Scheda Film
Erede di una lunga tradizione artistica cinese, King Hu fa sfoggio costante di una straordinaria padronanza del campo visivo, non solo inteso come luogo geometrico dell’azione, ma anche e soprattutto come spazio coreografico: ben lontani dai duelli prosaici del kung fu quotidiano praticato all’epoca negli studios di Hong Kong, quelli di King Hu sono veri e propri balletti, che devono tanto all’opera di Pechino quanto al virtuosismo della macchina da presa, alla stupefacente agilità degli attori e soprattutto alla scienza del montaggio rapido: la maggior parte delle inquadrature di A Touch of Zen, specie nelle scene di combattimento, dura un secondo massimo due, provocando a volte una vaga sensazione di tedio e di confusione di fronte a effetti qua e là francamente ripetitivi.
Sarebbe tuttavia errato ridurre il film a un mero tour de force tecnico e a un susseguirsi di regolamenti di conti tra ‘buoni’ (l’eroina Yang Hui Chen – interpretata dalla splendida attrice Hsu Feng, già vista in altri film di King Hu –, i suoi sostenitori, tra cui il letterato Ku Sheng Chai con la sua curiosa faccia da mummia, e i bonzi) e ‘cattivi’ (Ou-yang Nien con i suoi uomini e la polizia politica di Men-Ta, che li inseguono lungo tutta la storia). In realtà c’è una progressione drammatica e spirituale che porta i personaggi dal semplice gioco a nascondino tra guardie e ladri a un’opposizione non solo politica, ma anche spirituale tra i detentori della saggezza buddhista e quelli del potere secolare e materiale. Da qui la progressiva intrusione della magia e del soprannaturale, fino all’illuminazione finale in cui il monaco Hui-Yuan raggiunge il Nirvana in un’orgia di effetti solari e magniloquenti degni di Abel Gance, peraltro non quanto di meglio offra il film. È anche una progressione dall’ombra alla luce, perché mentre il primo terzo del film è quasi completamente immerso nella penombra, l’ultima parte è un inno alla luce trionfante, fino all’accecamento del traditore Hsu.
Non pago di essere un maestro della tecnica, della macchina da presa, del movimento (perpetuo), del ritmo e del colore, in A Touch of Zen King Hu si rivela un ‘artista totale’: poeta, letterato, pittore e musicista. Certo, non si può dire che sia anche un acuto pensatore politico, ma la fondatezza delle sue idee è incontestabile: come in The Fate of Lee Khan e in The Valiant Ones, A Touch of Zen denuncia le forze più oscure e reazionarie della storia cinese (gli sbirri del governo, la polizia segreta).
Max Tessier, “Révue du cinéma”, n. 419, 1986