[FILM]
R.: Victor Trivas; Sc.: Paul Schiller, Viktor Trivas; F.: Václav Vích; In: Vera Veronina (Vera), Oscar Marion (Oscar), Fëdor Schaljapin jr. (Fred), Georg Serov (Georg); P.: Akkord-Film, Berlino e Moldavia-Film, Praga. L.: 2053 m. D.: 85’ a 24 f/s.
“Victor Trivas condivide con il più anziano compagno di strada Granowsky le origini ebraiche e un percorso leggermente anomalo all’interno dell’emigrazione russa: esule per scelta, diversamente dalla maggioranza dei profughi russi aderisce in un primo momento alla Rivoluzione. Alla fine della guerra è attivo come scenografo in vari teatri moscoviti, soprattutto nel Teatro yiddish di Granowsky. Trivas partecipa pertanto di un tentativo postrivoluzionario di integrazione della specificità della tradizione yiddish nella vita della neonata Unione Sovietica, dopo le vessazioni delle zone di residenza ed i pogrom della Russia zarista. Le aspirazioni ebraiche si concretizzeranno anche in un film diretto dallo stesso Granowsky, Felicità ebraica (1925) e presentato, l’anno passato, a Il Cinema Ritrovato. L’espatrio di Granowsky e Trivas alla metà degli anni ’20 è un segnale piuttosto inequivocabile dell’esito di quell’ambizioso tentativo”.
Francesco Pitassio
“Stando alle sue affermazioni, Victor Trivas avrebbe girato fino al 1933 una ventina di film tra Berlino, Praga, Stoccolma, Vienna e Budapest. Nel 1930 realizza la sua prima regia, Aufruhr des Blutes, una coproduzione ceco-tedesca. Il film si svolge prevalentemente in esterni e programmaticamente ribalta il senso di un desiderio in se stesso mortificante per uno scenografo: ‘L’ideale sarebbe un film senza scenografi’. […] Nel 1933 Victor Trivas affermò in un’intervista di non potersi figurare un cinema indipendente: il cinema è il prodotto di un’industria e deve trovare la strada fino ai propri consumatori. Tuttavia nell’industria cinematografica – portava l’esempio dell’UFA – sentiva la mancanza di una dimensione da laboratorio, di uno spazio destinato all’imprevisto, all’ispirazione ed all’esperimento. Spesso non si prende sufficientemente in considerazione il fatto che i cineasti indipendenti degli anni ’20 esercitavano da un punto di vista formale una certa pressione sull’industria – ma questo tentativo era solo parzialmente coronato da successo. Le piccole case di produzione come la Akkord-Film (Aufruhr des Blutes), la Resco (Niemandsland), l’effimera Film-Kunst AG (Das Lied vom Leben) – forse sarebbe necessario includere anche la Terra (Der Mörder Dimitri Karamazoff) e la Tobis (Die Köffer des Herrn O.F.) – sembrano essere state più disponibili dell’UFA”.
Jeanpaul Goergen, Künstlerische Avantgarde. Visionäre Utopie, in Fantaisies russes. Russische Filmmacher in Berlin und Paris 1920-1930, a cura di Jörg Schöning, München, Cit., 1995