett Dolan. Int.: Ginger Rogers (Liza Elliott), Ray Milland (Charley Johnson), Warner Baxter (Kendall Nesbitt), Jon Hall (Randy Curtis), Barry Sullivan (dottor Brooks), Mischa Auer (Russell Paxton), Phyllis Brooks (Allison Dubois), Mary Philips (Maggie Grant). Prod.: Paramount Pictures.
Storico delle edizioni
Il primo film a colori di Mitchell Leisen nacque dal desiderio di intercettare la moda della psicoanalisi, ormai entrata nella cultura di massa. L’idea era di andare controcorrente rispetto a film freudiani più cupi e tormentati, spiegando al grande pubblico il tema centrale del film – il complesso di Elettra – nella maniera più leggera possibile, sotto forma di commedia musicale. Lady in the Dark era tratto da una pièce di Moss Hart, che l’aveva scritta traendo spunto dalla propria esperienza con la psicoanalisi. Leisen, giudicando che la sceneggiatura di Frances Goodrich e Albert Hackett fosse impossibile da portare sullo schermo, la accantonò e la riscrisse personalmente, senza essere accreditato. Il film era in parte una reazione all’ingresso massiccio delle donne nel mondo del lavoro durante la Seconda guerra mondiale e in parte un pretesto per valorizzare Ginger Rogers, allora all’apice della sua fama. Ironia della sorte, la star – che si presentava sul set sempre accompagnata dalla madre – non volle sapere nulla di Freud. Rogers, inflessibile direttrice di una rivista di moda, è afflitta da un misterioso malessere. Il suo medico le spiega che si tratta di un disturbo psicosomatico. Sul lavoro è circondata da uomini che incarnano diverse sfumature di mascolinità: un pubblicitario insolente e provocatore (Ray Milland), un fotografo di moda gay (Mischa Auer), un ricco imprenditore (Warner Baxter) e un muscoloso divo del cinema (Jon Hall). Nei suoi sogni in Technicolor li incontra immersi in tonalità sfacciatamente blu o dorate. Come spesso accade alle eroine leiseniane, i suoi sensi si risvegliano all’ascolto di una certa canzone che non riesce a identificare. La melodia le rimane in testa: riconosce il motivo, ma non ricorda le parole. La cura consiste nel riportare alla memoria la canzone (che, come altre nel film, è di Kurt Weill e Ira Gershwin) e ciò che ha significato per lei nell’infanzia. Questa soluzione un po’ artificiosa è però presto oscurata dallo splendore di uno dei costumi più memorabili della storia del cinema: lo scintillante abito rosso con cui Leisen veste Rogers, permettendo alla sua sensualità di esprimersi in modo seducente e vistoso. Il risultato è, senza dubbio, un affascinante pasticcio: un tripudio camp di colori sgargianti riversati su scenografie sovradimensionate e un’orgia cinematografica orchestrata per guarire un personaggio glaciale.
Mitchell Leisen’s first film in colour came into being with the idea of tuning into the recently mainstreamed fad of psychoanalysis. The premise was to go against the grain of heavier, darker Freudian films and instead explain the film’s central theme – the Electra complex – to the masses in the lightest manner possible, as a musical comedy. Lady in the Dark was based on a play by Moss Hart, who wrote it drawing on his own psychoanalytical experiences. Mitchell Leisen found the script by Frances Goodrich and Albert Hackett unfilmable; he discarded it and, uncredited, rewrote it himself. The story was partly a reaction to women flooding the workplace during the Second World War and partly a vehicle for Ginger Rogers, then at the peak of her fame. Ironically, the star, who only ever arrived on set in the company of her mother, refused to learn anything about Freud. Rogers plays an inflexible fashion magazine editor suffering from a mysterious illness. Her doctor tells her it is psychosomatic. At the office, she is surrounded by men and their various shades of masculinity: a teasing heel who works for her as advertising manager (Ray Milland), a gay fashion photographer (Mischa Auer), a wealthy entrepreneur (Warner Baxter), and a rugged movie star (Jon Hall). She encounters them in her Technicolor dreams, outrageously painted blue or gold. Typical of a Leisen heroine, her senses are stirred every time she hears a song she cannot identify. The melody is stuck in her head but she does not know the words. The cure lies in remembering the song (which is, like other songs in the film, by Kurt Weill and Ira Gershwin) and what it meant to her in childhood. This contrived solution is quickly forgotten in the glow of one of cinema’s most iconic costumes: the glittering red dress in which Leisen clad Rogers, allowing her sexuality to become seductive and conspicuous. This is, unquestionably, a fascinating mess – a campy feast of garish colours splashed across oversized sets, and a cinematic orgy designed to cure a frigid character.
Tratto da un brillante musical di Broadway di Moss Hart e Kurt Weill (basato a sua volta sull’esperienza psicoanalitica dello stesso Hart) e finanziato da un generoso budget, Lady in the Dark è un ottimo rappresentante del più accattivante e glamour dei sotto-generi, quello delle riviste patinate di moda (cfr. Cover Girl, Funny Face, Woman’s World, The Best of Everything). Nel suo Technicolor a tre matrici, il film sembra un paradiso di sfilate e modelle con un bizzarro cameo di Mischa Auer nei panni di un fotografo ostentatamente gay. Ma la decisione del produttore Buddy DeSylva (che notoriamente detestava Weill) di tagliare gran parte dei numeri, compreso quello finale in cui Ginger Rogers offre un’appassionata interpretazione della canzone portante “My Ship”, è una grave pecca per il film, che resta degno di nota soprattutto per la sua capacità di affrontare di petto l’equazione, posta più indirettamente nei lavori di Minnelli o di Busby Berkeley, tra sogno (e, per estensione freudiana espressa in modo abbastanza consapevole dalla sceneggiatura, il sesso) e la spettacolarità della commedia musicale.
Gilbert Adair, Sight &Sound, Summer 1980