[FILM]
R.: Gaston Modot. Ass.regia: Charles Spaak. Sc.: Gaston Modot, da Nouveaux Contes Cruel: La Torture par l’espérance di Villiers de L’Isle-Adam. Riprese: inverno 1928; esterni: Mont Saint-Mìchel. In.: Gaston Modot (il prigioniero). L. or.: 730 mt. Prima proiezione: 1930. P.: Natan. D.: Pathé-Natan.
Gaston Modot (1887-1970) debutta come attore nel 1910. Come regista realizza un solo film, Conte cruel – La Torture par I’espérance.
“Il Conte cruel di Gaston Modot era stato girato nelle peggiori condizioni materiali, clandestinamente. O, se preferite, tra due riprese de La merveilleuse vie de Jeanne d’Arc, nella quale Modot sosteneva un ruolo importante.; prendeva un operatore con sé, riuniva due o tre lampade e girava in un angolo libero della scenografia! […]
“Gaston Modot era amico di poeti (Mac Orlan, Salmon, Carco), di pittori (a Modigliani si deve un suo ritratto), di comunisti (vedi La vie est à nous di Renoir). All’inizio della carriera interpreta e scrive diversi episodi per il serial Onésime di Jean Durand e qualche western alla francese (girato in Camargue). Quindi diventa celebre per ruoli principali e secondari in prodotti di qualità: Le Sulian de l’amour (1919) di Le Somptiere Burget; La Fête espagnole (1919) di Dulac; Fièvre (1921) di Delluc; Mathias Sandorf (1921) di Fescourt; Skéhèrazade (1928) di Volkoff; Monte-Cristo (1928) di Fescourt … Tra muto e sonoro, più di cento film.
Certe sere capita a tutti di defenestrare un po’ di ciarpame: un aratro, un abete in fiamme, un arcivescovo, una giraffa di peluche ( che precipita in mare), delle piume (che diventano neve). Certe sere. Ma solo Gaston Modot (1887-1970) sa esprimere tutta l’esasperazione del gesto necessario perché non si risolva in un innocuo repulisti domestico. “Dans ses mains, du sable, du feu, de l’eau, des plumes, dans ses mains, l’aride joiessance de la privation, dans ses yeux, la colère, dans ses mains la violence” (Manifesto dei surrealisti a proposito de L’Age d’or di Buñuel, 1930). Non c’è liberazione, ma insiste, preme la sua esigenza.
Se, nel 1882, Georges Demény, inaugurando qualcosa di cinetoscopico, mima con teatralità buccale un “Je vous aime” per sordomuti, ecco che Gaston Modot ripete per gli accecati qualcosa che poteva giustificare altrimenti la trovata del “film parlaante col volto pesto e insanguinato, il protagonista di L’Age d’or ripete: “Mon amour…”, – doppiato dalla voce del poeta Eluard. All’occasione, Modot può dare un calcio gratis a un cieco di guerra, ma lo fa con rabbia, senza l’allegria del burlesque. Eppure è proprio Modot che, in Francia, sa reinterpretare la forza meccanica e cieca del film sennettiano. Anzi, come ha notato Bazin, è qui che si passa dall’inseguimento alla paurchasse. Minaccioso, risentito, intrattabile, splendido guastafeste agitato dalle sole pulsioni, Modot attraversa senza soluzione di continuità i salotti borghesi dell’Age d’or fino a quelli della Régle dujeu (1939), passando Sous le toits de Paris (1930) (del resto anche nel film di Buñuel c’era un guardia caccia poco disposto allo scherzo, come si ricorda Renoir). Gaston Modot non ha voglia di scherzare. Mai lo abbiamo visto ridere (solo l’arida gioia della privazione). Lui si sente in gabbia. E non è facile evadere.
Nel 1928 scrive, dirige e interpreta La Torture par l’esobance, tratto dai Nouveaux Contes Cruels (1888) di Villiers de L’Isle-Adam, film che certo sarebbe piaciuto ad Artaud. Durante l’inquisizione spagnola, un prigioniero (Gaston Modot) trova semiaperta la porta della sua cella. Tenta di fuggire. Supera inutilmente tutta una serie di trappole, per apprendere, alla fine, che la possibilità di fuga era solo l’estrema tortura. (Michele Canosa).