Scheda Film
È il penultimo film di Kinugasa, l’ultimo girato negli studi Daiei di Kyoto e la sua ultima regia solista (la sua carriera si concluse con Chiisai tobosha, Il piccolo fuggitivo, 1966, una rara coproduzione sovietico-giapponese diretta insieme a Ėduard Bočarov). Rivisita l’ambientazione nel periodo Nara di Daibutsu kaigen e si ispira a uno scandalo storico che coinvolse l’imperatrice Koken (718-770), la quale abdicò nel 758 per poi riprendere il trono con il nome di imperatrice Shotoku nel 764. Nell’intermezzo tra i due regni fu apparentemente guarita da una malattia da un monaco taumaturgo noto come Dokyo; è stato ipotizzato che tra i due potesse esserci una relazione sentimentale. Dopo essere diventata imperatrice per la seconda volta, gli elargì favori e promozioni, fino al titolo di Cancelliere del Regno. Tale condotta destabilizzò la corte, e forse non sorprenderà che Dokyo si sia guadagnato la reputazione di Rasputin del Giappone.
Il film crea una versione romanzata di questi eventi, esplorandone le implicazioni religiose, romantiche e politiche. Per Hayley Scanlon, Kinugasa “dipinge la caduta in disgrazia [di Dokyo] come una parabola buddhista su un uomo che paga un caro prezzo per aver ceduto alle passioni terrene”. Dokyo è interpretato dall’idolo del pubblico Raizo Ichikawa (1931-1969), che fino alla tragica prematura scomparsa per un tumore fu uno dei più grandi divi della Daiei. L’imperatrice è interpretata da Yukiko Fuji (1942-2022), che doveva poi affiancare nuovamente Ichikawa in Ken (1964), proiettato a Bologna nel 2022; la sua breve carriera cinematografica si concluse l’anno successivo quando sposò il divo Jiro Tamiya, suo collega alla Daiei.
Fu il capo della Daiei in persona, Masaichi Nagata, a chiedere a Kinugasa e a Ichikawa di lavorare al film. Per la stesura della sceneggiatura Nagata scelse Fuji Yahiro (1904-1986), il quale disse poi che il film finito trasformava completamente la sua concezione, e in effetti Kinugasa fu accreditato come sceneggiatore. Il recensore di “Kinema Junpo” lamentò che il film si concentrasse soprattutto sulla storia d’amore, escludendo il contesto storico e sociale. In ogni caso, lo spettatore che si lasci entusiasmare dallo spettacolo visivo apprezzerà la nitida e contrastata fotografia in bianco e nero di Hiroshi Imai, che ricrea l’atmosfera del periodo Nara in una serie di immagini sontuose e decorative ma allo stesso tempo eloquenti.
Alexander Jacoby e Johan Nordström