[FILM]
Sog.: dalla pièce omonima (1916) di Luigi Chiarelli. Scen.: Luciano Doria. Int.: Italia Almirante Manzini (Savina Grazia), Vittorio Rossi Pianelli (Paolo Grazia), Ettore Piergiovanni (l’avvocato), Leone Papa, Ginette Riche. Prod.: Itala Film. 35mm. L.: 1799 m. D.: 85’ a 18 f/s. Bn.
Storico delle edizioni
Cosa ci aspettiamo da una grande commedia? Ipotesi: gettarci addosso tutto lo schifo del mondo e farci uscire più leggeri. Se siamo d’accordo su questo, La maschera e il volto è una grande commedia.
Genina anche stavolta dà prova della tante volte declamata ‘modernità’ del suo cinema, con quel suo tipico equilibrio che gli consente di fare un passo avanti a tutti gli altri anche quando sembra rifugiarsi dietro scelte conservatrici. Il film sembra giocare sul sicuro. Alla base c’è un lavoro teatrale in tre atti di Luigi Chiarelli andato in scena a partire dal 1916, un successo strepitoso che dà il via a una nuova tendenza nazionale: quella del ‘teatro grottesco’, votato all’esasperazione dei contorni della commedia borghese.
E non c’è nulla di più pedantemente borghese di una storia di corna. Genina la trasforma in un cinema che al tempo stesso ci pare gioioso e crudele, denso e lieve. Lei tradisce il marito con l’avvocato, senza rimorsi, perché le va. Bada ai fatti. Lui, ancora ignaro, si fa bello davanti alla bella società giurando che non esiterebbe a spedire la consorte all’altro mondo, in caso di infedeltà. Ma sta badando alla forma, e alle parole che la forma esige. Quando il tradimento gli si palesa davanti agli occhi, inventa un delitto da melodrammone italiano che vive solo nel suo racconto di finzione. La frottola del maschio concreto e della femmina persa in astrazioni si sbriciola. La società perpetua il proprio ipocrita teatrino, l’aula di tribunale diventa lo spazio di una recita: l’avvocato è un campione di retorica, l’imputato è assolto per aver commesso il fatto giusto, il sedicente assassino diventa un divo.
Poi viene pescato un cadavere nel lago di Como. Per quanto sfigurato, si dà per certo che sia quello della presunta vittima. La quale, per un po’, decide più prudente starsene a guardare nell’ombra (Pirandello non è lontano), per palesarsi in seguito al presunto vedovo e riprenderselo con una seconda luna di miele clandestina. La banda suona la marcia funebre di sotto. Una marcia funebre che mai è parsa così nuziale. Ennesimo segnale di come Genina, anche ai tempi del muto, avesse un orecchio eccezionale.
Andrea Meneghelli
Nell’estate del 1916, Italia accetta di divenire la prima attrice della Gladiator, una nuova editrice cinematografica sorta a Roma, sull’Appia nuova, fondata e diretta dal regista e produttore napoletano Ugo De Simone. La produzione della Gladiator si rivelerà in perfetta linea con i gusti del tempo: giovani sedotte e abbandonate, nobili cinici e dissoluti, eredità contese, furto di documenti, morte sacrificale della protagonista, punizione dei colpevoli, catarsi finale. Alta, bruna, dotata di un fisico languido e ad un tempo solenne, Italia si aggira in tutta questa paccottiglia con elegante disinvoltura; il pubblico subisce estasiato il voluttuoso fascino di questa matronale diva dello schermo (che un bello spirito d’epoca ribattezza “Grand’Italia”). (…) Passata alla Fert di Torino negli anni Venti, l’attrice trova un clima più sereno e disteso: i film che vi interpreterà saranno più “nobili” e meno accesi, in genere tratti da romanzi o lavori teatrali allora in voga: è il caso de La grande passione (1922) dal romanzo di Varaldo, I tre amanti (1922) da Zorzi, La piccola parrocchia (1923) da Daudet, L’ombra (1923) da Niccodemi, L’arzigogolo (1924) da Sem Benelli. Nel sonoro, Italia apparirà una sola volta e sarà l’ultima: L’ultimo dei Bergerac (1934) di Gennaro Righelli.
Vittorio Martinelli, Le dive del silenzio, Recco, Le Mani, 2001