Scheda Film
Capitolo finale (dopo Io ti salverò e Notorious) della ‘trilogia’ che Hitchcock costruisce intorno a Ingrid Bergman, o per dirla con Rohmer-Chabrol intorno al viso di lei, un viso che l’obiettivo “scruta, esplora, a volte incide, altre addolcisce”. Tutt’intorno, a quanto pare, è l’inferno. Come già in Nodo alla gola, in Under Capricorn Hitchcock sperimenta il long take, la lunga ripresa (qui, sei-otto minuti) senza stacchi: scenografie e costumi rendono l’impresa titanica e snervante, il set è un labirinto di pareti che si spostano, tavoli e canapé con le ruote, carrelli ed elettricisti che vagano con i fari applicati sulla fronte. In effetti Michael Wilding, anche nei momenti più intensi, ha sempre l’aria di qualcuno che ha appena visto, nell’immediato fuoricampo, qualcosa di vagamente comico.
È un film d’ispirazione romantica e romanzesca, il peccato d’una donna, il sacrificio di un uomo, il senso di colpa, la confessione, la catarsi, la legge morale che ci stringe tutti in pugno e conduce un Cime tempestose degli antipodi verso un lieto fine improbabile e un poco mesto. È un film di classici luoghi hitchcockiani, la governante perfida come in Rebecca, l’avvelenamento dell’eroina come in Notorious (“certo, se a scriverlo insieme a me avessi avuto uno bravo come Ben Hecht, sarebbe stata un’altra cosa”, confessò Hitchcock a Truffaut). È certamente un film sul viso di Ingrid, del quale Hitchcock sa esaltare la qualità malleabile e luminosa come nessun altro (nemmeno l’uomo di cui lei proprio in questi mesi si sta innamorando): la scena più bella è quella in cui una mano galante stende una giacca scura dietro un vetro, perché lei possa vedervi il proprio riflesso dorato, che l’infelicità non ha corrotto. È il film che Hitchcock considerò la propria peggior catastrofe, un peccato di presunzione costato una montagna di dollari che furono persi per sempre. È uno straordinario film a colori, “uno dei Technicolor più belli della storia del cinema” (Lourcelles): una patina lucente e lievemente livida si stende su tutto, perché questa è una storia di passioni logorate o destinate alla rinuncia o che solo il ricordo monologante e febbrile può tentare (fallendo) di far rivivere. C’è molto cielo, nelle prime e nelle ultime sequenze, un cielo di un meraviglioso color ceruleo sulla baia della piccola città di Sidney del 1831. Hitchcock si sofferma a contemplarlo, forse già chiedendosi che cosa ci si può fare con tanto cielo, magari solcarlo con la campata rossa del Golden Gate o con l’ala nera di un uccello.
Paola Cristalli