[FILM]
Sog., Scen.: Henrik Galeen. F.: Helmar Lerski. Scgf.: Paul Leni. Ass. regia: Wilhelm Dieterle. Int.: Emil Jannings (Harun al Raschid), Conrad Veidt (Ivan il terribile), Werner Kraus (Jack lo squartatore), Wilhelm Dieterle (il poeta / Assad il pasticciere / un principe russo), Olga Belajeff (Eva / Maimune / una boiarda), John Gottow (proprietario del Panoptikum), Paul Biensfeld (visir), Ernst Legal, Georg John. Prod.: Neptun-Film AG, Berlino per Ufa. DCP.
Storico delle edizioni
Sin da quando Rudolf Kurtz vi rese omaggio in Expressionismus und Film (1926), Das Wachsfigurenkabinett è stato considerato uno dei più importanti film espressionisti della Repubblica di Weimar. Meno di un anno dopo la sua uscita, il negativo originale fu bruciato alla dogana di Parigi. Non si conservarono né copie tedesche, né altre tracce della versione originale, come il certificato della censura. L’elemento superstite più vicino all’originale è una copia nitrato conservata negli archivi del BFI che era stata stampata per il mercato britannico alla metà degli anni Venti. Questa copia è stata la fonte principale di un restauro eseguito nel 1998 dalla Cineteca di Bologna. Per il recente restauro digitale, frutto della collaborazione tra Deutsche Kinemathek e Cineteca di Bologna, è stata usata come fonte principale quella stessa copia, che tuttavia mostrava gravi segni di usura meccanica e decadimento fotochimico. Per fortuna il BFI conserva anche un duplicato negativo prodotto a partire da quella copia nel 1979, quando il materiale non era ancora così degradato. Il duplicato negativo è stato usato per sostituire molte delle sezioni gravemente danneggiate della copia BFI. Per sostituire i molti fotogrammi mancanti è stata usata anche una copia nitrato della Cinémathèque française. La copia francese era stata presumibilmente prodotta in Germania a partire dalla copia inglese per il mercato canadese alla fine degli anni Venti. I fotogrammi mancanti della copia BFI sono stari ricostruiti creando inserti prelevati dal materiale francese. In assenza dei testi tedeschi originali, sono state conservate le didascalie della copia BFI. Anche i colori del restauro fanno riferimento ai colori della copia inglese.
Julia Wallmüller
La volontà pittorica di stile assume facilmente nell’espressionismo l’espressività di tipo sentimentale. Paul Leni, il creatore de Il gabinetto delle figure di cera, ha vissuto questo rapporto con una sensibilità straordinaria. Ciò che in Il gabinetto delle figure di cera è espressionista non deve la sua esistenza alla necessità di questo atteggiamento, ma è un mezzo espressivo tra gli altri. Leni plasma l’oggetto naturale coraggiosamente e con tratti molto chiari, in forme che, nella direzione delle linee e delle superfici, anticipano l’atmosfera della scena. Egli gonfia le forme e le lascia svanire: in un atto ambientato in Oriente le arabesca in modo sommamente buffo e divertente, e in una parte russa le leviga festosamente alla bizantina – e, in un incredibile susseguirsi di scene, che danno a Jack lo Squartatore cornice e profilo, rivela una fine sensibilità per l’energia dinamica e la tensione delle forze della scenografia espressionista. […] L’espressionismo è giunto a questo successo perché ha subordinato il suo mezzo al fine psicologico. Esso diviene arte applicata. Leni ha sfruttato in modo magistrale questa funzione, creando così per l’espressionismo una vasta gamma di possibili sbocchi nel film.
Rudolf Kurtz, L’espressionismo e il film, Longanesi, Milano 1981
Restaurato nel 2019 da Deutsche Kinemathek e Cineteca di Bologna presso il laboratorio L’Immagine Ritrovata. Musiche registrate composte ed eseguite al piano da Richard Siedhof.
La fama del film è dovuta in gran parte alle peculiarità della regia di Leni: ogni episodio è concepito in uno stile aderente al soggetto. Le forme larghe e arrotondate corrispondono alla recitazione e ai movimenti degli attori nell’episodio orientale (Emil Jannings è il sultano). L’atmosfera dell’episodio russo è opprimente e cupa ed è ottenuta dalle scenografie che contrastano con la silhouette ascetica di Conrad Veidt che incarna Ivan. E infine, dei contorni brumosi, delle figure geometriche dalle punte aguzze, dei giochi di luce fantasmatici servono da scenografia alla fuga, in una piazza deserta, davanti a Jack lo squartatore. È questo che affascina nel film. C’è un’omogeneità perfetta tra la forma e il contenuto. L’ultimo episodio può essere considerato come una scena-chiave per tutti i film del genere. Una fuga convulsa e inutile davanti al terrore, il disagio sociale […] Fu raramente resa in modo così efficace che in questo film. Ma assistiamo, malgrado tutto, al risveglio, al ritorno alla vita di tutti i giorni. È soprattutto per questo che il film costituisce il coronamento dell’espressionismo e segna già la transizione verso lo stile realista.
(“Kamera”, 1964)